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Full text of "Contributo allo studio della novella francese del XV e XVI secolo: considerata specialmente ..."

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X 



NOVELLA rilANVESU 

.... 






iMtm 



I A 



CONTRIBUTO ALLO STUDIO 



DELLA 



NOVELLA FRANCESE 



DEL XV E XVI SECOLO 



('OUftOBBATA •riltAlJUKTK 



NELLE SUE ATTINENZE CON LA LETTERATURA ITALIANA. 



IMOLA, 

TIP. D'IGNAZIO GALEATI E FIGLIO 
Via Cavour, già Corso, 35. 



PIETRO TOLDO. 



CONTRIBUTO ALLO STUDIO 



DELLA 



NOVELLA FRANCESE 



DEL XV E XVI SECOLO 



CONSIDERATA BPFCIALMENTK 



NELLE SUE ATTINENZE CON LA LETTERATURA ITALIANA. 



LE CENT NOUVELLES NOUVBLLES. 

HEITAMÉRON. — LES COMPTES DU MONDE ADVENTUREl'X. 

LE GRAND PARANOON DES NOUVELLES NOUVELLES. 

LE8 JOYEUX DEVIS. 




ROMA 

ERMANNO LOESCHER E C." 

1895. 



- * 

• 

« 



« » . 



Proprietà letteraria. 



i 



PREFAZIONE. 



Surta, in buona parte, dall'imitazione degli italiani, in parte 
anche dalla tradizione popolare, la novellistica letteraria francese 
del XV e del XVI secolo, ci presenta frutti copiosi se non sem- 
pre squisiti. 

In ordine di tempo, dopo le Cent Nouvelles nouvelles e le 
composizioni proprie al XV secolo appaiono, nel 1530, il Grand 
Parangon des nouvelles nouvelles, * poi nel 1555 i Comptes du 
monde adventureux, nel 1558 i Jotjeux Devis e YHeptaméron, 
tre opere della stessa famiglia, nate alla corte di Navarra. 

Il periodo in cui vennero composte può determinarsi appena ap- 
prossimativamente. 2 Fuori della corte di Navarra, ma quasi sempre 
dopo e seguendone Y impulso, la novella trova pure numerosi e va- 
lenti cultori. Ecco les plaisantes nouvelles (1555), i dialoghi del 
Tahureau (1565), les discours non plus mélancoliques que di- 
vers, attribuiti a torto al Des Periers, il Printemps d'hiver di Gia- 
como Iver (1572), Yétéàeì Poissenot (1583), i Contes et discours 
d'Entrapel (1585) di Noel du Faill, autore pure dei Propos rtisti- 
ques e delle Baliverneries, le Matinées (1585-158P>) e gli Après 
disnées (1587-1588) del Choliòres, le Serées di Guglielmo Pou- 
chet (1584-1598), e nello stesso tempo, od anteriormente i Contes 



1 II Grand Parangon è ancora, in buona parte, inedito. 

* Il Frank (pref. ai Comptes) crede ch'esse si possano abbracciare in 
uno spazio di tempo che va dal 1538 al 1549; dal 1588 al 1545 i Comptes 
ed i Joyeux devis, dal 1546 al 1549 VHeptaméron. Vedremo come queste date 
sieno, soltanto, probabili. 

1 



VI PREFAZIONE. 

amoureux di Giovanna Flores 1 e le Facétieuses journées del 
Chapuis, tolte, in buona parte, alle Notti dello Straparola. E la 
novella continua in pieno XVII sec. Carlo Louandre enumera le 
principali opere di questo genere, * il Trésor des récréations 
(1603), la Galerie des curieux (1646), il Courrier facétieux 
(1668), il Bouffon de la Cour (1695) e poi i Caquets de l'Ac- 
couchée, gli Essais de Mathurine, Verboquet le généreuz, il 
Facétieux reveille-matin. 

E qui non è tutto, perchè, oltre ad altri novellieri di minore 
fama difficili a trovarsi o rimasti inediti , chi si limita al tempo 
di Margherita, vede che la novella penetra in molti generi let- 
terari e forma, per così dire, la salsa che condisce ogni più di- 
versa vivanda. Neir opera del Rabelais, nell'Apologie pour He- 
rodote di Enrico Estienne (1566), pamphlet violentissimo contro 
la fede cattolica, negli stessi Essais del Montaigne, che chiudono 
queir età 3 ed in genere in tutti gli Essayistes ) la novella ha 
sempre larga parte ed è esposta o come esempio o quale ricrea- 
zione del lettore. 

Si capirà facilmente che davanti a tanta materia io abbia 
sentito la necessità di limitare il campo delle mie indagini. Chi, 
infatti, volesse studiare ad uno ad uno i novellieri propriamente 
detti, oltre ad intraprendere opera faticosissima, incontrerebbe 
anche un' altra difficoltà, dovendo evitare la noia di ripetere su 
per giù, moltissime volte, le stesse osservazioni e gli stessi giu- 
dizi. Invero, ove se né tolgano i principali, il popolo minuto dei 
novellatori non solo ridice quello che da altri è già stato detto, 
attingendo direttamente o indirettamente alle stesse fonti, ma 
segue un metodo identico, il racconto cioè per il racconto, senza 
alcuna osservazione o con osservazioni che si ripetono dall'uno 
all'altro con monotonia stucchevole e sono messe lì, spesso a 



1 Essi furono pubblicati verso il 1531 e dedicati a Margherita di Navarra. 
La maggior parte degli argomenti è tratta dal Boccaccio e da altri nostri 
novellieri. Cfr. G. Bua, Di alcune fonti italiane d'un vecchio libro francese. 
Verona 1892, voi. V, BibL d. scuole iial, 

* Revue de deux Mondes. Art. 1° marzo 1874. 

3 L'edizione postuma degli Essais, pubblicati in diverse riprese dal 1580 
al 1588, è del 1595 per cura di Mad. ra ' de Gournay. 



PREFAZIONE. VII 

caso, senza che abbiano reale attinenza all'argomento. Lo stesso 
studio delle novelle, negli autori minori, mentre, in principio, può 
parere dilettevole e vario, finisce col riuscire sgradito, per pa- 
recchie ragioni. Una d' esse è che la pornografia e la scatologia 
v' hanno larghissima parte, per cui lo studioso, sovente dubita 
della moralità dell 7 impresa ed è tratto a domandarsi se non sa- 
rebbe meglio di seppellire neir oblìo molti di questi racconti, che 
rappresentano l'umanità sotto un aspetto volgare e disgustoso. 

Riflettendo tuttavia all' importanza che ha la novellistica, non 
solo quale genere letterario, ma anche come elemento indispen- 
sabile alla storia del costume e della psicologia, tale riluttanza 
è facilmente vinta. Ma una difficoltà d' altro genere e di gran 
lunga maggiore, si presenta in queste ricerche. 

La questione delle origini delle novelle e della loro propaga- 
zione è talmente intricata e spinosa da fare, di sovente, disperare 
chi ne imprende lo studio. Troviamo, per esempio, che una no- 
vella francese è preceduta da una redazione italiana, ma poi la 
stessa, con cambiamenti che non ne alterano sostanzialmente la 
natura primitiva, balza fuori oggi nelle numerose raccolte del 
folklore, non in una ma in venti o trenta versioni diverse, dalle 
rive del Baltico a quelle del Mediterraneo. Davanti a tale fatto, 
la certezza della fonte italiana rimane naturalmente scossa e ci 
si presentano varie ipotesi. 

Perchè a diversi novellatori, in tempi e latitudini diverse, non 
possono essersi presentate le stesse inspirazioni, tratte dall' osser- 
vazione della vita, senza che V uno abbia avuto bisogno d' aver 
contezza dell'altro? 

.La moglie che inganna il marito si giova ali' incirca, in tutti i 
tempi e in tutti i luoghi, delle stesse astuzie ; il marito che punisce 
la moglie o il rivale, può benissimo adoperare, senza saperlo, i 
metodi di correzione seguiti, in identica circostanza, da altri. 

Però nelle novelle vi sono spesso circostanze affatto speciali 
e caratteristiche — la botte, p. e., il crocifisso, il finto morto, 
l'annegamento colla mula assetata, l'adultera imprigionata col 
cadavere dell'amante e simili, — così che tale ipotesi non può 
essere discussa che pel minor numero d' esse. Nella maggior parte 
dei casi, le novelle si seguono e si rassomigliano come i membri 
d'una stessa famiglia ed è inamissibile la combinazione. 



■i * » ■ - 




Vili PREFAZIONE. 

Nell'esempio addotto, è ipotesi più accettabile quella che la 
redazione letteraria sia fonte della popolare. Però è anche am- 
missibile, una terza supposizione, che cioè il racconto popolare 
moderno altro non sia che la continuazione d' un racconto popo- 
lare antichissimo, fonte cui pure attinse la redazione letteraria. 

Considerata la cosa sotto questo aspetto mille dubbi si pre- 
sentano e questi maggiormente si complicano, quando, della no- 
vella di cui s'intraprende Tesarne trovansi riscontri o forme simili 
nella letteratura medio-evale, specialmente nei fabliaux. 

Così, scegliendo nella folla, la 78* delle C. N. N., Le Mary 
confesseur^ può ugualmente trarre origine indirettamente, s' in- 
tende, dal favolello « du chevalier qui fit sa dame confesse. » 
(R. Montaiglon, VI, 178 e seg.) o dal Decamerone (G. VII, n. 5*); 
così la 96* della stessa opera, Le testament du chien, può inspi- 
rarsi pure indirettamente al noto racconto di Rutebeuf, o-#d altri 
consimili e coevi, e può invece essere tratta dal Canis testa- 
mentiim del Poggio. 

Vero è che la novella letteraria francese del XV e XVI sec. 
non deve, in alcun modo, considerarsi, quale successione imme- 
diata del favolello medioevale. Fra i due generi e' è assoluta so- 
luzione di continuità e nel 1462, data probabile delle C. N. N., 
più d' un secolo era già trascorso, dacché i fabliaux erano caduti 
in profonda dimenticanza. Non v' è, neppure, tra i due generi alcun 
genere medio. I dits politici e satirici, il Renart le corttrefait, le 
farse, che, pure inspirandosi alla tradizione popolare, formano 
qualche cosa di ben distinto dalla novella, avevano occupato il vuoto, 
che dietro di sé lasciava la letteratura dell'età di mezzo, il fa- 
volello, la canzone di gesta e il romanzo d' avventura. Ma se per 
un secolo non abbiamo più esempi di novella scritta, se il fabliau 
è morto e sepolto, ciò non vuol dire che la tradizione orale, che 
gli aveva dato origine, fosse pur essa estinta. Essa anzi — se 
dobbiamo giudicare dagli esempi numerosissimi che la novella 
popolare moderna ci presenta — dovea continuare di bocca in 
bocca, di generazione in generazione, come una sorgente monta- 
nina, che da secoli ripete, ai popoli che passano, l'eterna sua 
argentea nota. Essa potè propagarsi anche per altri meandri 
intricati e reconditi e rivivere nelle joyeusetés o in altri compo- 



PREFAZIONE. IX 

nimenti d'origine assai più antica, come, p. e., il « Violier des 
histoires romaines, » traduzione francese dei Gesta Romanorum, 
a cui s'inspirò, come vedremo, Nicola de Troyes. 

E questo non è tutto. Nelle mie ricerche riscontrai diversi 
casi anche più dubbiosi. La novella, p. e., (e dico per esempio, 
perchè di questi casi ce n'è più d'uno) che s'intitola nelle C. N. N., 
poco pulitamente, ma a questo linguaggio bisogna pure abituarsi, 
le cui d'escaviate, (49*), ricorda forse, però molto lontanamente, 
il fabliau di Connebert del Gautier (Mont. R. V. 160 ecc.), ma 
nell'incidente principale, che è ragione del titolo, non ha, ch'io 
mi sappia, altro antecedente fuorché quello della prima parte della 
G. VII, nov. 1 del Pecorone. Ora Y opera di Ser Giovanni Fio- 
rentino era allora inedita, né è da ammettersi che al La Sale 
fosso dato di conoscerla. L' assomiglianza, d' altra parte, è tale, 
che, ove il Pecorone fosse stato in quei tempi diffuso; niuno, 
credo io, esiterebbe oggi a dichiararlo fonte diretta della citata 
storiella. L'unica supposizione quindi che regga alla critica si ò 
che si tratti d' un aneddoto vivo allora nella tradizione orale ita- 
liana, e che non al Pecorone, ma a questa s'inspirasse l'autore 
francese nella sua riproduzione. Ed a ciò credere mi conforta il 
vederlo riprodotto nel 14(83, integralmente da Sabbadino degli 
Arienti, nelle sue Porrettane, (n. LII) quattro anni prima della 
stampa delle C. N. N. Potrebbesi però negare recisamente che 
qualche ms. del Pecorone fosse in tutto o in parte noto anche 
in quel tempo o che il La Sale attingesse la sua inspirazione a 
una tradizione orale, passata d'Italia in Francia? E per questo, 
e per altri fatti consimili, eh' io sono tratto a procedere, nelle 
mie indagini, con la massima cautela e ad onta di questa può 
darsi, che in più ci' un caso nuove ricerche mi dieno torto. Già 
ad avere torto, in questa specie di studi e non in questa solo, 
bisogna pur rassegnarsi. 

« Chi vedendo in un campo mal coltivato, » dice il Manzoni 
a proposito d' una certa trovata del conte zio, (C. XIX) 4 un' er- 
baccia, p. e., un bel lapazio, volesse proprio sapere se sia venuto 
da un seme maturato nel campo stesso, o portatovi dal vento, o 
lasciatovi cadere da un uccello, per quanto ci pensasse, non ne 
verrebbe mai a una conclusione. » In una situazione, sotto un 



X PREFAZIONE. 



certo riguardo, simile ci troviamo noi pure in più d' un caso. For- 
tunatamente però non in tutti. Quando nel XV sec. il La Sale 
e nel XVI i deviseurs della Corte di Navarra e la lunga schiera 
che li seguì, volsero gli occhi attorno, per cercare materia da 
novellare e V arte d' esporla, in Italia la novella era già elevata, 
da lungo tempo, a dignità di genere letterario, sicché essi tro- 
varono una abbondante e splendida messe in cui non e' era da 
fare altra fatica, fuorché quella di mietere largamente. Credere 
quindi che i novellieri francesi preferissero di spigolare penosa- 
mente, come i Folkloristi moderni, la tradizione orale, mentre 
tante ricchezze si presentavano, liberamente, alla loro mano, non 
è, nella maggior parte dei casi , ipotesi ammissibile, sopra'tutto 
ove si consideri il disprezzo del tempo pel genere popolare. Chi 
compone un libro di novelle, specie quando ad esse dedica solo una 
parte della sua operosità ed è, come Margherita e il des Periers, 
distratto da altri studi e da altre cure, ha bisogno di trovare 
subito un fondo sicuro su cui fare assegnamento. Lo scrittore poi 
che ne compone delle centinaia, non può essere che un raccogli- 
tore ed egli prenderà ciò che gli è più vicino, ciò che il consenso 
unanime del tempo suo gli indica quale modello sicuro dell' uni- 
versale favore. Potremo dubitare che un dato racconto tragga 
origine piuttosto da una fonte orale francese, che da una reda- 
zione scritta italiana, ma nelle linee generali, V imitazione degli 
scrittori nostri non può venire rivocata in dubbio. 

E poi T imitazione della novellistica italiana non si limita solo, 
come vedremo, ai semplici argomenti, a quei canevas, che trova- 
vansi allora, come oggi, un po' dappertutto. L'imitazione fu spe- 
cialmente artistica, nella parte, per così dire, esterna dell' opera, 
cioè nella cornice che nell' Heptàméron, nei Comptes du monde 
adveniureux ed in altri simili scritti, ad assomiglianza del Deca- 
merone, più che d'altri modelli venuti d'Oriente, rinserra e spiega 
le diverse narrazioni. L'imitazione è nei tipi fissi del racconto 
popolare, che divengono caratteri, nel commento dell' autore o 
nelle osservazioni dei supposti interlocutori, nella forma prosastica 
sostituita alle povere rime dei favolelli, nelle poesie che infra- 
mezzano l'opera. Essa emerge nelle dispute filosofiche dell'l?e- 
ptaméron, nella guerra agli ecclesiastici in cui Masuccio inspira 



PREFAZIONE. XI 

il Saint-Denis e in quei racconti, in cui il cuore ha nobile parte, 
che interrompono la serie delle facili avventure, degli amori tri- 
viali, per ricondurci all'idealità serena di varie novelle del Boccaccio. 

L'imitazione italiana appare ugualmente nella personalità di 
chi racconta, personalità pressoché ignota nella novellistica me- 
dioevale. Gli autori dei fabliaux, clercs errants, jongleurs, for- 
mano una plebs sine nomine. Che sappiamo d' essi ? 

Tutt'al più il nome o il paese d'origine e nella maggior parte 
dei casi vengono indicati da aggettivi grotteschi « qui sentent — 
come nota il Bédier ! — l'argot, la lèpre morale, la pègre. » Essi 
sono i Tranchecoste, i Pelé, i Malappareillé, i Malebranche, tristi 
nomi, che ricordano quelli dei diavoli danteschi e ci mostrano una 
gente errante e povera, viziosa e disprezzata, confusa coi saltim- 
banchi e coi giocolieri. 

Ora senza quella fortunata riunione d' avvenimenti favorevoli 
alla coltura francese, di guerre e viaggi nella Penisola, di poeti, 
novellatori ed artisti italiani al Louvre, senza* quella serra calda 
d'influenza nostra, che affrettò i fiori del Rinascimento d'ollr'alpe, 
ben difficilmente, nel XV sec., Monsigneur de La Sale e nel XVI 
una regina sorella d'un grande re, sarebbero discesi in lizza con 
simile genia. Bisognava che in Italia il Boccaccio riscuotesse plausi 
ed onori, bisognava che personaggi illustri nell' arte e nella po- 
litica lo seguissero arditamente nella gioconda via, perchè in 
Francia il fablier potesse venire considerato uomo di lettere ed 
artista ed anche in tale genere, fossegli concesso d'aspirare a una 
fronda d'alloro. 

Sotto questi diversi aspetti verremo considerando le origini 
italiane della novella francese, senza preconcetti e senza esage- 
razioni. Nella limitazione che m'ero imposta, avrei voluto re- 
stringermi ai soli novellieri della Corte di Na varrà, però nei 
progredire del lavoro, altre due opere entrarono nel campo delle 
mie indagini ; le C. N. N. e il Grand Parangon di Nicola de 
Troyes. I riscontri fra le C. N. N. e i novellieri del XVI sec. 
sono tanti e di tale natura, che, a trascurarne 1' esame si cor- 
rerebbe rischio d' indurre il lettore in gravissimi errori. Buona 

1 Bédier, Les fabliaux ecc. Paris 1893, pag. 363. 



XII PREFAZIONE. 

parte, infatti, dei racconti del La Sale trovansi riprodotti da Mar- 
gherita, dal Des Periers, dal Saint-Denis e dal Troyes ma queste 
fonti dirette traggono, alla lor volta, origine, se non sempre, certo 
in moltissimi casi, da redazioni italiane. Era quindi necessario 
l'esaminare patitamente la prima inspirazione, discutendo i casi 
dubbi, i quali non sono pochi. Quanto al Grand Parangon ve- 
dremo che esso ha con 1' opera di Margherita non poche attinenze 
degne di attenta considerazione. 

In questo mio modesto lavoro ho proceduto basandomi in gran 
parte su indagini mie e nell'assieme questa trattazione ha, oso 
sperarlo, un certo carattere d' originalità, così che non credo possa 
dirsi ch'io vengo a ripetere cose note. Però mancherei ad un 
caro dovere se non ringraziassi i professori Pio Rajna, Adolfo 
Renier e Vittorio Rossi dei loro buoni consigli e se non ram- 
mentassi quanti, colle opere loro, m'aiutarono nel mio studio. 

Ricordo le raccolte di novellistica del Pitré e specialmente 
la sua bibliografia delle tradizioni popolari (Torino, Clausen 1894) 
e gli scritti del d'Ancona, di Vittorio Imbriani, del Comparetti, 
del De Gubernatis, del Graf, di Stanislao Prato, di Giuseppe Rua, 
di Egidio Gorra, del Gabotto e fra gli stranieri dei Koehler, del 
Liebrecht, del Landau, del Eédier, dell' Ulrich e di tanti altri di 
cui nelle note si trova fatta la dovuta menzione. 

Per le fonti delle C. N. N. oltre alla edizione annotata dal 
Lacroix (bibl. Iacob), assai mi giovò l'edizione londinese delle 
facezie del Poggio e molte notizie trovai per VHeptaméron, i 
Comptes du monde adventureux, i Joyeax Devis e il Grand Pa- 
rangon nel Lacroix stesso, nel Lacour e negli studi diligentis- 
simi di Felice Frank ed Emilio Mabille. ! 

Come si vedrà, nell' esame delle novelle, ho proceduto con 
metodo molto semplice indicando la fonte o le fonti probabili e 
poco curandomi d' assomiglianze dubbie e lontane. Non ho creduto 
neppure d'abbondare nei raffronti tra queste novelle e quanto 

1 Mi sono giovato pure della bibliografia dei novellieri italiani in prosa 
e in versi di G. B. Passano (2* ed. Torino, 1878) nonché del t Catalogo dei 
novellieri in prosa » di Giov. Papanti (1871 sec. ed. di Livorno). Rammento 
pure V opera del Dunlop « Geschichte der Prosadichtungen > nella trad. del 
Liebrecht. Berlino, 1851. 



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PREFAZIONE. XIII 

ci offre di simile la tradizione orale dei nostri giorni. Chi ricorda 
gli studi che si sono fatti sulle tradizioni popolari in Germania, 
in Francia, in Inghilterra, in Russia, negli Stati Uniti, in Italia 
ed ormai dovunque e le raccolte di simil genere, che formano 
una biblioteca non solo di centinaia ma di migliaia di volumi, 
sa che, a mettere le mani in tanto materiale, si corre rischio di 
non trovare più il verso d' uscirne. ! 

Mi sono giovato dei riscontri popolari solo in quei casi, in cui 
tale ricerca giovava a dimostrare la propagazione meravigliosa 
d' un dato argomento e l' incertezza delle sua origine e questo 
senza insistere troppo, che la dimostrazione del diffondersi delle 
novelle è già «tata data da altri, con esempì lampanti e nume- 
rosissimi. 

I riscontri hanno senza dubbio il loro valore ; ma in un' opera 
di questa natura invece d' aiutare chi legge, ne fuorviano il pen- 
siero, trascinandolo di somiglianza in somiglianza, per naturale 
successione d' idee, lontano le mille miglia dal soggetto di cui 
si tratta. 

Inesattezze, imperfezioni ed anche errori in questo lavoro non 
possono mancare. Mi valgano però di scusa, almeno in parte, le 
parole che il Rajna, premette alle sue « Origini della Epopea 
francese » cioè che in questi lavori « per quanto uno s'adoperi, 
mediti, raccolga, non potrà mai tutto conoscere e vedere. » 

Pavia, 30 settembre 1891. 



1 Sulla diffusione del Folklore cfr. una notizia inserita nella Nuova Ant. 
fase. IX , 1° maggio 1894 , ove si rende il dovuto onore al Pitré ed al De 
Gubernatis. 



LE CENT NOUVELLES NOUVELLES. 



La prima difficoltà di chi intraprende lo studio di quest' opera 
del La Sale è quella di fissarne la data. L' unico ms. delle C. N. N., 
che trovasi nella biblioteca universitaria di Glascow l porta quella 
del 1432, mentre l'edizione princeps Verard (1487), reca nella de- 
dica un brano che la determina posteriore all' assunzione al trono 
di Luigi XI (22 luglio 1461). * 

Basandosi sul brano citato, il Iacob, nella notizia che precede 
la sua edizione critica delle C. N. N. (1868), crede di poter asserire 
che V opera del nostro autore sia stata composta nelF intervallo dal 

1 Se ne può leggere una notizia a pag. 445 del lahrbuch fttr rom. n. engì. Ut, 
1 band. Berlin 1869, in cui pure parlasi delle due edizioni del Iacob e del Wright. 

* et notez que par toutes les Nouvelles où il est dit par Monseigneur, il 

est entendu par Monseigneur le Daulphin, lequel depuis a succede à la couronne 
et est le roy Loys unziesme, car il estoit lors ès pays du due de Bourgogne. » I 
nomi degli altri interlocutori sono indicati tanto nell'edizione Verard, quanto nel 
ms. Essi sono: Monseigneur, Monseigneur le due, Monseigneur de la Roche, Fi- 
lippo di Laon, Monseigneur de Launoy, Monseigneur de Castregat, Monseigneur 
de Créquy, Filippo Viguier, Caron, Monseigneur de Quievrain, Monseigneur de 
Fiennes, Filippo di Saint Yon, Monseigneur de Foquessolles , Monseigneur do 
Beauvoir, Messire Michault de Cbangy, Monseigneur de la Barre, Monseigneur de 
Villiers, Monseigneur de Loan, Monseigneur de Saint Poi, Mériadech, Monseigneur 
de Thienges, Pierre David, Monseigneur de La Salie, l'Acteur, Monseigneur Pa- 
mant de Bruxelles, Mahot d'Anquasms, Poncellet, Monseigneur de Quevrain, Mont- 
bleru, Monseigneur le Prévost de Wastennes, Messire Chrestran de Dygoyne, 
Maistre Ieban Lauvin, Monseigneur de Tbalemas, Alardin, Ieban Martin, Mon- 
seigneur de Vaurin, Monseigneur le Marquis de Rothel, Monseigneur de Santilly, 
Monsieur de Voyer, Monseigneur de Beaumont. Alcuni raccontano diverse volte, 
altri una sola, fra questi il La Sale (50*). Della maggior parte dei gentiluomini 
sono indicate le cariche di Corte e ad alcune novelle non è premesso il nome di 
chi l'espone. 



2 LE CENT NOUVELLES NOUVELLES. 

1456 al 1461 e aggiunge che ad essa collaborarono Luigi, figlio 
di Carlo VII ed il conte di Charolais, Carlo figlio di Filippo il 
Buono, duca di Borgogna. E noto che Luigi, in lotta col padre, 
erasi ricoverato da Filippo, nel castello di Genappe nel 1456 e la 
cordiale dimestichezza, che avrebbe avuto allora col futuro suo 
avversario non è contraddetta dalla storia. 

A dimostrare erronea la data del ms., Lodovico Stern pre- 
sentò una memoria, adducendo argomenti, che come si vedrà non 
hanno tutti grande valore. 1 Nel ms. di Glascow può, a mio parere, 
essere stato ommesso il passo indicato ed alterata la data, per 
ragioni di convenienza e di politica. Infatti sino alla morte di 
Luigi XI (30 agosto, 1483), l'opera del La Sale rimase inedita 
ed il principe astuto e bigotto, che visse gli ultimi suoi anni tre- 
mando al cospetto del confessore, non doveva esser contento che 



1 Archiv fUr das studìum der neueren sprachen und literaturen. Braunschweig 1869, 
46 fase. Versuch ttber Antoine de La Sale dcr XV Idhrhunderts, Ludwig Stern. 

« Das Werk diesem Iahre (1462) zu ùberweisen, habe ich mehrere grunde. Schon 
aus dem datum 1,216 (ed. lacob): Uan cinguettile derrenier passe, durf man schliessen, 
dass der autor nach 1460 schrieb, denn der ausdruck besagt; in den fiinfziger 
jahren. Wenn es heisst 2, 48: A ce propos peut on dire de chiens d'oiseaux*d'armes 
d'amours: Pour ung plaisir mille doleurs; et pour ce nul no s'i doit bouter, s'il 
n'en veult à la foiz gouter — so ist das offenbar ein citat aus Villons grand testa- 
ment (p. 86. ed. Iacob): 

De chiens, d'oyseanlx, d'armes, d'amours 
Cuascun le dit à U vollée, 
Pour ung plaisir mille doulours. 

Villon gedicht ist ùber 1461 datiert. Ebenso kannte der autor der Cent nou- 
velles nouvelles schon die E vangile des quenouilles, neu ediert von Iannet, Paris 
1885, deren spraebe der mitte des XV Ih. angehOrt, und welche die tradition dem 
Fouquart de Cambray, Antoine du Val und Iean d'Arras, genannt Caron, zu- 
schreibt, von denen der letztere in den Cent nouv. nouv. als erzahler der 22 nov. 
genannt ist. Die stehende phrase dieses flir die geschichte des aberglaubens so 
merkwtirdigen werkes: € pour aussy vray que euvangile», findet sich 1. 177; si 
est vray comme Peuvangile; 2. 106; une assez bonne histoire qui n'est pas moins 
vraye que Peuvangile; aneli schon in Pathelin. V. 288, fìnde ich eine anspielung. 
He vostre bouche ne parla depuis, par Monseigneur saint Gille, qu'el ne disoit 
pas euvangile: Auch den cynismus n. 2, 89: Ma mere avoit tout le plus bel et le 
plus gros (con) mais il avoit un si grand nez, findet man. Ev. des quen. (p. 20); 
11 me croist ou plus secret lieu de mon corps une chose à maniere de la creste 

d'un coq, dont j'ay grand vergogne » 

«Wenn es 1. 32 heisst: « pendant le temps que la mauldite et pestilencieuse 
guerre de France et d'Angleterre regnoit, et qui encores n'a prins fin » so ist zu 
beachten, das dieser Krieg, der schon in den vierziger jahren im wesenblichen 
anfhOrte, nie formell durch cinen frieden geschlossen ist. Deshalb konnte man 
noch 1462 sagen, der Krieg ist noch nicht zu ende. » 



LE CENT N0UVELLE8 NOUVELLES. 3 

il suo nome figurasse dieci volte, l fra quelli dei raccontatori delle 
più libere storielle. L' alterazione del ms. è quindi ammissibile e 
per altre ragioni evidente. 

Non è a darsi gran peso al riscontro indicato dallo Stern col 
Villon, che potrebbe essere debitore invece di creditore, o a quello 
molto dubbio coli* Évangile des quenouilles. Degna di nota è in- 
vece T allusione (n. 42) air « an cinquante derrenier passe » che 
parmi voglia proprio dire il testé decorso cinquantesimo anno, e 
quella alla guerra tra Francia e Inghilterra. Una lettura più accu- 
rata del testo avrebbe mostrato al critico tedesco, una data certa 
e che è posteriore al 1432. 

Nella nov. 62 c'è il passo seguente: « Environ le mois de 
juillet alors que certaines convencions et assemblée se tenoit entre 
la ville de Calais et Qravelinghes, assez près du chastel d'Oye, a 
laquelle assemblée estoient plusieurs princes et grands seigneurs, 
tant de la partie de Franco comme d'Angleterre, pour adviser et 
traictier de la rengon de monseigneur d'Orléans , estant lors pri- 
sonnier du roy d'Angleterre » 

Qui s'allude senza dubbio alla liberazione di Carlo d'Orléans 
ed alle conferenze di Gravelinga, incominciate nel maggio 1440 e 
finite, colla libertà accordata al principe, il 12 novembre dello 
stesso anno. 2 II 14 gennaio 1441 l' Orléans ritornava a Parigi. 

Sicuri cosi che la data del 1432 è erronea, possiamo benissimo 
interpretare 1' allusione all' anno cinquanta, come al 1450, tanto 
più che nella nov. 55* si ricorda « l'année du pardon de Bomme 
n'a guères passe » in cui « estoit ou Daulphiné la pestilence si 
grande et si horrible » e altrove (42) parlasi ancora « des pardons 
qui furent a Somme. » 

Altro l' autore non può qui volere indicare fuorché il giubileo 
del 1450, che coincide, per l' appunto, colla pestilenza che devastò 
una parte della Francia. Inoltre — domando io — se quel Mon- 
seigneur, ben distinto da Monseigneur le duo (n. 58, 71), non è il 
Delfino Luigi, chi mai potrà egli essere e perchè — mentre degli 
altri personaggi s' indica nome, cognome e grado — egli ci viene 
presentato come un'enigma? 

Anche da questo appare l' alterazione del ms. Notisi che Mon- 
seigneur ha proprio tutta l' apparenza dell' ospite regale. E lui che 

* Monseigneur racconta le novelle 2, 4, 7, 9, 11, 29, 83, 60, 70, 71. 

* Sismondi v. 18,* cap. 7*: Storia dei francesi in « bibl. di tutte le nazioni, » Capo- 
lago 1838, p. 307-312. 



4 LE CENT NOUVELLES NOUVELLES. 

racconta di preferenza le storielle di Parigi, con accento di chi 
l'ha lasciata da poco (n'aguères que a Paris) e conosce le avven- 
ture di quella corte (n. 17). 

1/ argomento però capitale, che mi dispensa dall' insistere più 
oltre, è la non dubbia imitazione delle facezie del Poggio, che 
appare nelle C. N. N. e di cui daremo più avanti numerosi e 
chiari esempi. * 

Eammentiamo a togliere qualsiasi incertezza, * che le facezie 
poggiane furono cominciate nella prima metà del XV secolo, seb- 
bene non uscissero dai torchi di Giorgio Lover ed Ulrico Han che 
nel 1470. 3 E che fossero cominciate nella prima metà ce lo dice 
l'autore stesso. Infatti il 26 ottobre 1438 il Poggio scriveva (ep. 
Vili, 4): « est enim aliquid in manibus iocosum quod et ad fa- 
cetias spectat et usum excitet legèndi. » (Voigt. Bin. II, 417). E 
questo ripete anche altrove. 4 

Già nel 1444 le facezie sino allora scritte erano diffuse in 
Italia (Ep. IX. 1) e nel 1484, tre anni prima della stampa delle 
C. N. N., furono volte in francese, per cura di Giuliano Macho. 

Il La Sale ricorda varie volte d'essere stato in Italia e d'a- 
vervi fatto anche non breve dimora, segnatamente in un passo 
della sua Salade, in cui espone un' avventura occorsagli a Pozzuoli, 
mentre era al servizio di Luigi III re di Sicilia. 5 Mancano però 



1 Cfr. pel Poggio l'opera dello Shephert ( Vita del Poggio, trad. Tonelli, Firenze 
1825) e l'ediz. di Londra della Facezie : « Poggii Fiorentini Facetiarum Ubellusuni- 
CU8, notulis imitatore* indicantibus ecc. » Londini, MDCCXCVIII. 

* Dall'autore delle note comparative (ediz. londinese) venendo sino al Lacroix, 
tutti ammisero in diversa misura, la larga parte eh 'ebbero le facezie nell'inspira- 
zione delle C. N. N. Solo il Landau (Beil. zar gesch. d. it. nov. t Vienna, 1875, pag. 68) 
mostra qualche dubbio sulla possibilità che il La Sale conoscesse l'opera del 
Poggio, ma egli pure, togliendole al Dunlop che, alla sua volta, le avea tolte al- 
l'edizione londinese, da una lunga nota d'imitazioni, la quale, per quanto ampia, 
non è però completa. 

3 Tale è almeno quanto opina, nel suo Manuale il De Bure, su questa prima 
ediz. di data incerta. Essa è seguita dall' ediz. Veneziana del 1471 circa, anche 
quella senza indicazione d'anno e di luogo, ma coi tipi di Vindelino da Spira o di 
Niccolò Ienson. Segue, con data sicura, l'ediz. di Ferrara del 1471, in 4°, di No- 
rimberga dal 1475 in poi, di Milano del 1477 e 1481, di Parigi del 1477 o 78 pari- 
menti in quarto. 

4 « Sex jam ab bine annis cum illas fabeilas coepissem scribere » (Epist. 

Ed. fior. 1859, 2« voi., lib. 9, lett. 14, p. 387). 

5 « Il convient savoir que en l'an de nostre Seigneur MCCCC et XXV, je estant 
au service du très-excellent et illustre prince Monseigneur Loys III" d'icelluy nom, 

roy de Sécille extois allés veoir la ci té de Pussol.... » V. Notices dea mas. de la bibl. 

nation. Tom. V, A. VII de la République. Articolo di Legrand d'Aussy, p. 392-897. 



LE CENT NOUVELLES NOUVELLES. 5 

notizie, che ci permettano d' indagare le relazioni eh* egli ebbe 
coi letterati della penisola, specialmente con quelli di Toscana e 
di Napoli. 

Oltre al Poggio, concorse pure ad inspirare le C. N. N. il De- 
camerone, di cui nella No?. XXVIII* parlasi in termini di calda 
ammirazione. « Seau temps du très-renommó et éloquent Boccace 
l'adventure dont je veil fournir ma nouvele fust advenue et à son 
audience ou cognoissance parvenue, je ne doubte point qu'il ne 
l'eust adjoustée et mise au reng du compte des nobles hommes 
mal fortunez. » 

Al tentativo d'imitare l'opera del grande trecentista o almeno 
di seguirne i caratteri generali, allude il La Sale nella dedica al 

duca di Borgogna, dicendo che il libro suo « en soy contient 

et traete cent histoires assez semblables en matère, sans attaindre 
le subtil et très-orné langage du livre de Cent Nouvelles. » Il ti- 
tolo stesso dell'opera è tolto al Decamerone, che, come tutti sanno, 
fu chiamato anche il Centonovelle , sicché il Premierfait tradu- 
ceva « Bocace des cent nouvelles » ovvero « le livre de Cameron, 
autrement surnomé le prince galiot. 1 » 

Come si vede, se il nome dell' eroe del poema di Lancelot du 
Lac era noto al traduttore francese, certo la parola decamerone 
riuscivagli incomprensibile. 

Non altrimenti dell'opera italiana, l'occasione delle C. N. N. 
si suppone sia il ritrovo e la conversazione d' una allegra comi- 
tiva, perchè, oltre ai nomi dei novellatori premessi ai vari rac- 
conti, l'autore allude a tale radunanza, nei brevi preamboli. 

« Tant diz que j'ay bonne audience, je veil compter (93*). » 
« Tantdiz que quelqu'ung s'avancera de dire quelque bon compte, 
j'en feray ung petit (84*). » Tant diz que les aultres penseront et 
à leur memoire ramainront aucuns cas advenuz et perpetrez, je 
vous compteray (37*). « Tant diz que l'on me preste audience et 
que ame ne s'avance je vous compteray » e l'Autore con- 
clude, rivolgendosi non a lettori ma ad ascoltatori, con la formula 
varie volte adoperata: « Ainsi qu'avez oy » (39* e altrove). 

L'inspirazione dello scrittore francese va pertanto dal Boc- 
caccio ai Poggio ed al primo, non meno che al secondo, chiede 
materia pel suo novelliere. 



1 Premierfait, Traduz. del Decamerone. — H titolo indicato leggesi nelle varie 
edizioni che vanno dal 1485 al 1541. 



6 # LE CENT NOUVELLES NOUVELLES. 

Per le assomiglianze che troveremo con altri scrittori, col 
Sacchetti, con ser Giovanni Fiorentino, col Sercambi e col Cor- 
nazzano valga quello ch'io dissi già nella prefazione, sull'incer- 
tezza del determinarne la fonte. Notiamo, intanto, che oltre alla 
larga influenza italiana, concorsero a formare le C. N. N. molti 
racconti preesistenti già nell' età di mezzo , trasmessi al nostro 
autore dalla tradizione orale o in altra guisa. 

Uscendo dallo stretto tema impostomi, ho tenuto conto anche 
di queste fonti, perchè in vari casi m'era duopo di mettere a 
confronto d'una redazione italiana una medioevale, per determi- 
nare la generatrice più probabile. Così incominciata la ricerca nei 
fabliaux, ebbi ad accorgermi che i commentatori del La Sale erano, 
qualche volta, nelle loro indagini, usciti di strada, cercando lon- 
tano quello che potevano trovare vicino. 

Non è quindi da credere che l'opera del nostro autore sia, in 

tutto, derivazione dell'arte nostra. Essa sorse da elementi diversi 

e la novella popolare francese vi ebbe pure una parte notevole. 

> Il trascurarla sarebbe equivalso a presentare le C. N. N. sotto un 

aspetto solo, in modo quindi imperfetto ed atto a trarre in errore. 

Non ci fermeremo a discutere se i supposti interlocutori delle 
C. N. N. abbiano veramente esposte le storielle e gli aneddoti che 
loro vengono attribuiti e se, meno che per una, il La Sale, invece 
d' esserne l' autore altro non sia che il compilatore, incaricato di 
raccoglierle e di dare loro veste letteraria. L'importanza inventiva 
di questa raccolta è così scarsa, che il pregio suo consiste quasi 
unicamente nell' arte con cui i vari argomenti sono svolti, sicché 
in ogni ipotesi il merito principale del libro rimane sempre al La 
Sale stesso. 

Giova inoltre avvertire che, oltre al fatto d'essere la finzione 
degli interlocutori troppo comune, perchè ad essa abbiasi a prestar 
fede tanto leggermente, niuno meglio del nostro scrittore era in 
grado di ripetere al castello di Genappè i racconti letti od uditi 
in Italia. L'importazione italiana è certamente opera sua. 

Resta a vedersi il merito del libro. E il merito è, diciamolo 

subito, superiore a quanto generalmente si crede. L' umanesimo 

nostro non avea soltanto sfiorato l'animo d6l cortigiano del duca 

di Borgogna ; egli aveva saputo in parte comprenderne, in parte 

^assimilarsene il carattere. 

/ La forza principale del suo stile è un certo scetticismo degli 

/ uomini e delle cose, una bonomia maliziosa ed ironica instillatagli 



LE CENT NOUVELLES NOUVELLES. 7 

dalla lettura del Boccaccio e dal Poggio. Sentite, a mo' d'esempio, 
come sottolinea certe debolezze di ecclesiastici : « Comme il est au- 
jourd'huy largement de prestres et curez qui sont si gentilz que 
nulles des folies que font et commettent les gens laiz ne leur sont 
impossibles ne difficiles, avoit n'a guères en ung bon village de Pi- 
cardie ung maistre cure qui fasoit rage d'amer par amour » (44'). E 
'altrove (56'): « Ceste borine damoiselle s'accointa d'un cure qui estoit 
son voisin de demye lieue, et furent tant voisins et tant privez 
l'un de l'autre que le bon cure tenoit le lieu du gentilhomme 
toutes foiz qu'il estoit dehors. » 

E con che garbo non manca di fare , a tempo opportuno , le 
sue osservazioni maliziosette ! D' un fedele amico, che ha giurato 
il segreto, nota che: « il tint si secret son cas que chascun en fut 
adverty » (40*). Alle indulgenze di Roma accenna con una frase 
che dice e non dice e lascia libero il commento : « Les pardons 
qui furent a Romme, qui sont telz que chascun S9ait.... » (42'). 

La sua donna è sempre, nei facili costumi, non dissimile da quelle 
che le novelle del medio evo ci presentano ed a lei fanno contrappo- 
sto gli amanti sensuali e i mariti brutali e crudeli. Qua e là però 
qualche gentile figura, inspiratagli dal Boccaccio, fa capolino e la 
storia delle sventure di due amanti (98') dolcemente ci commuove. 
Nei fabliaux e nei racconti popolari non c'è satira. La satira presup- 
pone un'attitudine riflessa dello spirito del narratore e uno sdegno 
che sorge da una idealità offesa. E neppure nel La Sale c'è sa- 
tira, propriamente detta, però la sua ironia, qualche volta, ci si 
avvicina. Così discorrendoci di certe spose, che, a loro insaputa, 
avevano dormito con dei francescani, (i soliti cordeliers di queste 

storielle), osserva subito, maliziosamente: « Elles en fussent 

mortes de dueil s'elles en sceussent la vérité, comme on en voit 
tous les jours morir de moindre cas et à mains d'achoison » (30'). 
« Pensez » soggiunge altrove discorrendo d' una donna , che fin- 
geva di dormire in una critica situazione, « pensez , si la bonne 
femme eust sceu le fait du chareton qu'elle l'eust fort plus greve 
que son mary ne disoit. Combien que depuis le chareton le ra- 
compta en la fa<;on que avez oye, sinon qu'elle ne dormoit point; 
non^pas que le veille croire » (7 a ). 
/ Lo stile è generalmente piano, appropriato alla natura dell'o- 
pera: tuttavia, qualche volta, volendo innalzarsi a voli arditi, gli 
mancano l'ali e cade nelle forme ricercate e strane. E allora ab- 
biamo : « les yeuls, archiers du coeur » (1'), allora un testimonio di 

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8 LE CENT NOUVELLES XOUVELLES. 

fatto doloroso è detto « notaire du desplaisir » (36*), un valoroso 
cavaliere « le vray registre d'honneur » (35*), e i segni precursori 
d'un male € les levriers et limiers d'une maladie. » Ma queste 
forme non sono, fortunatamente, molte. 

Nell'esporre le sue novelle, l'autore procede senza la menoma 
pretesa : « Une joyeuse adventure que je mettray yci pour croi- 
stre mon nombre » (85*); € Pour continuer le propos de nouvelles 
histoires » (9*); « Pour accroistre et amplier mon nombre des nou- 
velles que j'ay promis compter » (90*). Si direbbe che molto si 
preoccupi di raggiungere il numero prestabilito di cento; però tali 
preamboli egli adopera, sopratutto, per entrare in materia libera- 
mente. La scena dei suoi racconti è, nella maggior parte dei casi, 
la Borgogna, Parigi o Londra. In Italia essa trovasi due volte 
sole; ma all'Italia ricorre anche altrove il suo pensiero, dove, per 
esempio, discorre della gelosia degli italiani (37*) e dell'università 
di « Bouloigne la crasse » (100*). 

~ Le novelle non danno occasione né a ragionamenti, ne a con- 
clusioni morali. In questo l'autore si distacca dal Boccaccio, per se- 
guire, più da vicino, il Poggio. Quindi egli racconta non per altro 
fine, che per dilettare, ed, in generale, può dirsi che raggiunga il suo 
intento, per "quanto non possegga sempre l'arte di tacere quel che 
va taciuto e d' accennare a cosa libera, sorvolando. Così la parola, 
spesse volte, lo tradisce e lo fa apparire più rozzo di quello che 
non sia abitualmente. Di questo, però, la colpa non è sempre sua, 
che il facetiarum libellus, non è certo più castigato. 

Né mancano pitture efficaci ed osservazioni argute. Ben rap- 
presentato è il borghese della prima novella, superbo dell'amicizia 
e delle festose accoglienze dell'amante della moglie e tanto più 
gonzo, quanto più si crede furbo ; comico assai l' ubbriaco che 
vuol farsi seppellire per morto e che s'accontenta poi « d'estre 
ensevely entre deux linceux (6*) » ; briosa la risposta della gio- 
vane, che, ad un cavaliere che si lamenta d'essere stato posposto 
ad un volgare carrettiere, risponde: € il vint à l'heure qu'il falloit 
venir » (54*). f 

Sebbene il La Sale sia, per molte ragioni, un novelliere ari- 
stocratico, per cui i bourgeois sono argomenti di risa e di beffe, 
non manca però di dimostrare una certa larghezza d' idee, rare 

1 La novella reca il titolo L'heure du berger benché l'avventura sia attribuita 
ad un carrettiere, sicché, nel linguaggio comune, entrarono ben presto le due espres- 
sioni l'heure du berger e Vheure du citar tier per indicare il momento propizio per im- 



LE CENT NOUVELLES NOUVELLES. 9 

davvero nel suo paese e nel suo tempo. Rammentiamo il genti- 
luomo che permette a sua sorella di sposare un umile pastore. « Et 
quand il estoit en lieu que l'on en devisoit et on disoit que c'estoit 
merveille qu'il n'avoit fait batre ou tuer le bergier, il respondoit 
que jamais ne pourroit vouloir mal à rien que sa seur amast, et 
que trop mieulx vouloit avoir le bergier à beau-frère, au gre de sa 
seur, que ung aultre bien grand maistre au desplaisir d'elle » (57*). 

Nella 24 1 " novella egli esalta la virtù modesta d'una povera 
giovane, che resiste alla violenza d' un oonte e gli impone rispetto, 
ed anche altrove (17*) loda l'onestà e il coraggio degli umili. 

Di ecclesiastici parla sovente, né si può dire, come abbiamo 
visto, ch'egli abbia d'essi e dei loro costumi, una stima eccessiva. 
Anzi più d' una volta ce li mostra colpevoli e puniti (56*, 32*, 60*, 
64*, 73*)fma non e' è intenzione seria di satira o di protesta e 
d' essi siBnisce col ridere, come dei mariti scipcchi, delle donne 
infedeli, e di tutto ciò efiè si prestava alla grant risée dei fabliaux. ) 

In diversi luoghi egli si rivela buon cattolico, disposto a chiu- 
dere un occhio sulle debolezze dei ministri del culto, credente 
convinto persino nel diavolo, che ci presenta: « horrible et ter- 
rible, ayant grandes et longues cornes, les griffes aguez et tren- 

chans » (70*). 

« 

E il racconto d' una lotta, corpo a corpo, tra il diavolo ed un 
cavaliere che vince « par la vertu du saint sacrement de baptesme » 
e gli strappa un corno. « Viennent tous les aultres qui en enfer 
sont, — esclama il cavaliere animato da sacro entusiasmo — tant 
que ceste enseigne demeure, je ne les crains; vive, vive nostre be- 
noist Dieu, qui ses chevaliers de telles armes scet adouber. » 

Così la paurosa leggenda dei tempi ascetici continua e la ri- 
troveremo ancor vegeta nei novellieri popolari del XVI secolo. 
Né questo può destar meraviglia. Anche il Poggio, in una civiltà 
ben più matura, si compiace di narrare strani prodigi e combat- 
timenti tra diavoli ed uomini (97*, 98*, 105*, 106* ecc.) intramezzati 

prese amorose. Trovo due esempi di tale divulgazione nel teatro francese del XVI 
sec. Il primo ò in quella curiosissima commedia, tutta composta di brani di can- 
zoni popolari e che s' intitola per l'appunto La comédie dea charuona ove cantasi : 

* Il n'ost rien de plus cher 
[Que] l'heure da bergor. . 

L'altro leggesi nelle Neapólitaines di Francesco d'Amboise : « Si n 'est-elle point mar- 
rie d'avoir esté priée, ny ne scaura jamais manvais gre a celui qui en porterà la 
parolle, et fust-ce à l'heure du Chartier. » (V^gg' l'ediz. de\V Ancien thé&tre franqoùt 
di Violiet-Le-Duc Paris 1856, voi. IX, p. 200; voi. VII, p. 247.) 



10 LE CENT NOUVELLES NOUVELLES. 

da aneddoti osceni, sicohè i timori dell' inferno s' acboppfono stra- 
namente ad una sovrabbondanza di colpevole sensualità. 

La lingua delle G. N. N. benché incerta nelle parole e nelle 
forme, segna un notevole progresso sugli altri scritti di quel tempo. 
Anzi, messa a confronto dei novellieri del XVI sec. , anche sotto 
questo riguardo — ove si eccettuino VHeptaniéron ed i Ioyeux 
devis — la raccolta del La Sale non appare ad essi inferiore, 
specie paragonandola al Grand Parangon ed ai Comptes del Saint- 
Denis, di cui la forma e la lingua sono spesso meno accurate ed 
espressive. 

Nel XV sec. la Francia già incominciava l'opera del suo Rina- 
scimento e il La Sale prelude al Des Periers e al Rabelais ; a quel 
periodo insomma che s'è convenuto di chiamare col nome di 
esprit gaulois, ma in cui lo spirito italiano ha pure così larga e 
notevole parte. 



NOTE COMPARATIVE. 



Nov. 1. — D'ung qui trouva fa^on de jouyr de la femme de son voisin, 
lequel il avoit envoyó dehors pour plus aisiement en jouyr; et luy, retournó 
de son voyaige, le trouva qui se baignoit avec sa femme. Et non saichant 
que ce fust elle, la voulut veoir ; et permis luy fut de seulement en veoir le 
derriere; et alors jugea que ce luy sembla sa femme, mais croire ne Tosa. 
Et sur ce, se partit et vint trouver sa femme à son ostel, qu'on avoit boutée 
hors par une poterne de derriere; et luy compta l'imaginacion qu'il avoit 
eue sur elle, dont il se repentoit. — (Parigi, ediz. Garnier, 1893). 

Il Bédier, commentando il fabliau: € Les deux changeors » 
(Eecueil Montaiglón. Raynaud, Parigi, .1872-1890, v. 1, p. 245) 
osserva : « je ne connais pas de conte qui renouvelle avec une suf- 
fisante ressemblance, la doublé épreuve du fabliau. » Infatti nelle 
redazioni posteriori, trattasi generalmente d' una prova sola. Però 
la relazione tra il fabliau cit. e questa novella è notevole e più 
notevole ancora parmi la sua assomiglianza col Pecorone (g. II, 
n. 2) il quale, nelle due prove, ci presenta la redazione che più 
s' avvicina ai deux changeors, invano ricercata dal Bédier. « Un 
amante, per vendicarsi della sua innamorata, che gli avea fatto 
provare un grandissimo spavento, la fa venire in casa sua e co- 
ricarsi e poi la fa vedere al marito, coprendole il viso. » 

Questo racconto dovea essere allora assai diffuso in Italia 
almeno a giudicarne dalle imitazioni successive dello Straparola 
(n. 2, f. 2) , del Bandello (1 , n. 3) e d' altri. (Vedi Rua, Le pia- 
cevoli notti ecc. G. stor. d. leti. it. XV, XVI, 1890) e Gorra, Il 
Pecorone (p. 230 e seg. *). Essa vive ancora nelle nostre tradizioni 
orali, p. e., nel « Lu Custureri » siciliano. (Pitró, Fiabe, nov, ecc. 
Palermo, 1875, v. 3, p. 308. — Vedi pure note e riscontri del- 
l' Imbriani, ibidem). 

Nell'episodio del passaggio da una casa all'altra, osserva il 
D'Ancona (Note alle nov. del Sercambi, ediz. Romagnoli, Bologna, 

1 E. Gorra, L'autore del Pecorone (Giorn. stor. lett. it. XV). — Studi di critica 
letteraria, Bologna, 1892. 



12 NOTE COMPARATIVE. 

1871) la novella francese ricorda la XIII dell'autore lucchese, De 
furto unius mulieris, che s'inspira probabilmente al « Libro dei 
sette savi. » Se l'inspirazione della novella del La Sale sia francese 
ovvero italiana, non si può determinare con sufficiente sicurezza. Il 
Brantòme l'imitò alla sua volta, e la sua imitazione venne re- 
putata da molti, anche dal Lacroix, fonte storica (disc. 1, Barnes 
galantes) delle 0. N. N. 

Per l' imitazione fattane dal Troyes e per tutte le imitazioni 
che questo autore fece dell'opera del La Sale, rimando alle mie 
note relative al Grand Parangon, 

Nov. 2. — D'une jeune fille qui avoit le mal de broches, laquelle creva 
à ung cordelier qui la vouloit mediciner, ung seul bon oeil qu'il avoit; et 
aussi du procès qui s'ensuyvit. 

Ricordo l'assomiglianza notevole col fabliau Des III meschines 
(M. E. Ili, p. 76), sfuggita ai commentatori delle 0. N. N. 

Nov. 3. — De la tromperie que list ung chevalier à la femme de son 
musnier à laquelle bailloit à entendre que son e... luy cherroit s'il n'estoit 
recoigné; et ainsi par plusieurs fois le luy recoigna. Et le musnier, de ce 
adverty, pescha puis après dedans le corps de la femme dudit chevalier ung 
dyamant qu'elle avoit perdu en soy baignant; et pescha si bien et si avant 
qu'il le trouva. 

Nella facezia Talio del Poggio si svolge un argomento assai 
simile ed essa può quindi ritenersi fonte diretta. Posteriormente 
tale racconto appare in molte redazioni letterarie e popolari. Ri- 
cordiamo, per l'aneddoto della pesca dell'anello, il 16° dei pro- 
verbi di Cinzio delli Fabrizii *, Chi non ha ventura non vada a 
pescar ed altre assomiglianze indicate dal Rua (pag. 249 op. cit.), 
nel Ricciardetto (e. XXX) e nello Straparola (VI, 1). — Il Rua 
non ebbe però presente la terza delle 0. N. N. Per le redazioni 
popolari moderne di questo racconto, veggasi nella Kruptadia 
(Heilbronn, Henninger, voi. IV, 1885-1888) la nota comparativa 
alla nov. 43*, Le pope et le moujik (IV, pag. 210-213) e nelle 
« Schwedische Schwanke und Aberglauben », Der verstellte Doctor 
(Krupt. 2°). Cfr. pure il mio commento alla nov. 9* del Des Periers. 



1 Libro delle origini delli vulgari proverbi (45 prov. spiegati in terza rima). Vine- 
zia, Vitali, 1526 (edizione rarissima). — Veggansi gli studi e notizie relative del 
Lenike, Iahrbuch f. rom. n. engl. Ut. i w band. Berlin 1859, pag. 298-319; e del Bua, 
G. st. d. lett it. XVIII, 1891. 



NOTE COMPARATIVE. 13 

Nov. 4. — D'ung archier Escossois qui fut amoureux d'une belle et gente 
damoiselle, femme d'un eschoppier, laquelle, par le commandement de son 
mary, assigna jour audit Escossois; et, de fait, garny de sa grande espée, 
y comparut et besoigna tant qu'il voulut, present ledit eschoppier qui de 
paour s'estoit caiché en la ruelle de son lit, et tout povoit veoir et ouyr 
plainement ecc. 

Prima che le C. N. N. venissero pubblicate, questo argomento 
era già stato svolto due volte dall' Arienti nelle sue Porrettane. 
Nella 52*, su cui avremo occasione d'intrattenerci tra poco, e»nella 
36* € Liparello da Garnaglioni, s'asconde in una cassa, ordena 
con la moglie dia la posta a dom Petruzzo per bastonarlo, il qual 
viene, e sopra la cassa con la moglie (di Liparello) se dà piacere. » 
La 52* è nella parte prima maggiormente simile. Posteriormente 
il Cornazzano (Milano 1503) dava un'altra versione di tale no- 
vella, nel 2° prov. € Ohi cosi vuole, così abbia », che il Domeniohi 
riproduceva (2* n. 15*). Trattasi quindi d' un aneddoto, ai tempi 
del La Sale, assai diffuso in Italia. 1 

Nov. 8. — D'un compaignon picart demourant à Brucelles, lequel en- 
grossa la fille de son maistre ; et, à ceste cause, print congié de haulte heure 
et vint en Picardie soy marier. Et tost après son partement, la mere de la 
fille s'apperceut de l'encoleure de sadicte fille, laquelle, à quelque meschief 
que ce feust, confessa à sa mere le cas tei qu'il estoit; et sa mere la ren- 
voya devers ledit compaignon pour luy deffaire ce qu'il lui avoit falt. Et du 
reffuz que la nouvelle mariée fist audit compaignon, et du compte qu'elle 
luy compta; à l'occasion duquel d'elle se departit incontinent et retourna à 
sa premiere amoureuse. 

Nell'aneddoto principale pare inspirarsi alla Repensa merces 
del Poggio. 

Si confrontino i passi seguenti: 

La nuova sposa dell' autore italiano, avendo veduto il marito, 
con altra donna, si mette in sospetto : € Aliquid suspicans mali , 
noctu rogavit virum, ecquid ille sibi voluisset risus. Tergiver- 
santem detundendo compiili t, ut fabulam referret, et simul illius 
stultitiam accusaret. Tum uxor: Contristetur illam Deus quae 
tam fuit amens, ut id notum fecisset matri. Quid enim opus erat, 
ut matri vestrum concubitum referret? Me quidem noster famulus 

1 Pel Finto morto della novella 6» veggasi il mio commento al 41* dei Compie* 
du monde adventureux. 

Della nov. 7* Lo Charreton , oltre V imitazione del Malespini (Duecento novelle, 
p. 2, n. 77) che riprodusse buon numero delle C. N. N., rammento due redazioni 
popolari moderne : Le soldat dort etc. (Krupt. voi. I) e il 25° dei Contea Picard» (ib. III). 



\ 



14 NOTE COMPARATIVE. 



amplius centies cognovit, neque ullum unquam verbuin a me 
innotuit matri. » 

E la redazione francese: « Commenti, dit-elle, dictes-vous qu'elle 
dist à sa mère que vous aviez couché avec elle? Oy, par ma foy ! 
dit-il, elle luy cogneut tout. Par mon serment ! dist-elle, elle 
monstra bien qu'elle estoit beste; le charreton de nostre maison 
a couché avecques moy plus de quarante nuiz, mais vous n'avez 
garde que j'en deisse oncques ung seul mot a ma mere; je m'en 
suis bien gardée. » Lo stesso tema svolgeva l'Arienti nelle sue Por- 
rettane. « Messer Ludovico Araldo della communità di Bologna 
va dalla sposa, e con lei prende piacere, la madre di lei sente e 
si turba e disfa la parentela e egli allegro di quello che ha fatto 
ne prende un' altra e poi si trova vituperato » (n. 30°). 

I nostri novellatori posteriori al XV secolo, trattarono sovente 
questo argomento. Ricordo fra essi il Fortini (Giornate, 24,* cfr. Ul- 
rich ! pag. 84), il Domenichi (pag. 37, ed. Venezia), e il Malaspini 
(II, 18). 

Nov. 9. — D'ung chevalier de Bourgoigne, lequel estoit tant amoureux 
d'une des chàmberieres de sa femme, que c'estoit merveille ; et cuidant cou- 
chier avec ladicte chamberiere, coucha avec sa femme, laquelle estoit couchée 
au lit de sadicte chamberiere. Et aussi comment il fist ung aultre chevalier 
son voisin, par son ordonnance, couchier avec sadicte femme, cuidant veri- 
tablement que ce fust la chamberiere, de laquelle chose il fut depuis bien 
mal content, jà soit que la dame n'en sceust riens, et ne cuidoit avoir eu 
que son mary, comme ie croy. 

E fra i temi più diffusi della novellistica medioevale e moderna. 

Come fonte indiretta può questa novella ricollegarsi al fabliau 
Le meunier d'Arleux (Mont. voi. 2, p. 31 ecc.), ma per fonte di- 
retta riconosce due facezie del Poggio, la XXVI Vir sibi cornua 
promovens e la XLI Le quinque ova. 

Delle molte redazioni che si fecero in Italia di tale aneddoto, 
la più vicina al fabliau citato è quella del Sacchetti (206*) a cui 
forse il Poggio s' inspirò e che ricorda pure notevolmente la 9* 
delle C. N. N. « Farinello da Rieti mugnaio, essendo innamorato 
di monna Collagia, la moglie sua, sappiendolo, fa tanto, che nella 
casa e nel letto di monna Collagia entra, e per parte della donna 

1 Ein Beitrag zur Geschichte der italienischen novelle von Jacob Ulrich (art. inse- 
rito nel Festschrifl per la riunione dei filologi tedeschi). Zurich, 1887. Contiene an- 
che notizie delle Notti del Fortini, tuttora inedite; le Giornate vennero pubblicate 
a cura del Giornale di erudizione, Firenze 18^-90. 



NOTE COMPARATIVE. 15 

amata Farinello va a giacere con lei, e credendo avere a fare con 
monna Collagia, ha a fare con la moglie. » Nella novella del 
Sacchetti abbiamo poi l'episodio del marito, che avuta la stia 
parte di nozze, invia un amico al suo posto. Nel Poggio, invece 
del mugnaio del fabliau e del Sacchetti, l'avventura è attribuita 
a un tintore e la donna che va al molino per macinare è sosti- 
tuita, come nella novella francese, da una cameriera. Però e' è 
questo di diverso, che il marito ha due aiutanti, invece d'uno. 

Lo stesso argomento è pure svolto nella 2* novella del 
«Mambriano» (cfr. Rua, Nov. del Mambriano, Torino, 1888) ed 
il protagonista di questa è un mercante d'Egitto. Il Bua ha dato 
un elenco numerosissimo di riscontri (op. cit., pag. 44-45). Ricor- 
diamo la novella 5* di Ser Giovanni Forteguerri, che illustra 
il proverbio € chi fa quello eh' egli non debbe, gli interviene 
quello ch'ei non crede » la 26* del Sennini, la 14* g. 1 1 del Fortini 
(Ulrich, op. cit., p. 86) e fra le novelle francesi del XVI sec, l'8* 
dell' Heptaméron e la 35* di Nicola de Troyes (v. comm. a queste). 

Di mariti ingannati da quiproquo e che tacciono alle mogli 
l'inganno di cui furono vittime, abbiamo una variante nella 30* 
delle C. N. N. Les trois cordeliers. 

Nov. 11. — D'ung paillart jaloux qui après plusieurs offrandes faictes à 
plusieurs sainetz, pour le remede de sa maladie de jalousie, lequel offri t 
une chandelle au dyable qu'on paint communement dessoubz saint Michel; 
et du songe qu'il songea, et de ce qu'il luy advint à son reveiller. 

E, senza differenze sostanziali, una traduzione ampliata del- 
VAnnulus del Poggio. Il racconto pare fosse assai diffuso nel XV e 
XVI secolo e vive ancor oggi nella tradizione popolare. Tutti ram- 
mentano la nota satira dell' Ariosto, cui s' inspirò il La Fontaine 
e il racconto del Rabelais (Pantagruel, lib. 3, cap. 28) in cui nar- 
rasi di Hans Carvel, che, con identico risultato, invocò l'aiuto 
del diavolo. 

Nov. 12. — D'ung Hollandois, qui, nuyt et jour, à toute heure, ne cessoit 
d'assaillir sa femme au jeu d'amours ; et comment d'ad venture il la rua par 
terre, en passali t par ung bois, soubz ung grant arbre sur lequel estoit ung 
laboureur qui avoit perdu son veau. Et, en faisant inventoire des beaux 
membres de sa femme, dist qu'il veoit tant de belles choses et quasi tout le 
monde ; à qui le laboureur demanda s'il veoit pas son veau qu'il cherchoit, 
duquel il disoit qu'il luy sembloit en veoir la queué. 



16 NOTE COMPARATIVE. 

E un argomento che il La Sale ripete, con alcune varianti/' 
nella 46* novella « les poires payées. » I due racconti dell'autore 
inspiransi &\Y Asinus perditus del Poggio, in cui il contadino, 
invece d'un vitello, cerca un asino ed invece di trovarsi su un 
albero è appiattato sotto al letto. La facezia, però, è identica. 

Tale racconto trovasi diffuso nella novellistica popolare moderna. 
Bicordo la facezia svedese € Der Pfarrer, der niemals gesehen 
hatte », che è assomigliantissima. (Krupt. v. 2 e , p.» 193-195). 

Nov. 14. — De l'hermite qui deceut la fille d'une pauvre femme, et luy 
faisoit acroire que sa fille auroit ung filz de luy, qui seroit pape ; et adone, 
quand vint à l'enfanter, ce fut une fille; et ainsi fut Peni busche du faulx 
hermite descouverte, qui à ceste cause s'enfouyt du pays. 

S'inspira al Decamerone (IV, 2) e frate Alberto è riprodotto 
nell'eremita. Però oltre a questa redazione italiana, l'autore fran- 
cese doveva aver presente la facezia poggiàna del Papae fàbri- 
cator, cui assomiglia anche nel titolo. 

Anche Masuccio svolse simile argomento (Novellino, t. 1, n. 11), 
che trovasi nel Fortini (Novella di Raffaello, 2* notte. V. Ulrich 
p. 88) e che il Malespini, riprodusse poi dalle C. N. N. (n. 80*). 
Fra i riscontri della novella popolare ricordo Le frère Peintre dei 
Contes Poitevins (Krupt. Ili, p. 231-234). ■ 

Nov. 16. — D'uug chevalier de Picardie, lequel en Prusse s'en alla; et 
tandis ma dame sa femme d'ung : autre s'accointa; et, à l'heure que son 
mary retourna, elle estoit couchée avec son amy, lequel par une gracieuse 
subtilité, elle le bouta hors de sa chambre, sans que son mary le chevalier 
s'en donnast garde. 

La € gracieuse subtilité » consiste in questo che, essendo il 
marito cieco da un occhio, la moglie finge d'aver sognato ch'egli 
abbia riavuta la vista e coprendogli con una mano l'occhio sano, 
dà tempo all' amante di fuggire. Il Iacob crede di trovare la fonte 
di tale novella nel Decamerone (n. VI, g. 7*), ma la narrazione 
del Boccaccio che ricollegasi al noto fabliau De la mauvaise famne, 
non riproduce l'aneddoto del « Borgne aveugle », che è la carat- 
teristica del racconto francese. 

Tale aneddoto però trovavasi in Italia al tempo del La Sale 
e l'Arienti lo riproduce, tale e quale, senza cambiare neppure il 

i La 15* novella La nonne scavante, trovasi pure nel Cornazzano (V. prov. 15» 
Tu non sei quello). Fu imitata anche dal Malespini (p. 11, n. 70). 



NOTE COMPARATIVE. 17 

luogo della scena, nella 2* delle sue Porrettane. e La moglie di 
Marchesino Ottabuoni da Firenze con motteggevole atto e parole 
inganna il marito, e libera il nepote del re di Francia, ch'era a 
giacer con lei. » Qualcosa di simile trovasi nel Violier des hist. 
romaines (v. Grand Parangon) al cap. CXLVI, ove una moglie 
salva se e l'amante nel modo raccontato dalle 0. N. N. cioè co- 
prendogli l' occhio buono, sotto pretesto di « le mediciner. » 

Il Bandello ne dà un' altra redazione assai simile (p. 1*, n. 23*), 
che forse fu presente a Margherita nella 6* dell' Heptaméron (v. 
commento). ' 

Nov. 18. — D'ung gentil homme de Bourgoigne, lequel trouva facon, 
moyennant dix escuz qu'il fiat bailler à la chamberiere, de coucher avecques 
elle; mais, avant qu'il voulsist partir de sa chambre, il eut ses dix escuz 
et se fist porter sur les espaulles de ladicte chamberiere par la chambre de 
Toste ecc. 

Nella forma in cui è esposta, questa novella, eh' io mi sappia, 
non ha fonte diretta. Però nel concetto ohe la domina — la donna 
che si vende, schernita — ricorda VAnser venalis del Poggio, che 
forse s' inspirò al Sacchetti (framm. della 231* nov.) e la nov. 2*, 
g. 8* del Decamerone. 

Anche nei fabliau* c'è qualcosa di simile. Cfr. Le Bouchier 
d' Abevile (Mont. B. Ili, p. 227) e le note comparative del Mon- 
taiglon stesso (B. cit., p. 420). Per le attinenze di questo fabliau 
col Boccaccio ed, in generale, per l' incertezza di tali determina- 
zioni veggasi Bartoli, 11 Decamer. nelle sue attinenze colla nov. 
europea (Riv. Europea, XIV, p. 231-234 e p. 423-425). 

Nov. 19. — D'ung marchant d'Angleterre, duquel la femme, en son ab- 
sence, fist ung enfant, et disoit qu'il estoit sien; et comment il s'en despescha 
gracieusemen t ; comme elle luy avoit baillé à croire qu'il estoit venu de 
neige, aussi pareillement au soleil comme la neige s'estoit fondu. 

L'assomiglianza col fabliau del fanciullo fuso dal sole (B. 
Montaiglon, v. 1, p. 162) è così evidente, che la discendenza in- 
diretta da esso non può mettersi in dubbio. Bicordo però che ante- 
riormente al La Sale, il Sercainbi, in Italia, trattava lo stesso tema 
(nov. 90, ediz. Benier, Torino, Loescher, 1889, p. 316) De malitia 



1 La 17* delle C. N. N. Le conseiller au buUteau, fu imitata dal Bandello (p. 11, 
17-). Cfr. comm. alla 69* nov. ùq\V Heptaméron, in cui riproducesi lo stesso aneddoto. 



18 NOTE COMPARATIVE. 

mulieris adullerae et simile malitia viri e che un riscontro lon- 
tano trovasi pure nella prima delle facezie poggiane. 

Un' altra redazione ce l' offre il Libro di novelle antiche (ediz. 
Romagnoli, nov. 35*) ed è tratta dalle favole d'Esopo pubbli- 
cate da Gaetano Ghivizzani. « Dell' argomento riguardante questa 
novelletta, dice lo Zambrini, che leggesi nella stampa fiorentina 
di Francesco Bonaccorsi fatta nel 1496, non so che se ne fosse 
trattato in antecedenza da altri scrittori volgari. (?) So tuttavia che 
messer Agnolo di Firenzuola se ne valse e ne compilò una graziosa 
novella che inserì nella prima veste de' discorsi degli animali. » 

Per varie riproduzioni, cfr. le note del Montaiglon al fabliau 
citato (voi. 2°, p. 296), e quelle del Bédier (p. 416, op. cit.). Il 
Rua, che nelle sue diligenti note alla novella del Sercambi non 
ebbe però presente la redazione delle C. N. N., indica diversi 
riscontri italiani. l 

Nov. 24. — D'ung conte qui une très belle et gente fille, Tune de ses 
subjectes, cuida decevoir par force; et comment elle s'en eschappa par le 
moyen de ses houseaux ; mais depuis l'en prisa très fort, et l'aida à marier. 

Leroux de Lincy, nella edizione di Parigi del 1841 , indica 
come fonte di questa novella, un'antica ballata inglese (Percy's 
Relict of the ancient poetry), eh' io non ho presente. Giova però 
rammentare che il racconto di giovinette, che resistono nobilmente 
alle seduzioni dei potenti, trova riscontri nel Boccaccio (Dee. II , 
nov. 8*; I, nov. 5 a ; X, nov. 7* e specialmente la nov. 6* della stessa 
giornata): e II re Carlo vecchio vittorioso, d'una giovinetta inna- 
moratosi, vergognandosi del suo folle pensiero, lei, et una sua 
sorella onorevolmente marita. » Cfr. per questa assomiglianza il 
commento alla nov. 42* dell' Heptaméron, che svolge pure un tema 
simile. * 

i La 20e 21» delle C. N. N. s'inspirano, nel rimedio trovato dallo sciocco ma- 
rito e nella cura dell 7 abbadessa, alla fac. del Poggio intitolata Prìapi virtus. Per 
altri riscontri cfr. Krupt. Voi. IV, p. 2-13 e seguenti. 

La 22* fu riprodotta quasi letteralmente dal Domenichi (p. 87, ed. Venezia 1581). 

La 23» ha per fonte, come osservò il Dunlop, il noto fabliau che nella raccolta 
Montaiglon reca il titolo « De celui qui bota une pierre » (Mont. R. voi. VI, pag. 
152 ecc.). Per altre imitazioni veggasi il commento del Bédier al fabliau citato 
(p. 408 ecc.) e le note del Iacob (ediz. C. N. N. 1858). Essa fu pure riprodotta dal 
Bandello (p. 1», 53'). 

2 La 25» delle C. N. N. trovasi diffusa nella tradizione popolare romagnola e 
suppongo anche in altre italiane. Cfr. una redazione fiamminga (Krupt. 29*, voi. IV 
p. H42). Per al 27» cfr. comm. alla 88.» 



"* 



NOTE COMPARATIVE. 19 

^Nov. 82. — Des cordeliers d'Ostellerie en Castelogne, qui prindrent le 
disme des femmes de la ville; et comment il fut sceu, et quelle punition 
pur le seigneur et ses subjetz en fut faicte. 

Trae sua origine dalle Decimae del Poggio. 

Racconta l' autore italiano che a Bruges un prete, confessando 
una donna, le chiese se pagava una certa decima alla chiesa, in- 
ducendola così alle sue voglie. Il marito, cui la moglie ingenua- 
mente confessa ogni cosa, invita il prete a casa sua e ne trae 
vendetta, con una scherzo indecente, non però crudele. 

Nella novella francese invece s'allarga il quadro. Invece di 
una donna abbiamo tutte le dotine d'un paese, compresa la moglie 
di Monseigneur ; e , invece d* un prete, un intero convento di 
francescani. La punizione che i mariti ingannati infliggono ai 
loro ingannatori è terribile, e Si descendirent en bas en la ville, 
et vindrent au monastère; et ostèrent hors le Corpus Domini^ et 
aucuns aultres reliquiaires, et l'envoyèrent en la paroisse ; et puis 
sans plus enquerre, boutèrent le feu en divers lieux lóens , et ne 
s'en partirent tant que tout fut consumè, et moynes, et convers, 
et eglise, et dortoir, et le surplus des edifices, dont il avoit foison 
léens. » Come vedesi il La Sale, nella sua imitazione, procede li- 
beramente e sovente con vera originalità. 

Il Montaiglon (voi. III f p. 430) indica come fonte probabile 
della 32* delle C. N. N. il fabliau di Rutebeuf « De frere Denise » 
che svolge la massima: Li àbis ne fais pas Vermite^ ma il ri- 
scontro è lontanissimo e non si fa parola delle decime. 

Nov. 84. — D'une femme mariée qui assigna journée à deux compaiguons, 
lesquelz vindrent et besoignerent; et le mary tantost aprés parvint; et des 
parolles qui après en furent et de la maniere qu'ilz tindrent. 

Un'assomiglianza lontana trovasi nel fabliau e Du clerc qui 
fut repus deriere l'escrin » (Mont. R. IV, pag. 47 ecc.) ma ben 
maggiore è quella che corre tra questa e la 6* delle novelle di 
Masuccio, in cui parlasi della Maximilla vagheggiata da un prete 
e da un sarto (v. comm. al 16 dei Comptes d. m. adv.) 

Della 80* il Landau indica, come fonte, una novella del Boccaccio (Dee. Ili, 2), 
quella del « pallafrenier che giace colla moglie d'Agilulf re », ma si tratta di ri- 
scontro lontanissimo. Cfr. nov. 48* dell' Heptaniéron. 

La 81 a più che al Plicon di Iean de Condé (Mont. Itaynaud , t. VI, 156, cfr. 
Bédier p. 91) assomiglia alla 135» del Novellino, che, ove tale raccolta fosse stata 
allora conosciuta, potrebbesi reputare fonte diretta. Rimando al commento della 
1-1* delV Heptaniéron, essa pure somigliantissima al testo italiano. 



20 NOTE COMPARATIVE. 

Il Masaccio, il cui Novellino appariva undici anni prima delle 
C. N. N. ! , non può certo reputarsi imitatore dell' opera francese 
e d'altra parte nel 1476, il novelliere del La Sale doveva già 
essere composto. Può trattarsi forse d'un racconto che l'autore 
francese intese in Italia ; ma è un' ipotesi tutt' altro che sicura. 
Per altri riscontri cfr. Bédier (p. 410). 2 

Nov. 38. — D'ung bourgeois de Tours qui acheta une lamproye qu'à 
sa femme envoya pour appointer, affin de festoier son cure, et ladicte femme 
l'envoya à ung cordelier son amy, et comment elle fist coucher sa voisine 
avec sbn mary, qui fut batue, Dieu scait comment, et de ce qu'elle fist ac- 
croire à sondit mary. 

Questa novella appartiene al gruppo del fabliau Des tresces 
(R. Mont., voi. IV, p. 67 ecc.) e il Bédier (cap. VI, p. 133) ne 
presenta varie versioni, ricordando come quella delle 0. N. N. 
sia la sola in cui non si parli di treccie. Secondo la classificazione 
del Bédier, la novella del La Sale apparterrebbe al sottogruppo 
dell'Airone, in cui, come nel Der Reiher ed in altre redazioni 
simili, la collera del marito è cagionata dalla perdita di un uc- 
cello o d' altra cosa a lui cara. Essa ricorda pure nella prima parte 
il € Dit des Perdrix » (Mont. 1, 188 ecc.) e il favolello « De la 
dame qui fist entendant son mary qu'il sonjoit » (Mont. V, 132 eco.) 

Però la versione, che, fra tante, inspirò il La Sale è proba- 
bilmente quella del Boccaccio (VII, 8), assomigliante anche nel 
particolare del marito mercante. Non mancano tuttavia differenze 
notevoli. 

Nov. 41. — D'ung chevalier qui faisoit vestir à sa femme ung haubre- 
gon quant il luy vouloit faire ce que scavez, ou compter les dens; et du 
clerc qui luy apprint aultre maniere de faire, dont elle fut à peu près par 
sa bouche mesmes encusée à son mary, se n'eust esté la glose qu'elle con- 
trouva subitement. 

E notevole che questa novella si trovasse già nel Sercambi, 
quasi un secolo prima, pure non essendo probabile che il La Sale 
n'avesse notizia. 

Essa è la prima dell' appendice (ediz. Eenier cit.) e l' assomi- 
glianza, ricordata anche dal Rua (op. cit. p. 268-259), non si limita 

* Masaccio o Mazuzo, II Novellino -con le L argomenti ecc. MCCCCLXXVI, in ci- 
vitate Neapoli ecc. 

* Per la 87 a cfr. Des Periers (Joyeux Devia 16") e Domenicbi (1. n., 5. 1.) 



NOTE COMPARATIVE. 21 

all' armatura che il marito fa indossare alla donna sua, ma è anche 
nel giovane che le insegna altro modo d'amare. Varia solo al- 
quanto nell'ultima parte, perchè la moglie del Sercambi rivela, 
ingenuamente, ogni cosa al marito. l 

Nov. 49. — De celuy qui vit sa femme avec ung homme auquel elle 
donnoit tout son corps, excepté son derriere qu'elle laissoit à son mary, 
lequel la fist habiller ung jour, presens ses amys, d'une robbe de bureau et 
fi t mettre sur son derriere une belle piece d'escarlate ; et ainsi la laissa de- 
vant tous ses amis. 

Un lontano riscontro può forse trovarsi nel fabliau di Gautier 
e Connebert », (Mont. R. V, 160) ma l' ispirazione vera di questo 
aneddoto deve essere, come abbiamo accennato nella prefazione, 
italiana. 

Rammentiamo infatti la prima parte della G. VII , n. 1 del 
Pecorone, tanto somigliante, che si direbbe proprio che il La Sale 
l'avesse avuta sott' occhio. 

Si confrontino i due brani seguenti: 

e Messer Francesco vide questo giovane nella camera colla don- 
na sua scherzare, e '1 detto amante diceva : di chi è questo bocchino ? 
e basciavala ; e la donna gli rispondeva : egli è tuo. E questi oc- 
chi ladri ? sono tuoi ; e queste gote ? son tue ; e questa bella gola ? 
è tua; e questo bel petto? è tuo. E cosi le toccò tutte le parti, 
e di tutte rispose eh' erano sue ; salvo che le parti di dietro disse, 
eh' erano del marito, facendo insieme le maggiori risa del mondo. 
Sì che messer Francesco vide e udì ciò che costoro facevano e 
dicevano. Ov' è disse fra sé medesimo : lodato sia Dio, eh' io v' ho 
pure qualche parte.... poi si tornò a casa e fece fare una roba di 
taocolino alla moglie, eccetto che la parte di dietro era di scia- 
mito foderato d'ermellini, e fece fare a questo suo castello un 
bellissimo desinare. » 

e Le mary.... ne dit mot, car il veult veoir plus avant s'il 
peut.. . . Et comme le serviteur regardast sa dame, il la commence 
à rebaiser, et dit en baisant: € Ifamye, à qui est ceste belle 
bouche? C'e8t à vous, mon bel amy, dit-elle. Et je vous en mer- 
de, dit-il. Et ces beaulx yeulx ? A vous aussi, dit-elle. Et ce beau 
tetin qui tant est bien trousse, n'est-il pas de mon compte? dit-il. 
Oy, par ma foy, dit-elle, il est a vous, et non a aultre. » .... Il 

1 La 44% trovasi pure nel Morlini (24*). 

Per la 47* cfr. il commento alla 96* deWHeptainéron. 



22 NOTE COMPARATIVE. 

vint après gecter la main sur son gros derrière, et luy demanda 
eri soubzriant: « Et a qui est cecy? Il est à mon uiaiy, dit-elle, 

c'est sa part » Il marito, della novella francese, come quello 

dell'italiana, invita a desinare i parenti della sposa e gli amici 
e loro presenta la moglie vestita € d'une robe de gros bureau 
gris, et a l'endroit du derrière fist mectre une pièce de bonne 
escarlate, a manière de tasseau. > 

Però, mentre il racconto del La Sale finisce comicamente, quello 
di Ser Giovanni Fiorentino volge al tragico assomigliando in guisa 
notevole alla nov. 22* delYHeptaméron. 

L'Arienti riprodusse quest'aneddoto nella 51* e 62* delle sue Por- 
rettane. Nella prima raccontasi di « messer Lancilotto » che veste 
la moglie « mezzo di broccato d' oro e mezzo di panno rusticale. » 
Nell'altra « G-allante per giungere la moglie in adulterio, s'asconde 
sotto il letto, sente uno de li signori da Verona darse piacere con 
lei, e non ardisse mostrarse, la quale cosa mostra poi per vestire 
la moglie di strana veste ecc. » 

Nov. 50. — D'ung pere qui voulut tuer son fìlz, pource qu'il avoit voulu 
monter sur sa mere grand, et de la responso dudit fìlz. 

« 

E lo stesso argomento svolto dal Sacchetti (14*). « Come Al- 
berto, avendo a far con la matrigna, essendo dal padre trovato, 
allega con nuove ragioni piacevolmente. » 

Tra le due versioni, c'è quella del Poggio, a cui il La Sale 
deve essersi inspirato e che s'intitola: Iusta exctisatio^ ove il figlio 
è allevato fuori di casa, ciò che può spiegarne il traviamento, ed 
alla madre è sostituita, con minore efficacia, la nonna. 

Nov. 52. — De trois enseignemens que ung pere bailla à son filz, lui 
estant au lit de la mort, lesquelz ledit fìlz mist à effet au contraire de ce 
qu'il luy avoit enseigné. 

Fu pure svolto dal Sacchetti (16*) « Un giovane sanese ha tre 
comandamenti alla morte del padre; in poco tempo disubbidisce, 
e quello che ne seguita. » L'assomiglianza è notevolissima. Dei 
tre comandamenti, il primo ed il terzo corrispondono alla reda- 
zione francese ; il secondo varia, però più nel modo con cui è 
espresso, che nel senso reale, trattandosi pur sempre d'un cavallo 
morto per incuria. Uguale è pure l'avventura della moglie con 
1' episodio delle brache, dei parenti riuniti e del discorsetto col 
malcapitato sposo ; solamente nelle C. N. N. al giovane innamorato 
è sostituito un prete. 



4 
\ 



NOTE COMPARATIVE. 23 

Nov. G9. — D'ung gentil chevalier de la conte de Flandres, marie a une 
très belle et gente dame, lequel fut prisonnier en Turquie par longue espace 
durant laquelle sa bonne et loyale femme, par Pamonestement de ses amys, 
se remaria à ung aultre chevalier ; et tantost après qu'elle fut remariée, elle 
ouyt nouvelles que son premier mary revenoit de Turquie, dont par despiai- 
sance se laissa mourir, pource qu'elle avoit fait nouvelle alliance. 

C è qualcosa che ricorda 1' avventura di messer Torello o me- 
glio quello che sarebbe avvenuto a sua moglie senza 1' aiuto del 
Saladino (Dee. g. X n. 9 a ). Appartiene quindi al ciclo del « Retour 
du mari* — Veggasi la memoria del Rajna: « La novella Bocca- 
cesca del Saladino e di messer Torello » {Romania 1877, p. 359 
ecc. v. 6). l 

Nov. 73. — D'ung cure qui fut amoureux d'une sienne paroisienne, avec 
laquelle ledit cure fut trouvó par ledit mary de la gouge, par l'advertissement 
de ses voisins : et de la maniere comment ledit cure eschappa. 

Ritrovasi in un aneddoto della 73* novella del Morlini e ram- 
menta il fabliau del Prestre mis au lardier (Mont. II, p. 194). 2 

Nov. 76. — D'ung prestre chapellain à ung chevalier de Bourgoigne, lequel 
fut amoureux de la gouge dudit chevalier, et de l'adventure qui lui advint 
à cause de ses dictes amours. 

È tratta dall' aneddoto osceno del Poggio : Priapus in la- 
queOj con varianti di poco conto. Nella novella francese trattasi di 
una burla che il cavaliere fa all' innamorato d* accordo con la sua 
bella; neir originale, il laccio invece è teso dal prete stesso ed il 
Poggio si dà V aria di volere trarre una conclusione morale da 
tanta scurrilità: «Si caeteris tanto sua vitia constarent, plures 
fierent continentiores. » Anche il Sercambi nella novella 3 a svolge 
tale argomento. 

Nov. 78. — D'ung gentil homme marie, lequel s'avoulenta de faire plu- 
sieurs et loingtains voyaiges, durant lesquelz sa bonne et loyale et preude 
femme de trois gentilz compaignons s'accointa; et comment elle confessa son 
cas à son mary, quant desditz voyaiges fut retourné, cuidant le confesser 
à son cure; et de la maniere comment elle se saulva. 

Appartiene al ciclo del fabliau « Du chevalier qui fist sa fame 
confesse » (Mont. E». VI, 178. seg. Cfr. pure il fabliau del 1° voi. 

1 La 71» fu imitata dal Des Periers (n. VI). Il Domenichi poi la tradusse (L. V. 
p. 290-201) quasi lotterai monte. 

2 La 75* fu imitata dal Dos Periers (il") dal Malespini e da altri. (Cfr. comm. 
Iacob). 

3 



24 NOTE COMPARATIVE. 

p. 178). TI Liebreoht nelle note al Dunlop (op. cit. p. 490) indica un 
riscontro nel romanzo provenzale Flamenco, al quale il Bartoli non 
trova però sostanziale assomiglianza né col Decamerone, né con 
la novella italiana La donna di Marsilia (Il Decam. ecc. p. 225, 
v. XIV). La fonte probabile delle C. N. N. è da ritenersi sia il 
Decamerone (g. VII, n. 5*). « Un geloso in forma di prete con- 
fessa la moglie, al quale ella dà a vedere, che ama un prete, che 
viene a lei ogni notte ecc. » Fra le ragioni che confortano l' ipo- 
tesi di tale derivazione è principale questa, che — mentre nel fa- 
bliau non parlasi affatto del prete amante — il prete è uno dei 
« gentilz compaignons » della nov. francese ed è pure protagonista 
del Decam. I due racconti, quello del Boccaccio e quello del La Sale, 
incominciano poi similmente; il marito del primo è mercante, 
quello del secondo viaggia e la moglie, che nel fabliau è quasi 
morente , qui appare sana di mente e di corpo. Ci sono però dif- 
ferenze. Nella nov. italiana la donna ha un solo amante, tre quella 
della versione francese e mentre la prima è indotta a mancare ai 
suoi doveri dalla gelosia del marito, l'altra è mossa da avidità 
di guadagno. Per altri riscontri cfr. le note al fabliau cit. (v. 2° 
p. 297), Bédier (409) e le imitazioni italiane diverse, tra cui ne ram- 
mento una sfuggita ai commentatori, quella del Doni (nov. 3*). 

Nov. 79. — D'ung bon homme de Bourbonnais, lequel alla au conseil à 

ung saige homme dudit lieu pour son asne qu'il avoit perdu, et comment il 

croioit que miraculeusement il retrouva sondit asne. 

« 
E tratta dalla facezia del Poggio Circulator. L'autore italiano 

racconta d'un tale che fingesi medico e vende pillole purgative, 
che hanno la virtù di guarire tutti i mali. In questa prima parte, 
le due redazioni ricordano il ciclo dei finti medici, di cui è pro- 
totipo il fabliau del Vilain mire ì riprodotto, in parte, dal Poggio 
stesso, nel Xenodochium. Nelle C. N. N. alle pillole sono sostituiti 
i clisteri e il rimedio è applicato ad un contadino goffo, che cerca 
un asino, senza che il medico sappia perchè glielo somministra. 
Così il medico diventa celebre a sua insaputa, « quoy que d'un 
seul clistere toute certe renommée venist. » 

Nov. 80. — D'une jeune fille d'Alemaigne, qui, de l'age de XV à XVI 
ans, ou environ, se maria à ung gentil galant, laquelle se complaignit de ce 
que son mary avoit trop petit instrument à son gre, pource qu'elle veoit 
ung petit asne qui n'avoit que demy an, et avoit plus grand oustil que son 
mary qui avoife XXIV ou XXVI ans. 



4- 

k. . 



NOTE COMPARATIVE. 25 

Deriva dall' Aselli priapus del Poggio. È uguale, nelle due 
versioni, anche nei particolari del banchetto e in un gesto osceno 
della sposa. Solo il La Sale svolge maggiormente la prima parte 
e poi, invece di finire con lo scherzo, aggiunge altri particolari, 
togliendo efficacia al suo dire. 1 

Nov. 85. — D'ung orfevre marie à une très belle, •doulce et gracieuse 
femme et avec ce très amoureuse, par especial de son cure leur prochain 
voisin, avec lequel son mary la trouva couchée pur l'advertissement d'ung 
sien serviteur, et ce, par jalousie. 

Per questa novella che ha vari riscontri nella novellistica ita- 
liana e che può ricollegarsi col fabliau del Forgeron de Creeil, 
veggasi il mio commento al 60° dei Joyeux Devis, in cui svolgesi 
lo stesso tema. 



Nov. 88. — D'ung bon simple homme paysant, marie à une piai sante et 
gente femme, laquelle laissoit bien le boire et le mangier pour aymer par 
amours ; et, de fait, pour plus asseurement estro avec son amoureux, eufemia 
son mary au coulombier par la maniere que vous orrez. 

Per questa e la 27* (Le seigneur au bahu), in cui il marito è 
rinchiuso, anziché in un colombaio in una cassa, veggasi la face- 
zia del Poggio Fraus muliebris, inspirazione sicura della prima, 
probabile della seconda. 

Racconta V autore italiano d' una moglie, che, per essere libera 
con Tamante, dice al marito che sono venuti ad arrestarlo e lo 
rinchiude in un colombaio. La credulità dei mariti è uguale ed 
uguale è pure la comicità della scena. 

Il Iacob ricorda un racconto di Raimond Vidal (Choix des 
poésies des troubadours pubb. dal Raynouard, t. 3, p. 398) ed una 
novella del Decamerone (VII, n. 7) ma sono affinità lontane. Il 
Domenichi riprodusse la facezia poggiana (L. 3,° p. 183-184, ed. 
di Venezia cit.) ; cosi pure il Bandello nella 25.* * 



1 La nov. 82» ricorda assai una novella del Fortini (12*) « Un pastorello et una 
semplice pastorella essendosi da lungo amati vengono ad effetto del loro amore 
etc. » (v. Ulrich, p. 87). 

Nov. 83*. Fra le varie imitazioni di questa, erede il Iacob d'annoverare quella 
del Des Periers (75*). 

* La nov. #>• fu imitata dal Des Periers nella 128», che è però probabilmente 
apocrifa. 




26 NOTE COMPARATIVE. 

Per altri riscontri cfr. il commento alla « Bourgeoise d'Or- 
léans » (Mont. I, 17) fatto dal Bédier (p. 406 ecc.); ma anche con 
questo fabliau la somiglianza è poca. 

Erroneamente ricollegasi la 88 a delle C. N. N. ad una novella 
russa Les ruses des femmes (Krupt. V, nov. 71, cfr comm. voi. 
IV, p. 249), in cui, pel particolare dello zio, che afferra, per certa 
parte, il nipote, voglionsi trovare relazioni anche con la 76* del 
La Sale. 

Nov. 89. — D'ung cure qui oublia, pour negligence, ou faulte de sena, à 
annoncer le Karesme à ses parroissiens, jusques à la vigilie de Pasques fleu- 
ries, et de la maniere comment il s'excusa devers ses parroissiens. 

Non ò che una traduzione ampliata della fac. XI tt del Poggio 
in cui parlasi ugualmente d' un prete, che ignorava il giorno della 
solennità delle Palme. 

Nov. 90. — D'ung bon marchant du pays de Braibant, qui avoit sa femme 
très fort malade, doubtant qu'elle ne mourut, après plusieurs remonstrances 
et exortacions qu'il lui fìst pour le salut de son ame. luy crya mercy, la- 
quelle luy pardon na tout ce qu'il povait luy avoir meffait, exceptó seulement 
ce qu'il avoit si peu besongnó ecc. 

È la facezia del Poggio Venia vile negata. Nelle C. N. N. il 
racconto è diluito, con soverchia prolissità. 

Nov. 91. — D'ung holnme qui fut marie à une femme, laquelle estoit 
tant luxurieuse et tant chaulde sur potaige, que je cuide qu'elle fut née ès 
estuves ou à demye lieue près du soleil de midy, car il n'estoit nul, tant 
bon ouvrier fust-il, qui la peust refroidir; et comment il la cuida chastier, 
et de la response qu'elle luy bailla. 

Riconosce per fonte il Novam supplicii genus del Poggio. E 
la facezia del semplice marito, che vuol punire la moglie lussu- 
riosa, col farle « un quarteron d'enfants » e la moglie risponde, 
come cantò poi il Sedaine, rimaneggiando lo stesso tema : 

« Fais-le moi tout a l'heure et décampe demain. » 

Ebbe moltissime riproduzioni ; cfr. tra l'altre, quella del Bouchet 
(Serees, V* serée). 

Nov. 92. — D'une bourgeoise mariée qui estoit amoureuse d'ung cha- 
noine, laquelle, pour plus couvertement aller vers ledit chanoine, s'accointa 
d'une sienne voisine ; et de la noyse et débat, qui entro elles sourdit pour 
l'amour du mestier dont elles estoient. 



•i 




NOTE COMPARATIVE, 27 

E evidente la derivazione dalla Quaestio juris del Poggio. Nel 
racconto latino trattasi di due cortigiane, nel francese di due ma- 
ritate, ma il resto corre ugualmente. E fra le fonti poggiane sfug- 
gite ai commentatori delle C. N. N. . 

Nov. 93. — D'une gente femme mariée qui faignoit à son mary d'aller 
en pellerinage pour soy trouver avec le clerc de la ville son amoureux, avec 
lequel son mari la trouva ; et de la maniere qu'il tint, quant ensemble les 
vit taire le mestier que vous scavez. 

E tratta dalla facezia poggiana Quomodo calceis parcatur. 
Anche qui V autore francese traduce e in ultimo aggiunge del suo, 
senza molta efficacia. Il Portano trattò tale argomento nel libro 
terzo De sermone: « Homuntio et dicaculus ipse quidem, et co- 
ronis assuetus, ingressus domum, conspicatur uxorem amatori 
implexam, cuius ex humeris nudata cruscula, pedem autem cal- 
ceolati dependerent. Tum ille: ò mea, inquit, uxorcula, ut bene 
facis, ut rei familiari utiliter consulis, hac enim ratione toto anno 
ne par quidem calceolorum ipsa conteres, nullique rei futura est 
tibi necessaria sutoris opera. » 

Anche il Domenichi riprodusse la facezia del Poggio. (Lib. 1° 
e lib. 6° p. 30, p. 349 ed. Venezia). 

Nov. 95. -— D'ung moyne qui faignit estre très fort malade (à un doigt) 
et en dangier de mort, pour parvenir à l'amour d'une sieune voisine. 

E imitazione letterale del Poggio : Digiti tumor. Per riscontro 
assai lontano si vegga il Dee. (IX, 10), che il Landau considera 
quale fonte. 

Il Fortini svolge lo stesso argomento : « Come un frate de li 
zocoli insegnia a guarire il batareccio a una pinzocara di santo 
Francesco. » (Notti, nov. 18. Ulrich, p. 76). Anche il Fabrizi dà 
una simile versione nel 29 prov. « Prima si muta il pelo, che non 
si cambia il vezzo. > 

E novella assai diffusa nel Folklore. Cfr. Der schlimme Finger 
in « Norwegische Marchen » (Krupt. v. 1°, p. 310-314) e il suo 
commento (v. 4°, p. 252-256), in cui si riferisce una novellina 
popolare inedita toscana, intitolata « il b del curato. » 

Nov. 96. — D' ung simple et riche cure de villaige, qui par la simplesse 
avoit enterré son chien au cymctiere; pour laquelle cause il l'ut citò par 
devant son evesque: et cornine il bailla la somme de cinquanta escuz d'or 
audit evesque; et de ce quo l'evesque luy en dit, comme pourrez ouyr cy 
dessoubz. 



., J* >- _ l'fcrf-iàimM'iÈà 



28 NOTE COMPARATIVE, 

È uno dei tanti testamenti assai divulgati nel medioevo e po- 
steriormente. (Cfr. Dom. Merlini, Saggio di ricerche sulla satira 
contro il villano. Torino, 1894, pag. 56 seg. e nota). Bicordo il 
Testament de Vasne (t. 3°, p. 215 Mont.) di Eutebeuf e meglio 
una redazione orientale, in cui, invece che d'un asino, trattasi, 
come nella versione delle C. N. N., d'un cane. (Cfr. il Testament 
du chien pubblicato dall' Herbelot in bibl. orient, art. cadhi, tratto 
da una raccolta di novelle dedicata a Solimano, figlio di Selim I). 

Il testamento però che inspirava direttamente, il La Sale è a 
ritenersi sia quello del Poggio, Canis testamentum. Basta con- 
frontare i brani seguenti delle due redazioni: « pater, inquit, 
si nosceres qua prudentia caniculus fuit, non mirareris si sepul- 

turam inter homines meruit Testamentum in fine vitae condens, 

sciensque egesta tem tuam, tibi quinquaginta aureos ex testamento 
reliquit, quos mecum tuli. Tum Episcopus et testamentum et se- 
pulturam comprobans, accepta pecunia, sacerdotem absolvit. » 

« Et s'il (le chien) fut bien bon et sage en son vivant encore 
le fut il autant ou plus a sa mort, car il fist un très beau testa- 
ment, et pource qu'il savoit vostre necessitò et indigence, il vous 
ordonna cinquante escuz d'or, que je vous apporte. » 

Vedesi che V assomiglianza è persino nel numero delle monete, 
che nella redazione di Rutebeuf è di venti. Tacesi, inoltre, nella 
nov. del Poggio e del La Sale, quel particolare del fabliau che 
l'animale mettesse da parte il denaro, per giovarsene nella sua 
tarda età. 

Però la morale, che gli autori del XV° secolo ne traggono, è 
sempre quella di Eutebeuf: 

« Butebues nos dist et enseigne, 
Qui denier porte à sa besoingne 
Ne doit doutier mauvais lyens; 
Li asnes remest crestiens. > 

Il testamento del cane trovasi anche in « Facezie e motti dei 
sec. XV e XVI * (fac. 234. Bologna, Romagnoli, 1874). 

Trovasi pure nella novellistica popolare, tra cui in diverse 
versioni della Kruptadia. (Cfr. per le esequie del cane, t. 1°, nov. 
48* e per alcuni riavvicinamenti, ib. t. 4°, p. 220). 

Nov. 98. — D'ung chevalier de ce royauline, lequel avoit de sa femme 
une belle fille et très gente damoiselle aagée de XV à XVI ans, ou environ; 
mais, pource que son pere la voulut marier à ung riche chevalier ancien, 
lequel estoit son voisin, elle s'en alla avecques ung aultre jeune chevalier 



<M 



NOTE COMPARATIVE. 29 

son serviteur en amours, en tout bien et en tout honneur. Et comment par 
merveilleuse fortune ilz finirent leurs jours tous deux piteusement, sans 
iamais en nulle maniere avoir habitacion l'ung aveoques l'autre. 

C è assomiglianza con la nov. 3* g. 5* del Decamerone e molto 
più con la 31* del Masuccio, che tratta l'identico caso. D'avven- 
ture d'amanti o di sposi che fuggono, incontrando strane vicende, 
pericoli e morte, abbonda la novellistica letteraria e popolare. 
Veggasi, a questo proposito, il mio commento al 20° dei Comptes 
du Monde adveniureux. 

Nov. 99. — D'ung evesque d'Espaigne, qui par deffaulte de poisson 
mengea deux perdris en ung vendredy ; et comment il dist à ses gens qu'il 
les avoit converties, par parolles, de eh air en poissons. 

Sfuggi al Dunlop la fonte di questa novella, che è la facezia 
adi' Episcopus hispanus del Poggio. 

Osservò il Jacob (p. 37 ed. cit.): « Quoique ce conte soit bien 
ancien, on le retrouve à l'état de legende dans la vie de plusieurs 
saints, et, en l'an de gràce 1840, on a béatifió a Rome saint Jean 
de la Croix, qui, entre autres miracles, changea des perdrix en 
brochets, pour ne pas faire gras un vendredi. > 

Riferisco l' aneddoto poggiano, per dare, ancora una volta, la 
prova sicura dell' imitazione che il La Sale fece delle facezie del 
nostro umanista. 

« Episcopus hispanus iter faciens die Veneris ad hospitium 
divertit missoque servo qui pisces emeret, hic non reperiri eos 
venales, sed duas perdices patrono retulit. Ille eas emi et simul 
coqui, ac in mensa deferri jussit. Admiratus servus, qui emptas 
eas prò die Dominico crederet, quaesivit ab Episcopo, nunc eas 
esset esuras, cum tali die carnes essent prohibitae. Tum Episco- 
pus, prò piscibus, inquit, utar: multoque id magis admiranti re- 
spondit : ac nescis me sacerdotem esse ? Quid est maius, ex pane 
corpus Christi facere, an ex perdicibus pisces? factoque crucis 
signo, cum eas in pisces verti imperasset, prò piscibus usus est. » 

Come si vede, non è neppure cambiata la patria del Vescovo, 
di cui è identico il ragionamento: « Tu S9ais et congnois bien 
que par parolles moy et tous les aultres prestres faisons d'une 
hostie, qui n'est que de bled et d'eaue, le precieux corps de Jhesu- 

Crist, et ne puis-je donc pas convertir ces perdrix, qui est 

chair, en poissons? » 

Fra le imitazioni ricordo quella dell' Estienne (Àp. p. Hérod. 
cap. 39"). 




L'HEPTAMEEON. ' 



Volgeva il 1545 quando apparve a Parigi « Le Decameron de 
Messire Jehan Boccace Florentin, nouvellement traduict d'Italien 
en Francois par Maistre Anthoine le Magon, conseiller du Roy 
et tresorier de l'extraordinaire de ses guerres. » Il privilegio di 
Francesco 1°, datato da Saint-G-ermain-en Laye (2 nov. 1544) ac- 
cenna alla parte eh' ebbe a questa pubblicazione la sorella del re, 
Margherita d'Angoulème, duchessa d'Alen^on e regina di Navarra. 
Esso ricorda, infatti, avere il Madori dichiarato: « Que nostre 
trescherò et tresamée seur unicque la Royne de Navarre, Luy 
auroit coinmandó traduyre de langaige Tuscan en langaige frangois 
le Decameron » (e il permesso si concede: « affin que par la com- 
munication et lecFure dudict livre les lecteurs d'icelluy de bonne 



i Furono consultate le opere seguenti, oltre quelle che s'indicano nelle note: 
Sainte-Beuve, Causeries du lundi, t. 7. — Hubeaud, Dissertation sur V Ileptaméron. Mar- 
seille, 1859. — Edinburgh Review, 1(38, 98. Marguerite, Ileptaméron. — L. Sandret, 
Marguerite ecc. in E. d. Quest. Hist. 1 Juillet, 1873. — Eugène Réauine, Les pro- 
satemi francais du X VI siede. Paris, Didier, 1869. — Feugère, Les femmes poetes du 
XVI siede. Paris, Didier, 1868. — V. Durand, Marguerite de Valois et la cour de Fran- 
cois I. Paris, 1848. — Luro, Marguerite d'Angoulème et la Renaissance. Paris, Lévy, 
1866 — Madame d'Haussonville, Marguerite de Valois. Lèvy 1870. — I. de Saint- A- 
mand, Les femmes de la cour des dcrniers Valois. Paris, 1884. — Robinson, Margaret 
of AngouUme. London, 1889. — IL De La Ferrière, Marguerite d 'Angouléme. Paris, Lévy, 
1891. — Ampère L, La litt. frane,, au XVI siede (R. d. deux Mondcs V. XXV). — Gode- 
froy, La litt. frane, au XVI siede ecc. Paris, 1878. — Birch-Hirschfeld Gescìiichte der 
franzOsischen litteratur - Da* Zeitalter der Renaissance. Stuttgart, 1889. — Darmesteter 
et Hatzfeld, Le seizièine siede en Frante. Paris, Delagrave, 1889. — Soldan, Geschichte 
des Protestantesimus in Frankreich. Leipzig , 1885. — Faguet , Le seiziéme siede ecc. 
Paris, 1894. — I. Zoller, La diplomatie francaise, vers le milieu du XVI siede. Paris, 
1881. (Parlasi alle pagine 65-108 dell'entusiasmo eli 7 ebbe Francesco per l'arte 
italiana e delle ricerche che fece fare nella Penisola di codici e opere rare.) — F. 
Decru de Stoutz, La cour de France et la société au XVI siede. Paris, 1888. — A. 
Coignet, Francois I, Portraits et recita ecc. Paris, 1885. — Si consultarono inoltre le 
notizie date in varie ediz. CLe\VHeptaméron y specialmente in quelle di Le Roux de 
Lincy (Paris, 1853) e Jacob (Paul Lacroix) (Paris, 1858), gli studi del Fontana nella 
sua opera su Renata di Francia (Roma, 1889), e le scarse indicazioni bibliografiche 
del Manuel de bibliog rapide biographique et dHconographic des femmes célèbres. (Torino- 
Parigi, 1892.) 



l'heptàméron. 



31 



volonté puissent jicguerir qùelque fruict de bonne ediffication. 
Mesmement pour connoistre les moyens de fuyr a vices et suyvre 
ceulx qui induisent à konneur et vertu. » / 

Così quel libro che il Boccaccio stèsso, in tarda età, ripian- 
geva, riconoscendo, quante cose vi sieno men che decenti, anzi 
contrarie all' onestà, ' appariva alla Corte di Francia, esempio di 
virtù, d'onore e di edificazione. 

Non è qui il caso d'insistere sull'entusiasmo con cui venne 
accolta questa traduzione, che, pur essendo migliore del Camerari 
del Premierfait, non è certo un portento. Ricorderò solo che nel 
XVI sec. se n' ebbero dicianove edizioni, senza tener conto d'altre 
versioni parziali come quelle di Pietro Ratoyre e di Giovanni 
Fleury. * 

Tanta ammirazione per l'opera del grande Certaldese spiega 
le molte imitazioni francesi del XVI sec. ed in parte ci dà la 
ragione dell' Heptaméron di Margherita. 

Dico in parte, perchè a formare Y opera sua, concorsero anche 
altri elementi della vita e della coltura italiana, che verremo qui, 
brevemente, esaminando. 

Erano questi i tempi in cui la società francese, come nota il 
Graf 3 , riformava i suoi costumi sotto l' influenza di quella civiltà 
italiana da cui partiva il Cortegiano di Baldassar Castiglione e 
il Galateo di monsignor Della Casa. Erano i tempi, dice il Paris *, 
nei quali « l' Italie rayonnait sur la France et devènait pour elle 
ce que la Grece avait eté pour Rome aux siècles d'Auguste et de 
Marc-Aurèle. > 

Ora Margherita dovea trovare incitamento al comporre dagli 
esempì numerosissimi di donne intelligenti e colte che fiorivano 
allora nella Penisola, dando ragione alla sentenza dell'Ariosto 

(C. XX, 2). 

« Le donne son venute ir eccellenza 
Di ciascun arte ove hanno posto cura. > 

Non già che la Francia qualche esempio di donna letterata 
non l'avesse. Ma erano saggi sparsi e senza seguito e certo le 
francesi d'allora non potevano, neppur lontanamente reggere al 
paragone di quella schiera numerosissima ed eletta d' illustri dame 

1 Sua lettera a Mainardo de' Cavalcanti. 

* Cfr. Bill. Boccaccesca del Bacchi della Lega. Bologna, 1875. 
s A. Graf, Attraverso il cinquecento ecc. Torino, 1888. 

* Paulin Paris, Études sur Francois L Pari», Techener, 1885 (a cura del figlio 
Gastone) voi. 1° p. 42. 



/ ^ 



V 



y 



J 



32 i/heptàméron. 

mostre, tra cui emergono Vittoria Colonna, Veronica Gambara e 
Gaspara Stampa. 

La mente delle donne italiane del cinquecento acquista, dalla 
libertà della vita e dagli studi svariati, una meravigliosa elasti- 
cità; essa brilla, specialmente, nei geniali ritrovi, nelle conversa- 
zioni dotte e filosofiche di cui diviene Y anima. E la coltura dalle 
dame di Corte scende sino alle cortigiane, che, come Tullia d'Ara- 
gona, sanno disputare con decoro e con sentimento, delle dolcezze 
d'un amore intellettuale. 

Allora poterono formarsi quei circoli meravigliosi, ove con- 
venivano gli ingegni più nobili del Rinascimento, ove gli argo- 
menti elevati di poesia e di filosofia non escludevano il giocondo 
novellare. « Quivi, dice il Bandello discorrendo della contessa Ce- 
cilia Gallerana Bergamini di Milano, gli uomini militari della 
loro arte ragionano, i musici cantano, gli architetti ed i pittori 
disegnano, i filosofi delle cose naturali questionano, e i poeti le 
loro e altrui composizioni recitano. » 

Quelle società di cui i novellieri d' Italia premettono la descri- 
zione e che divengono, per così dire, la trama dell'opera loro, ave- 
vano dunque veri modelli nella vita nostra. Ricche, svariate e pia- 
cevoli sono le riunioni che gli scrittori rappresentano e i racconti 
spesso liberissimi non facevano uscire gli ascoltatori dai limiti 
d'una temperata gaiezz^. La dama onesta poteva ascoltarli ed 
anche prendervi parte senza che, per questo, venisse a diminuirsi 
la considerazione e il rispetto da cui veniva circondata. 

« Si legga il Bandello, dice il Burckhardt ', e si vegga poscia 
se un genere simile di società sarebbe, ad esempio, stato possi- 
bile in Francia, prima che vi fosse stato trasportato d' Italia da 
lui e da tanti altri colti e civili al pari di lui. > 

Un riflesso di questa civiltà delle nostre conversazioni appa- 
rirà, come vedremo, elemento importantissimo dell' Ileplaméron, 



1 Jacopo Burckhardt, La civiltà del secolo del Rinascimento nella trad. Valbusa 
ecc. Cap. 4° p. 152. (Firenze, Sansoni, 1876;. Veggasi inoltre lo studio importantis- 
simo che il Masi, a proposito del Bandello, fa della società italiana d' allora. (Er- 
nesto Masi , Vita italiana in un novelliere del cinquecento. Nuova Antologia , 1» ott., 
16 ott., 1° nov. 181)2). L'egregio critico ci presenta (p. 69) il Bandello in Francia al 
seguito di Costanza vedova del Fregoso, assassinato dal marchese del Vasto e ci 
indica le relazioni che il Bandello ebbe con la miglior nobiltà di quella Corte, con 
Maria di Navarra e con Margherita d'Angouléme. Cfr. pure Symonds, Renaissance 
in Italt/, Italian literalurc, p. II , Cap. 10 ; Cian , Pietro Bembo e Isabella Gonzaga in 
Giorn. sfor. della leti, it., voi. 0.° 



-t- 



l'hkptaméron. 33 

di cui l'autrice viveva in quotidiani contatti, coi gentiluomini, 
coi letterati e cogli artisti della Penisola, i quali varcavano l'Alpi 
alletati dalla fama ospitale di Francesco I.° Basta leggere l' au- 
tobiografia del Celimi, per vedere quanto fosse numerosa e fiorente 
la colonia italiana in Francia. l \ 

Francesco 1° gli parla in italiano, non senza qualche france- 
sismo, ma con molta disinvoltura (L. 2, p. 301), mostrando grande 
entusiasmo per Y arte nostra, che vuole riprodotta in Francia 
(p. 302), e appare generoso coi nostri grandi (p. 306). Ospita 
buon numero d* italiani, valenti nell' arti della pace e della guerra 
(p. 304-368 e altrove) ed incontriamo alla sua Corte, Luigi Ala- 
manni (p. 304), Pietro Strozzi (p. 321), i conti dell' Anguillara, 
di Pitigliano, della Mirandola (p. 322), Guido Guidi , medico del 
Re (p. 329), Monsignor de' Rossi (p. 329), l'ingegnere Girolamo 
Bellarmato (p. 363), Francesco Primaticcio (p. 332), il Rosso 
(p. 368), e nello sfondo del quadro appare la figura gentile della 
regina di Navarra, che parla bene Y italiano e sostiene il Cellini 
contro gli sdegni di madama d'Etampes (p. 331-359 ecc.). Né il 
nostro autore fa menzione di tutti i connazionali eh' ivi trova vansi, 
che già in quel tempo e prima eransi stabiliti in Francia il Ru- 
cellai, il Bandello, il Navagero, Andrea del Sarto, Sebastiano Ser- 
glio, il Vignola, il Bellucci, Bartolomeo Delbene, 2 Matteo del Vaz- 
zaro, incisore illustre e l'ossa di Leonardo da Vinci riposavano 
nella pace d'Amboise. 

E con qudsti ricordiamo, in un rapido accenno, perchè trat- 
tasi di cose note, i professori italiani che Francesco I chiamò al- 
l'ateneo parigino, 8 Bernardino Rinci, Agacio Guidacerio, Paolo 
Paradisi, Francesco Vimercati e l'Ai ciati; che professò a Bourges 
ed a cui il re assegnò una pensione vitalizia. Ricordiamo, fra i 
dotti che passarono l'Alpe, in quel tempo. Benedetto Tagliacarne, 
prima precettore dei figli di re Francesco, poi vescovo di Grasse, 
Ortensio Landò, Paolo Belmesseri e Bernardo Tasso, che fecero 
alla corte di Francia temporanea dimora e con essi una schiera 

» Ed. Le Monnier, 1886. 

2 Veggasi intorno al Delbene l'art, e le poesie pubblicato da Camillo Conderc 
nel Giorn. stor. della lett. ti., voi. 17. 

3 Già nel secolo precedente l'Università di Parigi avea contato buon numero 
di professori italiani, Publio Gregorio (Tiferne), l'Andrelini, il Vitelli, il Balbi e 
Filippo Beroaldo bolognese e la Corte avea veduto Paolo Emilio Veronese, storio- 
grafo di Carlo Vili, autore della vasta opera De rebus gestis francorum e Quinziano 
Stoa, poeta aulico di Luigi XII. 



34 l'heptaméron. 

numerosissima d' artisti e di letterati di minor grido , ai quali , 
purtroppo, si mescolarono anche menti inette e pretensiose, av- 
venturieri e ciurmadori, come Gabriele Simeoni e Camillo Dei- 
minio, astrologo il primo, alchimista il secondo, poetastri entrambi, 
intriganti questi ed altri non pochi, che nocquero alla rinomanza 
dei buoni e che, nel momento della reazione, la Francia accuserà 
di avere, con impudente sfacciataggine, abusato della buona fede 
dei suoi re. 

Tutti costoro, qualunque ne fosse l'ingegno, la coltura [ed il 
carattere, nelle lodi tributate al sovrano ed al munifico cardinale 
Giovanni di Lorena, non dimenticavano mai la Marguerite des 
princesses e a lei tributavano elogi scrittori illustri ed infimi, 
dall'Alamanni, suo famigliare, che ne esalta i pregi singolari in 
vari luoghi delle sue opere e la chiama 

< Costei che il mondo sua salute appella > 
soggiungendo : 

< Castità, leggiadria, senno e valore 
Quanto il Sol gira, e quanto cinge il mare, 
Non troveran giammai più degno albergo» f 

a Niccolò Martelli, accademico degli Umidi, il quale mette sotto 
l'augusta protezione della principessa i poveri suoi Fervori spi- 
rituali. 

Così Margherita viveva in relazione coi più nobili ingegni stra- 
nieri del tempo suo, con Melantone ed Erasmo, con Pier Paolo Ver- 
gerio, con Olimpia Morato, con Vittoria Colonna e a lei rendevano 
omaggio con l'Alamanni, Bernardo Tasso, il Casa, il Caro ed il 
Cappello. a 

Bernardo Tasso scrisse in lode della principessa francese la 
canzone che incomincia: 

< Donna real, de le cui lodi il mondo 
Risplende a guisa di cristallo adorno. > 3 

i Egloga Admeto secondo. Ediz. delle opere dell'Alamanni per cura del Baffaelli. 
Firenze 1859, voi. II, pag. 13-14. 

? Marcantonio Flaminio è messo pure dal Ferrai in relazione con Margherita 
di Navarra (cfr. Frane. I e Carlo IV in Vita italiana del cinquecento e art. su Mar- 
gherita di Navarra e mad. d'Etampes in N. Antol. XXIV, 1886). Non trovo però 
nelle opere di Marcantonio cenno alcuno di ciò. Egli fu invece in relazione lette- 
raria, con Margherita Valesia, figlia di Francesco I, cui dedicò varie poesie e pre- 
ghiere religiose. Cfr. M. Antonii Flaminìi carminum sacrorum libellus, ad Margaretara 
Henrici Gallorum regis aororum. (p. 241-260. M. Ant. Flaminìi carminimi, libri VIII 
Patavii ClOIOCCXXVn, Iosephus Cominus). 

3 Ed. Giolito de Ferrari. Vinegia MDLV, p. 424. 



l'heptàméron. 35 

Ne parla poi, con ammirazione in una sua lettera a Monsignor 
della Vigna 1 , ed in un'altra diretta allo Speroni 2 , dicendo: «Donna 
degna d'ogni reverenza e d'ogni maraviglia, le cui singulari qua- 
lità hanno mosso il reverendiss. Farnese a far che gli onori di 
questa virtuosissima Signora siano cantati da più nobili, e alti 
intelletti, che non è il mio, cioè da Monsignor della Casa, dal 
Caro, e dal Cappello. » 

H carteggio di Margherita pubblicato dal Génin (Paris, Re- 
nouard, 1841-42) non dà neppur una notizia positiva sull'opera sua 
e sulle relazioni ch'essa ebbe coi letterati italiani ; più importante 
è per noi invece la sua breve corrispondenza con Vittoria Colonna , 
perchè l'illustre marchesa di Pescara doyea apparirle il modello 
di queila donna italiana del Rinascimento, di cui, proprio in 
quegli anni, riproduceva, nel suo novelliere, la splendida immagine. 

Nel 1640 Vittoria, per mezzo del Sacrati, inviò a Margherita 
un libriccino ms. di sue poesie, che vennero, per qualche tempo 
intercettate dal conestabile di Montmorency, sotto pretesto ch'esse 
avessero odore d'eresia. 8 Nello stesso anno la Colonna si rivolge 
alla principessa francese, dicendo che, nel ricercare esempi di dot- 
trine e d'opere egregie « mi rivoltava alle donne grandi dell'I- 
talia, per imparare da loro et imitarle ; et benché ne vedessi molte 
vertuose, non però giudicava che giustamente V altre tutte quasi 
per norma se la proponessono, in una sola fuor d'Italia s'inten- 
deva esser congioncte le perfettioni della volontà insieme con 
quelle de l' intelletto ; ma per essere in sì alto grado et sì lontana, 
si generava in me quella tristezza et timore che hebbero li hebrei 
vedendo il fuoco et la gloria di Dio su la cima del monte » ed 
esprime la speranza di andarla un giorno a ritrovare « per illu- 
minare l'intelletto et pacificar la coscienza. > La lettera è nello 
stile cortegiano del tempo, con immagini e concetti artificiosi e 
ricorda il « reverendissimo di Ferrara » il « reverendissimo Polo » 
e il « reverendissimo Bembo » tutti ammiratori di « sì pretiosa 
Margherita.* » 

i Voi. II delle lettere. Padova , Cornino CIOIOCCXXIII. 
* Ibidem, V. 2, p. 106-107. 

3 Fra le poesie italiane, che si attribuiscono a Margherita, c'è pure un sonetto 
rivolto alla Colonna, che può ritenersi autentico. Cfr. Luisa Bergalli, Raccolta di 
componimenti poetici delle ina illustri rimatrici etc. P. 54, 265 (Venezia, 1726). 

4 Veggasi il Carteggio di Vittoria Colonna pubblicato dal Ferrerò e dal Muller 
a pag. 185, 19U, 191 e seguenti. (Torino, Loescher, 1889). Cfr. pure Alfredo Reumont, 
Vita di Vittoria Colonna, trad. del Mttller e Ferrerò. Torino, Loescher, 1892. 



K 



36 I l'heptaméron. 

L'Alemanni scrive, nello stesso anno, alla marchesa di Pe- 
scara, ricordando certe sue lettere per la regina di Navarra e 
Paolo Vergerio della Francia esprime alla Colonna la sua vivis- 
sima ammirazione verso la sorella del Re. « Alla serenissima 
regina di Navara non ho anchora fatta riverentia, ne la amba- 
sciata della Eccell. Vostra, perciò che ho avuto rispetto a corrervi 
cosi tosto, consapevole della imbecillità et ignorantia mia et pa- 
rendomi vederla di un giuditio molto grave. La vidi et contemplai 
attentamente per spatio di una hora continua mentre che Sua 
Maestà parlava con il Cardinal mio ; et parevami vedere et udire 
in quella faccia et in tutti i gesti di quel corpo una dolcissima 
harmonia di maestà, et di modestia et clementia. Poi, per la ope- 
nione, che la Eccell. Vostra ha di lei nell* animo impresso, negli 
occhi suoi mi pareva discernere quello spirito fervente et quel 
lume, che Dio le ha dato così chiaro, da poter caminare alla 
beatitudine della eterna vita, senza incappare negli impedimenti 
che sono in questa mortale. » Tosto che le parla, il suo entusiasmo 
s' accresce ancora. La conversazione della nobile dama s' aggira 
per quattro ore sullo « stato presente della Chiesia di Dio et dei 
sacri studii » e il Vergerio nota come « ella intende la lingua 
nostra d' Italia, se ben non V usa, et intende etiandio molto della 
latina. » Margherita gli fa leggere le ultime lettere di Vittoria, 
mostrando di tenerle in grande conto. 

Pure nel 1540, Colonna riscrive alla regina di Navarra di- 
scorrendo di religione, ma con somma prudenza, perchè la mar- 
chesa forse temeva che la sua amica d* oltr' Alpe, in materia di 
fede, battesse una via diversa dalla sua. Le lettere che Margherita 
rivolge a Vittoria sono scritte in un italiano, per quei tempi, ab- 
bastanza corretto e si vede subito eh* ella non vuol rimanere in 
debito di complimenti. « Perciò che avenga che voi siate così 
avanti che riguardando lo spacio, eh' è tra voi et me, io perda la 
speranza delle mie fatiche. » 

Alla fine del 1544 od al principio dell'anno successivo, tro- 
viamo un' altra lettera di Margherita alla Colonna, che indica in 
quale misticismo profondo essa traeva gli ultimi suoi giorni. La 
principessa ha udito la falsa notizia della morte della marchesa : 
« et lodato sia Dio, esclama, che la mia cugina et buona amica 
vive, vive dico, in Colui, il quale è la vera vita, per che quanto 
alla carne io vi tengo buono tempo fa per morta, et che il vostro 
Adam con tutte le concupiscentie sia morto et crucifisso nel nostro 



l'heptamérox. 37 

Jesu Christo, col quale et per il quale voi siete morta et resu- 
scitata vivendo nella nova carne dell' agnello morto inanzi la crea- 
zione del mondo, et renovata in novo spirito, caminando sopra 

nova terra, contemplando i nuovi cieli » 

Con questa lettera le presenta il neo cardinale Giorgio d'Ar- 
magnac, raccomandandole di volergli far da madre e non lascian- 
dosi sfuggir T occasione di mostrare quale sia V animo suo, verso 
il clero: « Accio che le tentazioni, ohe assaliscono dalla mano 
destra, noi facciano cadere nel abisso comune degli altri pari suoi, 
i quali in luogo di triunpho sono miserabil ruina della Chiesa, i 
cui ministri, se seguitassero in parole et costumi quei, de' quali 
si chiamano successori, i principi et popoli christiani corregge- 
rebbono i loro errori, et le bocche di coloro che li sprezzano et 
riprendono, sarebbono chiuse, ma vivendo come vivono, se gli 
huomini tacciono, le pietre parleranno. > 



In questo genere di protesta contro i vizi degli ecclesiastici, 
che commenta molte novelle dell' Heplaméron, la. Colonna poteva , 
ben seguire la sua nobil cugina, la quale, dopo tutto e malgrado 
la protezione accordata agli avversari della Curia romana, visse 
e morì nel cattolicismo. Sul carattere religioso delle due dame 
dissentono le opinioni dei critici. Il Eenier 1 a proposito dell'opera 
del Morpurgo sulla Colonna e del carteggio allora pubblicato, so- 
stenne già, contrariamente ad Ernesto Masi, l'ortodossia della 
marchesa. Essa anelava, come egli osserva ad una epurazione re- 
ligiosa nel seno medesimo della chiesa, ciò che le sue relazioni, 
specialmente col cardinale Gaspare Contarini, fanno intravvedere. 

Anche il protestantesimo di Margherita, e per comprendere 
YHeptaméron occorre anche a questo por mente, era qualcosa di 
indefinito e se nel mezzo della sua vita parve inclinare verso la 
riforma, certo nell'ultimo periodo d'essa, quando componeva il 
novelliere, il suo ascetismo cattolico non può essere revocato in 
dubbio. Intravvedendo, con gli spiriti più illuminati del secolo, gli 
abusi del clero e degli ordini monastici, essa aspirò a un nuovo 
ordinamento non contrario allo spirito della chiesa romana ; aspirò 
ad una maggiore libertà nella interpretazione dei dogmi, criticò 
coi novellieri e coi pensatori nostri, i rilassati costumi dei ministri 
del culto e protesse, seguendo gli impulsi del suo nobile cuore, 
quanti intorno a lei liberamente discutevano di materia religiosa, 

i Vedi Gior. storico della ìett. i/a/., voi. 18, 1880. Ci'r. anche Morpurgo, Vittoria 
Colonna ecc. Trieste, Caprili, 18H8. 



38 l'heptaméron. 

senza, per questo, prendere parte aperta alla rivoluzione anticat- 
tolica. 

Farne una donna intorno a cui come a centro naturale gra- 
vitavano i riformisti, farla, per quanto amica di Calvino e di 
Melanctone, una specie di Calvino in gonnella, è a mio credere, 
falsarne il carattere o non comprendere l' opera sua. l 

E perciò che Vittoria e Margherita non erano tra loro, in cose 
di fede, così lontane come potrebbesi, per avventura, credere. E 
nell'indole e nei casi delle due dame, quanti punti vi sono mai 
di notevole simiglianza! 

1 L'argomento principale addotto dai sostenitori del protestantesimo di Mar- 
gherita è quello dell' anticattolicismo che apparirebbe da taluni brani soppressi 
dal Grujet nella sua edizione e che trovansi in un ms. di cui avremo occasione 
fra poco d' intrattenerci. Vediamoli : 

Narrandosi nella LXV nov. d' una buona donna, che attaccò alla fronte d'un 
soldato addormentato in chiesa, scambiandolo per un santo, una candela accesa 
e che vedendolo agitarsi- gridò al miracolo, il ms. aggiunge: 

« Hs (les prétres) avoient bien deliberò de faire valoir ce sepulcre et en tirer 
autant d'argent que du crucifix qui est sur leur pupiltre, le quel on dit avoir 
parie, mais la comédie print fin pour la congnoissance de la sottise d'une femme. » 
E più sotto : « Si chascun congnoissoit quel les sont leurs sottises, elles ne seroient 
pas estimées sainctes ni leurs miracles verité. » 

Contro la superstizione vi sono altri due passi l'uno nella nov. XLIV, in cui 
si dice che i frati vivranno « tant qu'il y aura en ce monde de femme folle ou 
sotte»; l'altro nella prefazione, in cui, parlandosi di Oisille religiosissima, s'ag- 
giunge : « Non qu'elle fust si supersticieuse, qu'elle pensast que la glorieuse Vierge 
laissast la dextre de san Fiìz oà elle est assise, pour venir demorer en terre deserte. » 

Nella LV nov. l'autrice mentre loda colui che « distribue aux pauvres ce que 
Dieu a mis en sa puissance » inveisce contro € les usuriers » che credono di gua- 
dagnarsi il paradiso col « faire les plus belles et triomphantes chappelles que l'on 
scauroit veoir, voulant appaiser Dieu, pour cent mille ducatz de larcin, de dix 
mille ducatz de edifices comme si Dieu ne scavoit compter. » 

Oisille quindi osserva: « que Dieu a dict à ung passaige, que pour toute obla- 
tion il nous demando le cueur contrict et humilió, et, en ung aultre, sainct Paul 
dist que nous sommes le tempie de Dieu où il veult habiter ». Osserva quindi che 
non è lecito ai moribóndi di : « charger ceulxqui demeurent, a faire leurs aulmosnes 
à ceulx quHlz n'eussent pas daigné regarder leur vie durant » e che Dio « les jugera 
non seullement selon les oeuvres, mais selon la foy et la charité qu'ilz ont eues 
à luy. » 

Ora in tutti questi brani non c'è nulla che sia contrario alla fede cattolica. 
Osservo anzi, che nel secondo citato, si accenna alla Vergine gloriosa e s'ammette 
implicitamente il suo posto in cielo à la dextre de son filz, ciò che è contrario alle idee 
dei riformisti. Osservo pure, che nella introduzione e nel contesto dell'opera si 
parla della messa, della comunione, dei vespri, insomma di pratiche cattoliche, a 
cui i personaggi presentatici da Margherita prendono parte, con molta divozione. 
Certo di preti e frati se ne dicono d'ogni colore, ma ciò è perfettamente consono 
alla tradizione novellistica ; il Boccaccio, il Masuccio, lo stesso Bandello, benché 
prelato, contano, essi pure, avventure ecclesiastiche molto libere e le censurano 
aspramente. Io per me credo che il Gruget abbia alterato il testo non per distrug- 



l'heptàméron. 39 

La marchesa di Pescara fu, come l'amica sua, abituata di buon 
ora alla solitudine del cuore e se poteva andare orgogliosa del 
suo nobile sposo, non godeva però dell'intimità della sua ani- 
ma, da cui forse la sua sterilità era causa precipua d' allontana- 
mento. Le due illustri dame avevano aspirazioni d' affetto fuor 
della domestica soglia, entrambe chiedevano la paco del cuore ad 
un sentimento elevato del dovere, animato da un misticismo irre- 
quieto. Tutte e due vissero in un periodo di lotte crudeli, turbate, 



gore le traccia di calvinismo, ch'egli credesse di scorgervi , ma unicamente por 
non dare pretesto ai zelanti cattolici d'assalire in alcun modo, colla loro intolle- 
ranza, la cara memoria di Margherita. Delle loro accuse essa era già stata vittima, 
allorquando avea dato alla luce quell' innocentissimo scritto tìeìVàme pécheresse e 
Podio dei fanatici aveva per fondamento non la sua irreligione, bensì la libertà 
delle sue relazioni e la protezione con cui difendeva i martiri della reazione 
cattolica. 

A queste ragioni nostre desunte da.\V Heptamàron, possiamo aggiungerne altro, 
suggeriteci da critici contemporanei e dalla lettura delle sue liriche. 

Il prof. Bartolomeo Fontano, nella sua storia documentata di Renata di Francia 
sostiene, con buone ragioni, confortate da prove di fatto di non dubbio valore, 
che il protestantesimo di Margherita è per lo meno assai discutibile. Kicordo 
alcuni passi notevoli: « Il vescovo Comense portò le scuse (di Margherita, che, 
essendo incinta non intervenne alle feste di Marsiglia), le quali furono (dal Papa) 
accettate con un breve improntato d'insolita tenerezza. Tanto questo breve, quanto 
quello direttole in occasione della morte di sua madre, Luisa di Savoia, a pren- 
dere le parole per quello che valgono, pongono fuori di dubbio elio Margherita 
non fosse a quest'ora buona credente, e non fosse tenuta per benemerita figlia 
della santa chiesa.... In questa occasione del Papa a Margherita, il re e la regina 
di Navarra avevano particolarmente ottenuto di potersi cibare di carni in qua- 
resima, e in qualunque altro tempo proibito, in causa delle condizioni della loro 
sanità. Confessionali, dispense, matrimoni, battesimi, tenerezze e parentele, non 
sono certo segni d'eresia » (pag. 170-177). 

A pag. 270 e seguente il Fontana ritorna, ancor più efficacemente, sull'argo- 
mento: « Intorno alla eroticità di Margherita, noi che abbiamo esaminate tutte 
le minute dei brevi che le furono diretti sotto i due pontificati di Clemente VII 
e di Paolo III, che sono ben trentacinque, brevi che pubblicheremo un giorno, 
possiamo dire che tranne un caso, in cui si esprime fiducia in lei, accentuando le 
parole nelle cose temporali (1537), negli altri, ora si invita lei a perseverare nella 
fede cattolica (1537) ora si allude alla integrità della sua fede (1511), ora si ma- 
gnificano i servigi da lei resi alla religione (1541), e qualche volta si ricercano 
frasi complimentose e peregrine. La raccomandazione del cardinale Ipporegio, nel 
1587, è fatta con qualche studio; nel 1538 essa è detta sorella di tanto re. Privilegi, 
chiede, e le furono concessi in diverse occasioni, e in diversi tempi; noi dunque 
non possiamo ammettere che l'oculatezza di .Roma si sia ingannata tante volte 
sopra di lei.... » 

Confronta i documenti vaticani annessi all'opera, (XLIII, LUI, LIV, LXIII, 
LXXI, LXXIII) e specialmente il brano seguente del primo dei documenti indi- 
cati: « diarissima in Christo filia nostra salutem etc. Cum semper nobis iti per- 
gratum, tuin hoc tempore existentibus nobis cum christianissimo fratre tuo multo 

4 



40 l'heptamérox. 

senza posa, da gravi pericoli che minacciavano i loro cari e le 
loro case, con lutti tristissimi, quali per Tuna la battaglia di 
Pavia, per l' altra il sacco di Roma ; entrambe furono caste ispi- 
ratrici di nobili ingegni, Margherita del Marot e del Des Periers, 
Vittoria di Galeazzo di Tarsia e di Michelangelo, e furono di tali 
muse, che non s' abbassano agli adoratori, ma questi innalzano a 
un culto più gentile dell'amore terreno. 

Intorno a Vittoria stringevasi una schiera di nobili ingegni, 
il Bembo ed il Sadoleto, il Castiglione e Paolo Giovio e se l'Ariosto 
non la conobbe personalmente, certo dovette essere commosso dalla 

grati us fuit audire, Serenitatem tuam singulari voluntate et filiali affectu non 
modo generaliter erga sanctam apostolicam sedem, cui presidemus, verum etiam 
specialiter erga personam nostrani esse, ac semper fuisse piaque et laudabilia of- 
ficia continue prò nobis et eadem sede apud eundem fratrem tuum praestitisse. 
Que si erant nobis antea satis explorata, nunc tamen certius ex testimonio vene- 
rabilis fratris Cesaris episcopi Comensis alias Nuntij apud tuum fratri nostri cum 
magna animi nostri leticia confirmata fuerunt.... » Nel breve con cui si concedono 
le dispense dal digiuno ai reali di Navarra, il Pontefice ripete gli elogi della loro 
fede cattolica: « Exigit vestre preclare devotionis et integri tatis affectus quo erga 
nos et romanam ecclesiam splendere dinoscimini ut petitionibus vestris quanitum 
cum deo possumus favorabiliter annuamus. » 

Possiamo aggiungere che la regina di Navarra protesse numerosi conventi e 
contribuì a fondarne (V. La Ferrière op. cit. p. 38, 325 e passim) e nelle note delle 
spese sostenute, quali risultano dal registre de Jean de Frotte, illustrato dal La 
Ferrière, si fa sovente menzione di elemosine, assegni e doni d'ogni genere fatti 
dalla principessa ad abbazie ed ecclesiastici. Eicordiamo inoltre col La Ferrière 
stesso che quando Giovanna d'Albret cadde malata « elle demanda des prières à 
tous les couvents de Tours, cordeliers, carmes, jacobins » (op. cit. p. 45) ed è nella 
abbazia di Fontevrault e nel monastero di Tusson, ch'ella si ritira quando il suo 
animo è angosciato (op. cit. p. 128-187). Gli ultimi momenti della sua vita furono 
confortati dalle preghiere del francescano Gilles Caillau, suo famigliare ed essa 
mori protestando: « qu'elle ne s'étoit jamais séparée de l'église catholique; que ce 
qu'elle avoit fait pour les réformés provenoit seulement de compassion. » (Flori- 
mond de Eemond, Histoire de filereste, p. 856). 

Sono notevoli i seguenti versi di Margherita con cui determina, ciò che ella 
intendeva per riforma e da cui appare com' essa non intese mai di uscire dalla 
chiesa cattolica : 

11 Soit, et aaesy l'Eglise ré forme e, 

Et d'une part oustéea lea hérMes, 

De Vauìtre aussy les vaine* fantuisies, 

Et que la foy nous fasso en tonto guise 

En triumphant tviumpher sainte Égìiae. „ 

(Bibl. nation. fonds francais, 12485, fol. 116). 

In altre sue poesie essa invoca la Vergine, i Santi e Maria Maddalena: 

* Mère de Dlen, douce vlerge Marie, 
Et mère et viergo cstes parfaictement. „ 

(Les MarguerUes de la Marguerite, ediz. de Tournes, pag. 26. Cfr. per la preghiera 
rivolta alla Maddalena le poesie inedite, (Bibl. nation. fonds francais, n. 1723, p. 66). 



l'heptaméron. 41 

sua rinomanza, per tesserne nel suo Orlando un elogio così splen- 
dido ed appassionato. Ed anche Margherita, per quanto poteva 
concederlo la civiltà francese, ancora fanciulla, ad imitazione della 
Colonna, d'Elisabetta Gonzaga, moglie di Guidobaldo Montefeltro e 
delle varie principesse d'Italia, di cui ancor oggi alta risuona la fa- 
ma l , e di cui Renata di Francia e Marot potevano, da Ferrara, tes- 
serle gli elogi, amò circondarsi dei più geniali intelletti del suo se- 
colo, dominando su essi, con la sua vasta coltura, che dalle opere 
ascetiche andava alle novelle, dal latino alle lingue moderne e non 
nuoceva alla dignità di regina ed alla semplicità degli affetti. Così, 
su suolo francese, essa appariva viva immagine di quella grazia 
femminile del nostro Cinquecento, che recentemente il Del Lungo 
seppe con tanta efficacia ritrarre, dipingendoci la donna fiorentina 
delJBiinascimento. a 

/ Nella sua opera meravigliosa d'assimilazione, Margherita, oltre 
fche ai modelli del suq sesso, è probabile avesse gli occhi intenti 
ad un libro, eh' ebbe nel tempo suo, grandissima rinomanza e nel 
quale erano prescritte le norme di quella vita di Corte e di quelle 
conversazioni dotte e piacevoli, che essa ebbe presenti nel comporre 
il suo novelliere. 

Parlo del Cortegiano s del Castiglione, pubblicato sino dal 1528 
ed allora così noto di là dall'Alpi, ch'era divenuta proverbiale 
l'espressione savoir le courtisan, come rilevasi dalla nov. 70* del 
Des Periers. Era il catechismo delle persone di Corte e di quanti 
aspiravano al vanto di gentiluomini e già nel 1537 lo vediamo 
tradotto in francese da Giacomo Colin di Auxerre, segretario di 
Francesco I. 4 

Alla regina di Navarra l'opera del Castiglione dovea poi riu- 
scire gradita in modo particolare, parlandosi in essa, in termini 
tanto cortesi, del suo carissimo fratello (Lib. 1,° cap. XLII, p. 91), 
il quale aveva diritto, sino ad un certo punto, di reputarsene 
ispiratore. 



1 Cfr. A. Luzio, R. Renier, Mantova e Urbino, Isabella d'Este ed Isabella Gonzaga 
ecc. L. Roux, 181)3. Ricordiamo che ad Emilia Pia di Montefeltro dedicò il Ban- 
dello una novella (p. 1, 83). 

* I. Del Lungo, La donna fiorentina nel Rinascimento, conferenza ecc. Vita italiana 
del Rinascimento, storia. Treves, 1898. 

3 Seguo, nelle citazioni, l'edizione Cian. 

4 II Gentilhomme di Nicola Pasquier, apparso in quel tempo, è pure imitazione 
del Cortegiano. 



42 l'heptàméron. 

Ed è il Cortegiano che ci dà la giusta misura della società 
francese di quel tempo, così dissimile dall'italiana. « I franzesi 
solamente conoscono, dice egli nel passo citato, la nobiltà del- 
l' arme e tutto il resto nulla estimano, di modo che, non solamente 
non apprezzano le lettere, ma le aborriscono; e tutti i letterati 
tengon per vilissimi liomini ; e pare lor dir gran villania a chi 
si sia, quando lo chiamano clero (clerc). » 

Mi potrò ingannare, ma credo fermamente che la regina, nel 
comporre il suo circolo a Pau od a Nérac, quella specie di acca- 
demia letteraria e d' assemblea religiosa, in cui i versi del Marot, 
del Des Periers, di Mellin di Saint Gelais, alternavansi con le 
gravi dissertazioni di Nicola Bourbon, di Charles di Sainte-Marthe 
e di Lefebvre d'Etaples e col novellare giocondo della regina, del 
Mar on, del Gruget, d'Antoine de Saint -Denis, del Des Periers 
stesso, parrai, dico, ch'essa dovesse aver presente, la descrizione 
della Corte della piccola città d'Urbino. « Quivi erano, dice il 
Castiglione (Lib. 1,° 4°), tutte V ore del giorno divise in onorevoli 
e piacevoli esercizi così del corpo come dell'animo.... quivi adun- 
que i soavi ragionamenti e l' oneste facezie s' udivano, e nel viso 
di ciascuno dipinta si vedeva una gioconda ilarità, talmente che 
quella casa certo dir si poteva il proprio albergo dell'allegria; 
ne mai credo che in altro loco si gustasse quanta sia la dolcezza 
che da una amata e cara compagnia deriva come quivi si fece 
un tempo ; che, lassando quanto onore fosse a ciascun di noi servir 
a tal signore.... a tutti nascea nell'animo una somma contentezza 
ogni volta che al cospetto della signora duchessa ci riducevamo ; 
e parea che questa fosse una catena che tutti in amore tenesse 
uniti. 

« Il medesimo era tra le donne, con le quali si aveva liberissimo 
ed onestissimo commercio; che a ciascuno era lecito parlare, se- 
dere, scherzare e ridere con chi gli parea ; ma tanta era la reve- 
renzia che si portava al voler della signora duchessa, che la 
medesima libertà era grandissimo freno; né era alcuno che non 
estimasse per lo maggior piacere che al mondo aver potesse il 
compiacer a lei, e la maggior pena il dispiacerle. Per la qual 
cosa, quivi onestissimi costumi erano con grandissima libertà con- 
giunti, ed erano i giochi e i risi al suo conspetto conditi, oltre 
agli argutissimi sali, d'una graziosa e grave maestà; che, quella 
modestia e grandezza che tutti gli atti e le parole e i gesti com- 
poneva della signora duchessa, motteggiando e ridendo, facea che 



l'heptaméron. 4B 

ancor da chi mai più veduta non 1' avesse, fosse per grandissima 
signora conosciuta. » 

Traccie dell'attenta lettura del Cortegiano parmi trovarle, non 
dico nei versi, nelle feste e nei giochi con cui gli interlocutori 
dell' Heptaméron, rallegrano le loro riunioni, giacche l'esempio di 
tali trattenimenti era già stato dato dal Decamerone, ma nell'im- 
portanza eh' ivi assume la donna, sicché leggendo di Oisille e di 
Parlarnente , pare di veder rivivere le gentili figure d'Elisa- 
betta Gonzaga e d'Emilia Pia. Infatti Oisille, cui la regina na- 
scosta, forse, sotto il nome di Parlarnente, affida l'incarico di 
iniziare e dirigere le dispute e le novelle, ricorda, da vicino, la 
signora Emilia, che la duchessa nomina (VI, 1) « locotenente » 
dei giuochi e delle dispute. Ne diverso è il carattere tipico dei 
vari personaggi. Simontault ed Hircan, sempre pronti a dir male 
delle donne e dell'idealità degli affetti, s'avvicinano al Fregoso 
ed al Pallavicino, mentre il Bibbiena che difende, col Bembo, 
l' amore elevato e la femminil gentilezza, ricorda il mite Dagoucin, 
che pare ne ripeta una sentenza là dove dice essere la violenza 
nemica dell'amore e che amore non può albergare in cuore vil- 
lano (11° lib. Cort. Hept 31°). 

Messer Morello da Ortona (lib. 5°), opponendosi al Bembo, non 
trova che l'amore sensuale meriti tanto disprezzo ed alle accuse 
eh' egli muove contro il sesso gentile, sente rispondersi, eh' egli 
dice male delle donne, forse perchè queste non lo compiacciono 
di quel che vorrebbe. Simontault (nov. cit.) sopporta pure una 
simile rimbeccata. 

Le teorie del Bembo (Lib. 4,° 1G3) di fuggir ogni bruttezza 
dell'amor volgare e di entrare nella divina strada amorosa con la 
guida della ragione, sono quelle, che in vari luoghi e notevolmente 
al finire della nov. 19*, svolgono pure Parlamento e Dagoucin. 

C'è pure nell' Ilep lamé ron un riflesso dell'opera del Castiglione, 
nella grande libertà di parola concessa agli avversari della idea* 
lità e delle grazie muliebri, così che le illustri dame della Corte 
urbinate, punto non s'offendono, quando Ottaviano Fregoso dice 
che le donne sono « animali imperfettissimi e non capaci di far 
atto alcun virtuoso e di poca o niuna dignità rispetto agli uo- 
mini. » Neppure Parlamento si sdegna degli attacchi di Simontault, 
che nella nov. 1* inveisce esclamando « Vous trouvorez que depuis 
qu'Eve fit pecher Adam, toutes les femines ont prins possession 
de tourmenter, tuer et daraner les hommes. » 



tarti 



44 l'heptamérox. 

Le norme delle facezie già date dal Pontano nel suo De ser- 
mone) sulle traccie di Cicerone [De Oratore II), trovano ampio 
svolgimento nel Cortegiano, allorché, nel secondo libro, messer 
Bernardo Bibbiena prende a trattare di esse. A niuno credo sfug- 
girà V importanza di tale fatto e l' influenza che potè avere sul- 
T animo della regina di Navarra a comporre 1' opera sua, il vedere 
che così autorevole personaggio dava tanto peso, nelle Corti, al 
novellare giocondo. Ivi essa potò trovare ammaestramenti a tem- 
perare il riso col decoro giacche il Bibbiena insegna, che, mentre 
molto devesi « laudare chi il riso move a tempo e di bon modo » 
devesi poi rifuggire da quello « che fanno i pazzi e gV imbriachi, 
ed i sciocchi ed inetti e medesimamente i buffoni. » 

I lettori dell' Heptameron rammenteranno la larga parte che 
ha in esso 1' amore non solo nelle novelle, ma, specialmente nelle 
relative osservazioni degli interlocutori. 

« Il y en a — dice Dagoucin nella XIX nov. — qui aiment si 
fort et si parfaitement, qu'ils aimeroient mieux mourir que de 
sentir un dósir contro 1* honneur et la coscience de leurs maìtres- 
ses. » Ivi pure Parlamente svolge la sua teoria dei perfetti amanti : 
« J'appelle parfaits amants ceux qui cherchent , en ce qu'ils 
aiment quelque perfection, soit bontó, beauté, ou bonne gràce, 
toujours tendant à la vertu, et qui ont le coeur si haut et si 
honnète qu'ils ne veulent, pour mourir, mettre fin aux choses 
basses que l'honneur et la coscience repreuvent; car l'àme qui 
n'est créóe que pour retourner à son souverain bien, ne fait, tant 
qu'elle est dedans le corps que dósirer d'y parvenir. Mais à cause 
que les sens, par lesquels elle peut en avoir nouvelle sont obscurs 
et charnels par le pòche du premier pére, ne lui peuvent mon- 
trer que les choses visibles plus rapprochantes de la perfection, 
apròs quoi l'àme court, cuidant trouver, en une gràce visible et 
aux vertus morales, la souveraine beauté, gràce et vertu. Mais 
quand elle les a cherchós et experimentés et n'y trouve point 
Celui qu'elle aime, elle passe outre cornino l'enfant qui, selon sa 
petitesse, aime les pommes, les poires, les poupées et autres pe- 
tites choses les plus belles que son oeil peut voir, et estime ri- 
chesse, d'assembler de petites pierres: mais, en croissant, aime 
les poupines vives, et par ainsi amasse les biens nécessaires pour 
la vie humaine; mais il connoìt, par plus grande expérience, qu'ès 
choses territoires n'y a nulle perfection ni felicitò, il désiro cher- 
cher la vraie felici té, et le facteur et source d'icelle *. 



l'heptaméron. 45 

Su così fatto argomento ritornasi poi sovente. Gli elogi e i 
biasimi dello stato matrimoniale (XL, LXX), V onore della donna 
che è composto di « douceur , patience et chastete » (XLIII) le 
dispute sul come debbasi amare, suir amore che è gentilezza 
(LXX), se amino più le donne o gli uomini (ibid.), sulla fedeltà 
e infedeltà delle donne (X), sulla castità (II e altrove), suir umiltà 
virtuosa (XLIII), sull'amore bestiale (II, XXI) e specialmente 
tutte le dottrine suesposte intorno al}' amore che è aspirazione al 
bene, alla perfezione ed alla divinità, trovano nel Cortegiano 
ampio svolgimento. Il Bem>bo infatti (LIV) insiste lungamente 
nel definire la bellezza un flusso della bontà divina « onde pia- 
cevolmente tira a sé gli occhi umani.... Però, egli aggiunge, chi 
pensa, possedendo il corpo, fruir la bellezza, s'inganna e vien 
mosso non da vera cognizione per elezion di ragione, ma da falsa 
opinion per 1' appetito del senso». Così il vero amante nella con- 
templazione dell' anima e della bellezza angelica, giunge fino alla 
suprema felicità, alla bellezza divina, in cui solo può trovare 
riposo. 

Il concetto dell' amore dei nostri filosofi neo-platonici dovea , 
del resto, essere giunto a Margherita , anche per mezzo d' altre 
letture. La schiera dei pensatori, che nell' Italia del Cinquecento 
occuparonsi di tali dottrine è numerosissima. ! Essa, cominciando 
dalla scuola platonica fiorentina eh' ebbe per rappresentante Mar- 
silio Ficino, viene svolgendosi con Francesco Cattani, Pietro Bembo, 
Leone Ebreo, Mario Equicola, Torquato Tasso, Giuseppe Betussi, 
Tullia d'Aragona ed altri molti. L' amore, il quale come nota il 
Rosi, già, con Platone ed Aristotele, tenendosi da una parte at- 
taccato alla terra, cercava dall' altra di separarsene, per salire più 
in alto, coi filosofi cristiani rimane in terra sol quanto basti per 
il bene della società, per la riproduzione della specie, e, soddis- 
fatto a questi bisogni, ogni piacere disprezza e vola al cielo, aspi- 
rando al sommo bene, che tutto regge e governa. Il Ficino, quasi 
un secolo prima dell' Ileptaméron ì svolgeva le sue teorie d' amore 
nel commento che ci lasciò intorno al Convito di Platone, com- 
mento eh' egli stesso dal latino volse poi in italiano.* Amore, egli 



i Cfr. Rosi Michele, Sagyio sui trattati d'amore del cinquecento, Reeanati, 1889. 

* Ed. Giuntina 1504. — Fra le molti traduzioni fatte in quel secolo d'opere ita- 
liane, dell'Ariosto, del Sannazaro, del Machiavelli . del Pulci ecc., per- cui riman- 
diamo all'accurata bibliografia del Blanc {BUA. it.-fram;aise, Milano ìSbiì) le tratta- 
zioni d'argomenti d'amore occupano parte notevole. Intatti, oltre le citate, rieor- 



46 l'heptaméron. 

dice, è un desiderio di bellezza e il perfetto amatore della ve- 
nustà corporea deve tendere a quella dell' intelletto. L' amore è 
emanazione divina e mira alla divinità; esso è duplice, mirando 
T uno alla comtemplazione del bello, Y altro alla procreazione , con 
cui si genera la « divina bellezza ne' corpi umani » (Or. 1, p. 6, 
30; — Or. II, p. 21-50). 

Il Catani Diacceto, prima del Cortegiano, nel suo Panegirico 
cV amore svolgeva egli pure la massima , che questo sentimento 
altro non è che « uno ardentissimo desiderio di possedere la bel- 
lezza... splendore de la divina bontà». 

E probabile che Margherita avesse notizia del trattato sulla 
Natura d' amore di Mario Equicola, in cui ritornasi nello stesso 
concetto che « amare si deve non per bellezza, ma per virtù 
(p. 326) », che « Dio incomprensibil soltanto con amore si com- 
prende (p. 403) » e partitamente s' esamina 1* amore lascivo (19-40) 
e T amore buono (25). 

Tutte queste teorie doveva poi rimaneggiare il Nifo, morto 
nel 1538, prima cioè di Margherita, ma la cui opera de Fulcro 
et De Amore, essa non potè conoscere. f 

Un'opera invece ben nota all'illustre principessa, fu certo 
quella degli Asolani 5 di Pietro Bembo, che era, come vedemmo, 
tra gli ammiratori di lei. Al leggere codeste conversazioni, tenute 
« al rezzo, nel fresco dell' erbe, all'ombra degli alberi e vicino al 
chiaro fonte » alla presenza d' una principessa, il nostro pensiero 
ricorre alla introduzione del novelliere di Navarra, ai dialoghi su 



diamo le traduzioni seguenti: L. B. Alberti, L 'Hecatomphile traduit de vulgaire italien 
ecc., Paris, Gailliot du Pré, 1534. (A questa seguono, in breve tempo, altre cinque 
edizioni). — La Deiphire ecc. par Guillaume Corrozet, Paris, 1547 (e successivamente, 
nello stesso secolo, altre quattro edizioni). — Leonico (Nicolò Tomeo), Le pourquoi 
d'amour auqucl sont conlenuz plusieurs questions, demandes ecc. Lyon, Roi-Pesnot, 1537. 
— Sperone Speroni, La cure familiare. La dignità de» femvies, dialogues ecc. Trad. Gru- 
get. Paris, 1548. — Marsilio Ficino, Lea commentaires sur le banquet oVamour de Platon 
faict fran^ois par St/mon Sylvius dìt ole La Haye. Poytiers, 1546. 

Fra le molte posteriori alla morte della regina di Navarra , merita di venire 
ricordata la traduzione che Gabriele Chappuis fece dell'opera di Mario Equicola, 
De la nature d'amour. Paris, 1584. 

1 Awjustini Niphi medicis libri duo, de Pulcro primus, de Amore secundus. Lug- 
duni, apud Beringos, 1549. 

« Gli Asolani furono volti in francese prima nel 1545 (Vascosan et Corrozet, 
Parigi), poi da Giovanni Martin. Veggasi sugli Asolani uno studio di Agostino 
Rossi nel Propugnatore, voi. XIX, pag. 2. L'edizione che ho presente è quella di 
Venezia (G. Scotto, MDLIII). Ricordo che il Monophile del Pasquier ebbe \yer mo- 
dello gli Asolani. 



l'heptàméron. 47 

« Therbe verte, si molle et delicate. » Perottino che non vede nel- 
F amore altro che lutto e Gismondo che in esso tutto loda ed 
ammira, trovano un temperamento in Lavinello che ne spiega la 
natura non buona né cattiva, ma variabile secondo l' oggetto cui 
si rivolge. Così Oisille, senza notevole differenza, sostiene nella 
26* nov. che « 1' amour est bon en soy , et ne devient mauvais 
que par l'usage qu'on en fait ». Lavinello in seguito aggiunge : 
« Nuli' altro è il buono amore che di bellezza desio (p. 95) » ed 
inspirandosi ad una conversazione avuta con un pio eremita, con- 
sidera questo desiderio di bellezza quale « vaghezza di colui che 
è d'essa e d'ogni altra cosa, dispensatore e maestro (p. 106) » 
e dimostra la vera bellezza essere « divina e immortale » (p. 107), 
concetto ripetuto da Margherita nella novella XIX e altrove. 

Il determinare se dall' insieme di queste dottrine, o particolar- 
mente da una dell'opere che le svolgono, la regina di Navarra at- 
tingesse la sua inspirazione, è cosa che sfugge all'analisi. Il pro- 
cesso di assimilazione in tanta ricchezza di materiali e in tanto 
ripetersi di teorie e d' opere simili, non può seguirsi che nel suo 
complesso. A noi basta saperne la natura e l'origine. 

L'idealità dell'amore — che i neo-platonici predicavano in 
astratto, ma a cui, nella vita reale, contraddicevano di sovente, 
il Bembo informi — doveva produrre l'amante che serve fedel- 
mente per un solo sospiro, amico fedele tollerato tacitamente dal 
marito e confessato pudicamente dalla dama, fioritura anticipata! 
del Cicisbeismo. 

Chi ha letto VHeptaméron avrà notato, sin dalle prime pagine, 
l' apparire di questo tipo, che taluni credono particolare alla fine 
del passato secolo. 

« Il y avoit aussi parmi les Francis deux gentilshommes qui 
étoient allós aux bains, plus pour accompagner les dames dont 
ils étoient servi teurs, que pour faute qu'ils eussent de sante. Ces 
gentilshommes, ici voyant la compagnie se départir et que les 
maris de leurs dames les emmenoient à part, pensèrent de les 
suivre de loin (p. 5 a ). » 

Parlamento, moglie d'Hircan, non nasconde la sua tenerezza 
pel « gentil chevalier Simontault.... car un temps avoit qu'elle le 
tenoit pour très affectionné serviteur » (p. 8 a ) e nel corso dell'opera 
si alludo, sovente, alla tenerezza del gentiluomo. 

« Plùt à Dieu — dice Simontault, prima che si dia principio 
al novellare — que je n'eusse bien en ce monde, que de pouvoir 



48 l'heptaméron. 

commander à toute cette compagnie. A cette parole, Parlamento 
l'entendit très bien, qui se print a tousser; parquoi Hircan ne 
s'aper<;ut de la couleur qui lui montoit aux joues. » 

Tal genere di relazioni, che parecchie dame della Penisola, 
Elisabetta Gonzaga e la Colonna, per esempio, accettavano nobil- 
mente, non avea, eh* io mi sappia, precedenti, nella società fran- 
cese d' allora. Il Laoroix riferisce il supposto romanzo l tra la 
Spinola e Luigi XII di cui sarebbe stato Vintendio e soggiunge 
« c'est Marguerite, qui semble avoir fait admettre, dans les moeurs 
de son temps, ces alliances toutes spirituelles, qu'on peut consi- 
dérer comme l'expression la plus haute et la moins terrestre de 
l'amour; c'est Marguerite qui a inventò les dénominations de frère 
et de soeur d'alliance (cfr. nov. 26*) sous lesquelles on pouvoit 
s'aimer et se le dire publiquement, sans encourir ni blàme ni 
souptjon. » 

Margherita anche in questo non inventò nulla. Essa non fece 
che introdurre nella società francese una brutta usanza d' Italia. 
Paolo Giovio ricorda nelle sue Imprese militari , che l'andare 
molto intorno burlando e trattenendosi con varie dame, era vezzo 
famigliare, ai suoi dì, tra i cavalieri genovesi e il Belgrano *, cita 
un passo del « Ragionamento di sei nobili fanciulle » scritto di 

quel secolo, in cui si riferisce come « le moderne giovanetto 

subito che a casa del novello sposo si ritrovano, vogliono l'Adone 
che gli dica nelle veglie la paroletta all'orecchio, et le corteggi 
nelle chiese, et per le ville li tenga gioco, talché la maggior parte 
dei giovani da queste tali capparati.... sono; et molte di loro non 
contente di un solo, procurano haverne quanti più possono, per 
parere di essere tra l' altre più stimate et le più piaciute ; et tanti 
sono li favori che gli fanno, che tutti a gara 1' un dell' altro ci 
concorrono. » 

Intendio, spiega altrove il Belgrano, era parola allora assai 
diffusa ed equivaleva a servitore ed amico. Essa è citata anche 

1 Yeggasi Neri, La leggenda di Luigi XII e Tomasina Spinola in Passatempi 
letterari, Genova, 1882. 

1 V. / Cicisbei, cap. 80 dell'opera di L. C. Belgrano, Della vita privala dei genovesi, 
Genova, 1875. Cfr. pure Carducci , Storia del giorno, del Parini (Bologna 1892). Le 

pag. 45-56 sono dedicate ai Cicisbei e serventi « era' come una tradizione, egli 

dice (p. 53), non senza il prestigio della storia. Nella famiglia feudale troppe volte 
la donna altro non fu che instrumento o mezzo d'eredità o di trasmutazion di 
possessi. Indi la convenzione, che il perfetto amore non potesse e non dovesse ri- 
trovarsi nel matrimonio; convenzione di cavalleresca fatta filosofica dal rinasci- 
mento italiano, che trasformò l'amore in adorazione della bellezza. » 



l'heptaméron. / 49 

dal Bandello, il quale ne parla lungamente nel volume quinto 
delle sue novelle, là dove racconta i casi di Luchino Vivaldi, 
mettendoli in bocca a Nicolò Giustiniano : « E consuetudine nella . 
patria mia che un giovine innamorato.,., trovandosi in mano un 
mazzo di fiori.... incontrando per la strada od in porta la sua 
innamorata, a quella, senza rispetto veruno, lo donerà, et ella 
medesima quei fiori che in seno o in mano si troverà avere, al 
suo intendio darà. Ne vi maravigliate di questo vocabolo geno- 
vese, perciò che, secondo che voi dite la tal donna ha per amante 
il tale, le donne nostre, che schiettamente parlano la lingua ge- 
novese senza mischiarvi vocaboli strani, sogliono dire il tale è il 
mio intendio; che anco usò messer Giovan Boccaccio ne la no- 
vella di fra Rainaldo e madonna Lisetta da Cà Quirino. » Il tipo 
del cicisbeo era dunque, come si vede, già nato e fiorente nella 
penisola e passò allora, con tante altre mode nostre, nella società 
francese. 

Il Génin , nella sua prefazione al carteggio di Margherita 
(p. 95), insiste sull'assoluta originalità del « Ramener tout à la 
piétó », caratteristica dell' Heptaméron, in cui le varie giornate 
sono precedute e finite da pratiche religiose, la messa, la lettura 
della Bibbia, le preghiere. 

Inoltre, egli aggiunge, « ce que n'ont fait Boccace, ni Mar- 
montel, ni leurs nombreux imitateurs, ce à quoi la reine de Na- \ / , 
varre ne manque jamais, c'est de tirer de ses contes une moralitó / 
qui en est la glose et souvent» degènere en véritable sermon, en / 
sorte que chaque histoire n'est à vrai dire, que la préface d'une ' 
homélie. » 

A guardar ben da vicino, anche in questa forma di misticismo 
dell'opera di Margherita, potrebbesi trovare traccio dell'arte ita- 
liana. C'è infatti nell' Heptaméron qualcosa che assomiglia alla 
devota gaiezza delle riunioni descritte nel « Paradiso degli Al- 
berti » e che avevano luogo in sul morire del XIV secolo. Tutta 
la comitiva che conveniva intorno al dotto mercante Antonio degli 
Alberti, cavalieri e dame, ecclesiastici e letterati, assistevano, come 
i personaggi del novelliere francese, prima delle loro conversazioni^ 
ai divini uffici ed ascoltavano la messa. Poi le dispute si anima- 
vano e sui verdi tappeti gli animi rallegravansi al racconto di 
graziose novelle, alla vista di giochi svariati, mentre i dialoghi 
filosofici s'alternavano coi discorsi d'arte e di storia. 

Che però Margherita conoscesse il « Paradiso degli Alberti », 



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60 L'HEPTàMÉRON. 

non è certo ammissibile. Tutt' al più qualcosa di simile poteva 
esserle giunto all'orecchio, qualcosa potea avere letto nel De- 
camerone, ì e forse, anche senza influenza italiana, ella trovò nel- 
T indole sua l'ispirazione a quanto v'è di religioso nel quadro ge- 
nerale della sua opera. 

Di tutto quanto abbiamo veduto sin qui, gli studiosi dell' Hè- 
ptaméron non si curarono affatto. Anche per quanto riguarda 
l'influenza del Boccaccio, essi si limitarono piuttosto ad affer- 
marla che a dimostrarla, sicché un esame comparativo dei due 
novellieri rimane ancora da fare. 

Il Landau nelle sue Beitràge ha creduto di trovare qualche 
assomiglianza fra la 23* del novelliere di Navarra e quanto narra 
il Decamerone della regina Teodolinda (III, 2) e ad onta che le 
sue ricerche non abbiangli dati più copiosi frutti, pur tuttavia 
aggiunge che : « Kann man das Heptaméron mit guten Recht eine 
Nachahmung des Decameron nennen, da es ohne dieses Vorbild, 
dessen Geist, Witz und ganze Anlage es nachahmt, nicht ent- 
stànden wàre. » 

Se il Landau avesse approfondite le sue ricerche, avrebbe tro- 
vato qualcosa di più concludente, dell' imitazione indicata, la quale 
può, tutt' al più, ritenersi come un lontano riscontro. Noi trove- 
remo che gli argomenti del Decamerone ricorsero varie volte alla 
mente non solo di Margherita, ma della infinita schiera dei no- 
vellieri francesi del XVI sec, in cui il Landau avrebbe potuto 
notare numerosissimi esempì di non dubbie inspirazioni. Basterà 
ricordare che, fra gli altri, Nicola de Troyes, come vedremo, imitò 
nel suo Grand Parangon cinquantacinque novelle del Boccaccio. 

Margherita, sino dalle prime pagine, rivela il suo fermo pro- 
posito di seguire la via tracciata dal Certaldese « Entre autres, je 
crois qu'il n'y eu nulle de vous qui n'ait lu les Cent Nouvelles de 
Jean Boccace, nouvellement traduites d' italien en franiyois ; a des- 

i La brigata del Decamerone non trascura, infatti, le pratiche esteriori del 
culto. Il venerdì e il sabato s' interrompono le libere conversazioni e si digiuna e 
si prega in onore della Vergine e della passione di Cristo. 

* Questa allusione e le successive ci permettono di fissare la data della compo- 
sizione dell' Heptaméron posteriormente al 1545, data della traduzione del Le Ma<?on. 
Nella stessa introduzione leggesi un' altra allusione ancor più concludente « Mais 
les grandes affaires depuis survenues au roi, aussi la paix entre lui et le roi d'An- 
gleterre, et Paccouchement de Madame la Dauphine,... ont fait mettre en oubli 
du tout cette entreprise (d'imitare il Decamerone)». Il parto della Delfina (Cate- 
terina de' Medioi) ebbe luogo il 8 gennaio 1548. La pace fra la Francia e l' In- 
ghilterra fu conclusa nel 1546. Il progetto di comporre questo novelliere fu dunque 



l'heptàméron. 51 

quelles le roi très-chrétien Francois, premier de ce nom, Monsei- 
gneur le Dauphin, Madame la Dauphine, Madame Marguerite ont 
fait tant de cas, que si Boccace, du lieu où il étoit les eùt pu 
ouir, il eùt dù ressusciter à la louange de telles personnes. A 
l'heure, j'ouis les deux dames dessus nommées avec plusieurs 
autres de la Cour qui se déliberoient d'en faire autant, sinon en 
une chose differente de Bocoace c'est de n'écrire nouvelle qui ne 
fùt L vóritable. Jiistoire. Et premièrement lesdites dames, et Mon- 
seigneur le Dauphin aveoques elles, conclurent d'en faire chacun 
dix, et d'assembler jusqu'à dix personnes qu'ils penseroient plus 
dignes de raconter quelque chose, sauf oeux qui auroient étudié 
et seroient gens de lettres ; car Monseigneur le Dauphin ne vouloit 
que leur art y fùt mèle, et aussi, de peur que la beautó de rhó- 
torique fìt tort en quelque partie à la verità de T histoire. » 

Quanto alla « verità de Phistoire » dichiarazione di prammatica 
dei novellieri , vedremo in seguito che non e* è troppo da fidarsi 
per quanto il Littré (art. cit. pag. 813) creda : « que la reine di 
Navarre, dans ses Nouvelles, n'a point eu recours à l'imagination 
pour inventer des aventures et qu'elle s'est contentàe de raconter 
des faits et des scènes que sa mémoire lui fournissait. » Anche il 
Génin (pag. 98) mostrasi persuaso « de la verità de tous ces récits. » 
^ L'ispirazione del Boccaccio incomincia subito nel quadro ge- 
nerale, che serve di cornice alle novelle ed indica l' occasione che J> s^.K 
loro diede origine. 

Breduci dai bagni di Cauderés (Cauterets) molti viaggiatori 
spagnoli e francesi sono sorpresi da grandi pioggie « qu'il sem- \ 
bloit que Dieu eùt oublié la promesse qu' il avoit faite à Noè, de ^S 
ne détruire plus le monde. » (V. Préface). 

Gli spagnoli cercano scampo tra i monti, ma i signori e le 
dame francesi incontrano mille pericoli, specialmente pel torrente 

discusso tra il 1548 e il 1545, ciò che non impedisce peraltro che Margherita avesse 
in quel tempo, nelle sue conversazioni, narrate ed udite già buon numero di no- 
velle o in altri termini che la materia deWHeptaméron fosse già pronta prima 
ch'essa s'accingesse a riunirla in un'opera. 

Ricordiamo un altro particolare. « Le roi de Navarre » scriveva Margherita a 
Francesco I nel 1541 « par le conseil des médecins à ce mois de may s'en va met- 
tre aux bains de Cotteretz, où il se fait tous les jours des choses merveilleuses. » 
Essa si proponeva, dopo la quaresima « d'alleravec luy pour le garder d'ennuyer » 
e v'andò infatti. L'idea della cornice del suo lavoro, che incomincia per l'appunto, 
col ricordo dei bagni di Cauterets, non pare probabile si presentasse alla regina 
in questo suo viaggio? (Cfr. Lett. de Marg. ed. Génin, t. II, pag. 189 e per la data 
della lettera e relative osserv. Top. cit. del La Ferrière, p. 40 e seguenti). 



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52 



l'heptaméron. 



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bearnese, in cui taluni annegano. Dopo varie vicende, tra cui un 
attacco di banditi, possono ridursi a salvamento nell'abbazia di 
Notre-Dame de Serrance; ma la compagnia, dopo tante perdite, è 
ridotta a dieci persone, cinque uomini e cinque donne. Ivi, per con- 
fortare l'animo rattristato dai luttuosi casi e nell'attesa che sia co- 
strutto un ponte che loro conceda il ritorno, stabiliscono di contare, 
alternandosi, dieci novelle al giorno, per dieci giorni consecutivi. ' 
Così, come nel Decamerone, l'immagine della morte aleggia loro 
intorno e la gioia dei ritrovi nasce dal contrastoTxa fa tranquillità 
del presente e le miserie del passato. Pestilen za o innondazione 
sono egualmente grandi pericoli, che minacciano ed atterriscono 
gran numero di persone e la sventura rende più affettuosi e stretti 
i vincoli d'affetto e più vivo il bisogno di reciproco conforto, fra 
coloro che la prosperità forse dividerebbe. 

Nell'uno e nell'altro novelliere, si dimenticano i dolori, si 
dimenticano i morti, p er sciogli e re un inno giocondo alla vita, 
che par più bella dopo esser stati in procinto di perderla. Lon- 
garine anch'essa scorda ben presto il perduto marito e, come le 
interlocutrici del Decamerone, cerca che nuovi affetti le facciano 
dimenticare i perduti. 

L' imitazione dell' autore italiano non è quindi solo nell'ordine 
e nella distribuzione del lavoro, ma persino nel numero delle no- 
velle, ohe la morte impedì a Margherita di raggiungere. * Certo 
non fu la regina di Navarra a trovare all' opera sua il nome di 
Heptameron, che indica semplicemente uno scopo fallito. Essa, se 
la sorte glielo avesse concesso, le avrebbe forse imposto il nomo 
di nuovo decamerone e decamerone il libro è erroneamente chia- 
mato in qualche ms., come nel 7536 del fondo Colbert (bibl. naz.). 

Margherita ha mantenuto il numero complessivo degli inter- 
locutori del modello italiano, solo modificando quello degli uomini. 
Infatti, mentre nel novelliere del Boccaccio, abbiamo sette~"3onne 



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1 Anche le Porrettane traggono origine da una riunione di persone convenute 
per « assumere la miraculosa acqua del famoso bagno della Porretta. » Trattasi 
però, molto probabilmente, d'una somiglianza fortuita. 

2 Esplicitamente al principio dell'ottava giornata si accenna che le novelle 
dovranno durare ancora due o tre giorni perchè il ponte non è ancora finito. « Le 
matin venu, s'enquirent si leur pont s'avancoit fort, et trouvèrent que, dedans 
deux on trois jours, il pourroit étre parachevé, ce qui déplut à quelques-uns de 
la compagnie; car ils eussent bien désiré que l'ouvrage eùt dure plus longtemps... 
Mais voyant, qu'ils n'avoient plus que deux ou trois jours de bon temps, se dé- 
liberèrent de ne le perdre pas.... » 



l'heptaméron. 53 

e t re giova ni, qui il numero dei cavalieri è uguale a quello delle 
dame. Essi poi s'alternano, a un dipresso, con lo stesso ordine. 
Nella prima giornata del Decamerone, il reggimento è tenuto da 
Pampinea, nella seconda da Filomena, poi da Neifile, da Filostrato, 
da Fiammetta, da Elisa, da Dioneo, da Lauretta, da Emilia e 
infine da Pamfilo. 

ÌXelVHejOtaméron, senza che vi sieno sovranità dichiarate, ab- 
biamo la stessa successi one di personaggi, ma Saffredant e Par- 
lamento due volte incominciano le giornate, eccezione onorevole 
dovuta alla stima dei compagni, benché sia intenzione d' Oisille 
che niuno della comitiva rimanga « sans avoir sa journée (G-. 8 a ). » 

Anche nell'ordine con cui le novelle si seguono, il procedi- 
mento è, a un dipresso, lo stesso. 

Sono particolarità queste che potrebbero parere di ben poco 
conto ove non dimostrassero la venerazione che la scrittrice fran- 
cese ebbe pel nostro trecentista; venerazione modesta di disce- 
polo, che non si crede in diritto d* allontanarsi, neppur d' una 
linea, dalla via tracciatagli dal maestro. 

Non sappiamo se gli argomenti che dividono in vari gruppi 
le novelle sieno opera della regina di Navarra o del Gruget. Essi 
però risultano dal contesto stesso del libro e paragonandoli con 
quelli del Decamerone, vediamo che fra taluni d'essi vi sono no- 
tevoli attinenze. 

Tre special mente si jwssgnQ considerare come traduzioni: 

Hbpt. 2' G. — En la deuxiesme journée on devise de ce qui promptement 
tombe en la fantaisie de chascun. 

Dbc 1* G. — Sotto il reggimento di Pampinea si ragiona di quello, che 
più aggrada a ciascheduno. 

Hept. 6' G. — On devise des tromperies qui se sont faictes d'homrae à 
femme, de femme à homme, ou de femme à femme, par avarice, vengeance 
et maiice. 

Dec 8' G. — Nella quale sotto il reggimento di Lauretta si ragiona di 
quelle beffe, che tutto il giorno o donna ad uomo, o uomo a donna, o l'uno 
uomo all'altro si fanno. 

Hbpt. 8' G. — On devise des plus grandes et plus veritables folies dont 
chascun se peut aviser. 

Dec 9' G. — Nella quale sotto il reggimento d'Emilia si ragiona cia- 
scuno secondo che gli piace, e di quello, che più gli aggrada. 



54 l'heptàméron. 



' >/ La l a giornata dell' Heptaméron non è poi molto dissimile dalla 
A, N 7* del Decarnerone e la 5* s' avvicina alla 10.* 



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Anche nella descrizione del luogo di convegno, i due autori si 
ritrovano. Nel Decarnerone si novella in « un pratello nel quale 
l'erba era verde e grande, ne vi poteva d'alcuna parte il sole 
(introd.) » E Margherita ripete: « Un beau pré.... où les arbres 
sont si feuillus que le soleil ne sauroit percer l'ombre ni échauffer 
la chaleur » (Préface). 

Ai suoni, ai canti e alle danze della comitiva italiana, la mi- 
stica regina ha, come vedemmo, sostituiti dei trattenimenti di 
caratter e più sev ero. Però la lettura della Bibbia e le funzioni 
religiose non impediscono ai suoi interlocutori d' intrattenersi, con 
giochi, e nelle due opere le giornate si dividono con uguale in- 
tervallo di riposo. Manca nell' Heptaméron V ordinamento della 
casa, quale il Certaldese lo descrive, e la distribuzione ordinata 
dei vari uffici; ma i dejeuners spirituels non fanno neppur qui 
dimenticare i piaceri della tavola. Ugualmente se le giornate del- 
l' opera francese non finiscono con canzoni, nel corso delle novelle 
ne troviamo, peraltro, tre e non certo brevi ; una di queste (XIX) 
è anzi riproduzione d' una canzonetta popolare italiana. (V. note). 

Con poche diversità, le due composizioni s' assomigliano pure 
nel distacco fra le varie giornate e nella descrizione del come 
esse 8' impiegano. 

Il Decarnerone, ebbe già a dire il Carducci, è il rovescio della 
Commedia divina di Dante; è la commedia umana in tutti i se- 
coli, in tutte le condizioni^ disegnate su '1 fondo della natura, al 
lume della ragione. Ivi la rappresentazione di variati sentimenti 
e di numerossimi tipi, artigiani e mercatanti, cavalieri e conta- 
dini, gentildonne e popolane, preti e frati, furbi e sciocchi, fan- 
tasia e verità, vizio e virtù, riso e pianto. 

I diversi racconti intrecciansi in un ordine più apparente che 
reale e la varietà consiste sopratutto nell'alternarsi di narrazioni 
animate da sentimenti diversi, sicché il riso dell' una, cancella le 
lagrime dell' altra. 

Tale pure è il carattere dell' Heptaméron, Anche qui cavalieri 
e borghesi, popolane e gentildonne, laici ed ecclesiastici, una folla 
cioè variopinta, multiforme, che rappresenta i vari elementi di 
cui è composta la società; anche qui alternanze di gioia e di do- 
lore, di comico e di tragico. 

La novella (3*) del re di Napoli, che va per suonare e resta 



l'heptaméron. 55 

suonato, fa dimenticare ciò che v'ha di tròppo triste nella morte 
della pietosa e casta cameriera della regina (2 a ) , mentre gli allegri 
quiproquo della ottava, temperano i casi miserandi del gentiluomo 
che muore troppo tardi consolato dalla bella crudele. 

La mite figura di Griselda, la fedele passione di Lisabetta e 
della principessa Gismonda, la cavalleresca cortesia d'Alberighi 
e la gara di generosità fra Gisippo e Tito Quinzio, che nel De- 
camerone, come osserva il Carducci, ci sollevano in più spirabil 
aere, facendo contrasto alle novelle d' indole puramente faceta, 
ricordano figure non meno care e gentili dell' Heptaméron. 

Quivi infatti passano sotto i nostri occhi Paolina e il suo 
sfortunato amante (XIX), la fida Rolandine (XXI), il cavalleresco 
Elisor (XXIV), la casta popolana che muore per salvare il suo 
onore (II), la sposa affezionata, che, colla dolcezza vince 1* infe- 
deltà del suo compagno (XXXVIII) , la vergine che non cede 
né alle minaccie, né alle lusinghe d' un potente signore (XLII), 
1' amante che si uccide sul cadavere del fidanzato (L) e la santa 
donna, che difende i resti del colpevole sposo dalle belve fe- 
roci (LXVII). 

Anche gli interlocutori delle due opere hanno punti di con- 
tatto. Dioneo che fa ridere la comitiva coi suoi liberi e giulivi 
racconti ed è « oltre ad ogni altro piacevole e giovane e pieno 
di motti », la tenera Fiammetta, Pampinea maggiore d'anni e 
di più severo giudizio, Filostrato, Pamfilo, Filomena, Elisa, E- 
milia, Lauretta e Neifile, nel diverso stile dei loro racconti, nella 
diversa scelta degli argomenti , nonché nei commenti a questi, 
rappresentano nature varie, alcune patetiche e gravi, altre libere 
e allegre. 

Non altrimenti variano i personaggi del novelliere di Navarra. 
Oisille è la donna religiosa, cogli occhi rivolti al cielo e sempre 
pronta a richiamare sul retto sentiero i compagni che tendono 
ad allontanarsene. 

Parlamente è la più eloquente della brigata; si diletta essa 
pure, come Oisille, di teologia ma brilla sopratutto nelle dispute 
che trattano d'amore. Fra le novelle preferisce le patetiche e si 
compiace ad esaltare le virtù femminili, e se qualche volta svolge 
racconti liberi, si mostra poi sempre più castigata di Emarsuitte, 
che è la pecora segnata del gruppo femminile. 

La moralità di questa giovane pare infatti che si consideri 

molto dubbia, tanto che Parlamente, con una allusione che, per 

5 




X 



56 l'heptamérox. 

poco, suscita contesa, le dice che ogni moglie dovrebbe esser con- 
tenta del proprio marito e non cercare più oltre (35* nov.). 

Nomerfide ha « le coeur joyeux » ne vuol saperne di melan- 
conie. I suoi racconti sono brevi, furbeschi, liberi tutti, qualche 
volta più licenziosi di quelli degli stessi uomini. Fra costoro si 
distingue il sentimentale Dagoucin il quale, sempre pronto alle 
lacrime ed alla difesa del sesso gentile, fa contrasto ad Hircan, 
Simontault e Saffredant, che si compiacciono in racconti ove le 
donne sono dipinte a neri colori e la fede femminile è derisa. 

Del resto tutti sono d' accordo quando si tratta di combattere 
gli ordini religiosi e di mostrarci gli ecclesiastici, specialmente i 
frati francescani, libertini, ipocriti, oziosi e crudeli. In questa guerra 
vanno tutti a gara nel colpire più duramente gli odiati avversari 
ed anche in ciò si trovano, sino ad un certo punto, d'accordo coi 
loro predecessori del Decamerone. 

Neir una e nell' altra raccolta infatti, le novelle contro il clero 
sono numerose e violente. * Però lo spirito che anima i due scrit- 
tori non è a ritenersi identico. Il Boccaccio certo non mostrasi 
favorevole né a preti nò a frati, ma dopo tutto la sua è una gio- 
conda filosofia, leggermente beffarda, largamente tollerante, che 
smaschera qualche volta con sdegno la falsa virtù, e riprende i 
credenti troppo gonzi, ma che in fondo contempla, con indifferenza 
italiana, gli errori umani inevitabili ed è un po' nella situazione 
del suo Melchisedech (g. 1,* nov. 3*), del giudeo cioè del Novellino 
e di Bosone da Gubbio, il quale, a proposito dei tre anelli, par- 
lando al Saladino, dice delle religioni: « Ciascuno la sua eredità, la 
sua vera legge, et i suoi comandamenti si crede avere a fare, ma, 
chi se l'abbia, come degli anelli, ancora ne pende la questione. » 

Margherita, invece, vissuta nel secolo delle controversie reli- 
giose, tra protestanti e cattolici, è una cristiana convinta, che non 
dubita menomamente d'aver trovato la via che conduce al cielo 
e vorrebbe come Oisille farvi entrare le pecorelle smarrite. Com- 
battendo gli ordini religiosi corrotti, essa crede di concorrere ad una 
grande é santa opera, la restaurazione morale della chiesa. Quindi 
il suo sdegno prorompe dall' entusiasmo per la missione che essa 
credesi chiamata a compiere, e, sotto questo riguardo, VHeptaméron 
commenta e completa le sue composizioni ascetiche, il « Miroir de 
l'àme pecheresse » e € Le triomphe de l'Agneau. » 

1 Cfr. pel Decam. le novelle seguenti: G. 1, n. 2 e 6 ; G. 8, n. 4, 8, 10; G. 4, n. 2; 
G. 7, n. 1, 10-, G. 9 n. 2 e 10, e per VHept. la 5, 11, 22, 23, 29, 31, 38, 34, 41, 48, 56,72. 



l'hbptàméron. 57 

Ecco perchè il novelliere non contraddice né al passato lette- 
rario di Margherita, ne alle pratiche religiose degli anni in cui lo 
veniva componendo, tra gli inni devoti delle monache di Tusson, 
€ Esprit abstraict, ravy et extatic. 1 » 

Ho notato le assomiglianze che esistono tra l'opera del Boc- 
caccio e quella della regina di Navarra e naturalmente corre alle 
labbra la domanda se questa possa reggere al paragone del suo 
modello. 

Rispondo, francamente, di no. Anche in questo caso è avve- 
nuto quello che di sovente s' incontra nelP arte, dove le imitazioni 
esagerano i difetti dell'originale e ne alterano la natura. 

Manca a Margherita il sacro freno dell'arte e i ragionamenti 
filosofici e teologici finiscono collo stancare il lettore, che si perde 
in quel dedalo d'astruserie intricate e pedantesche. Essa ha il / 
gravissimo torto di prendere troppo sul serio l'impresa sua, di ' 
volere disertare su tutto e di chiosare, con argomenti morali, per- 
sino certe novelle di cui il commento migliore non può essere che i 
una franca risata. / , / 

Già dalle prime pagine appare l'inferiorità della scrittrice. Ove ' ' } 
si raffronti il lugubre quadro della pestilenza, che il Boccaccio 
descrive con senso d' artista e d' osservatore profondo, coi casi che 
attristano i viaggiatori dei Pirenei — una inondazione appena 
indicata, avventure di ladri e di orsi — l' introduzione dell'/fe- 
piaméron non può a meno d'apparire una ben povera cosa. Fra 
i monti eh' ergono le sublimi vette al cielo, tra i boschi misteriosi 
e profondi, davanti ai torrenti gonfi di collera, nella pace pro- 
fonda del monastero che alfine accoglie i disgraziati pellegrini, la 
regina di Navarra trova appena poche righe, per descriverci in 
fretta, sulla falsariga del Boccaccio, il luogo dei lieti convegni. 
Così quel sentimento della natura, che detta all'autore italiano 
splendide pagine manca quasi completamente nella sua imitatrice. 

Potremo lasciar correre certe novelle troppo libere per una 
donna, * ma non così talune mancanze di gentilezza muliebre. 

1 Cosi la chiama Rabelais. Cfr. Poesia dedicatoria alla reyina di Navarra del li- 
bro III del Pantagruel. 

8 Ricorderò la XI novella dell'edizione del 1558, soppressa in quella del 1559 
e sostituita dai « Propos facetieux d'un Cordelier en ses sermons, » in cui si rac- 
conta una avventura scatografica di madame de Roncex. La narrazione s'aggira 
sugli inconvenienti * d'un retraict ord », nò si tacciono le particolarità più disgu- 
stose. Anche la novella dei Propos facetieux, che ne prese il posto è, sotto un altro 
rispetto, poca degna, essa pure, della penna d'una regina. Gli equivoci del frate 



58 l'heptameron. 

Quello che più ci dispiace è il vedere che nell'animo delle 
interlocutrici, il racconto di casi dolorosi e di ferocie inaudite 
desta ben raramente un senso di pietà o di sdegno, e che mentre 
esse si sdilinquiscono nelle sottigliezze di ragionamenti d'amore, 
mancano poi sovente d' un sentimento ben più elevato, il senti- 
mento dell' umanità. 

Nella introduzione siamo subito colpiti da una frase piena di 
un egoismo spietato, là dove, dopo la morte dei domestici, vit- 
time, più che delle acque, della caparbietà dei loro padroni, la no- 
bile compagnia fa festa e si rallegra « louant le Cróateur qui, se 
contentant des serviteurs, avoit sauvé les maìtres et les maìtresses. » 
E, poco dopo, Emarsuitte « en riant » soggiunge: « pour perte 
de serviteurs, ne se faut désespérer, car l'on en recouvre assez. » 

Così il triste caso della donna adultera, che il feroce marito 
imprigiona col cadavere dell'amante ed a cui serve di tazza il 
cranio dell' ucciso, invece di muovere l' animo delle dame a sensi 
di pietà, suggerisce* loro le seguenti considerazioni : « Je trouve , 
! dit Parlamento, cette punition autant raisonnablo qu'il est pos- 
siblo. ..» Ed Emarsuitte « J'aimerois mieux voir toute ma vie les 
os de tous mes serviteurs en mon cabinet, que de mourir pour 
eux. » Il presidente di Grenoble, che, per salvare il suo onore, 
avvelena la moglie infedele e poi finge di piangerne la morte, è 
lodato da Emarsuitte per « la grande patience et prudence » e 
solo la mite Longarine soggiunge: « J'eusse voulu qu'il l'eùt tuée 
en sa colere, car les docteurs disent que tei pòche est plus ró- 
missible. » 

Altrove (nov. 4 a ) Hircan, commentando il racconto d' una prin- 
cipessa di Fiandra, che, coll'aiuto d' una sua dama, giunge a sal- 
varsi dalla violenza d'un troppo ardente cavaliere, non solo non 
biasima il gentiluomo, ma aggiunge che se si fosse trovato nei 
suoi panni avrebbe ucciso la vecchia « et quand la jeune se fùt 
vue seule, elle eùt été à demi vaincue. » 

Ho indicato francamente i difetti àelYHeptaméron, però bi- 
sogna convenire eh' essi hanno non poche attenuanti. E queste 
attenuanti noi le troviamo non solo nella vita sociale della Francia 
del XVI sec, vita d'armi e di rozza sensualità, ma anche nella 

francescano sono osceni quanto mai e Simontault non manca di farne suo prò, 
per alludere a certi passatempi, in modo cosi chiaro e brutale che Parlamento è 
costretta a dargli sulla voce. « Tout boau, tout boau ! seigneur Simontault... vous 
oubliez !.... » Anche la novella XLIV è eccessivamente libera. 



l'hept a m érox . 5y 

letteratura amena degli umanisti nostri, così lubrica nella sua 
eleganza, cosi corrotta nel suo classicismo. 

Dal confronto fra l' opera di Margherita e quella dei novellieri 
italiani e francesi di quel secolo, risulta, in parte, tale sua giu- 
stificazione. 

Un lavoro d'arte non deve, d'altronde, giudicarsi sotto un solo 
aspetto, indipendentemente dal tempo in cui appare, né può ascri- 
versi a vergogna della regina di Navarra s' essa non seppe rag- 
giungere F altezza delF originale. L' avvicinarsi al Boccaccio è già 
non piccolo vanto né s' hanno a disdegnare le vette dell' Appen- 
nino, sebbene esse non arrivino alla maestà delle Alpi. 

Nel circolo dei deviseurs della prima metà del Cinquecento 
noi abbiamo assegnato il posto d'onore a Margherita e questo 
posto è ben meritato non solo perchè il suo novelliere supera — 
ove si eccettuino i Joyeux Devis — quanto in simil genere pro- 
dusse allora la Francia, ma anche perchè fu essa che diresse, pro- 
tesse, incoraggiò la giovine arte, indicandole il cammino del suo 
rinnovellamento. Senza Margherita non avremmo avuto ne i Com~ 
ptes, né i Joyeux Devis, e senza F imitazione italiana del XVI v 
secolo, i tempi di Luigi XIV non avrebbero forse veduto, in tutto j 
il loro splendore, ne la gloria del Molière, né quella del La Fontaine. ' 

Il Decamerone, l'abbiamo veduto, fu fonte principale deìYIIep^y )( Y 
taniéron } ma non unica certamente. / 

Infatti a formarlo concorsero oltre le C. N. N. il Morlini, il 
Cornazzano, il Masuccio, il Poggio e forse anche il Bandello. 

Dico forse non perchè tra il novelliere del Bandello e quello 
di Margherita non corrano strette e indubbie attinenze, ma perchè 
non è facile il determinare quale dei due autori sia da conside- 
rarsi inspiratore. A qualche conclusione, anche sotto questo ri- 
guardo, io credo di poter giungere dissentendo da quanto altri 
affermarono. 

Il Landau nelle sue Beitràge (pag. 105 e seguenti), dopo aver 
constatato F assomiglianza di tre novelle del Bandello con altret- 
tante deXY Heptaméron, ammette, senz'altro, la dipendenza dell'opera 
italiana dalla francese. Queste novelle sono la 24,* p. II,* la 35* 
p. II,* la 6 a p. IV, che corrispondono alla 23,* 30 1 e 70 a delF/Ay- 
taméron. 

Per la prima il Bandello stesso, nella lettera di dedica a Co- 
stanza Rangona Fregosa, ammette d'averla avuta, indirettamente, 
dalla regina di Navarra. « Essendo venuti alquanti gentiluomini 



60 l'heptaméron. 

e gentildonne a Bassens.... udii raccontar un caso degno di com- 
passione, che il mio da me tanto amato e dai dotti riverito Giulio 
Cesare Scaligero narrò; e disse, per quanto ne aveva contezza, 
esser stato prima detto da madama Margarita di Francia, oggidì 
reina di Navarra, donna che in sé sola contiene la chiarezza con 
le lodi ed eccellenze a tutte le famose eroine da' saggi scrittori 
per il passato lodate. » 

Per la seconda egli dichiara a messer Girolamo Ongaro d'a- 
verla intesa parimenti a Bassens da madama Maria di Navarra ; 
quanto alla terza, dedicata ad Antonia Bauzia, marchesa di Gon- 
zaga, dice essergli stata narrata a Casalmaggiore da « un genti- 
luomo Borgognone chiamato Edimoi^do Orflec, che da lungo tempo 
in Italia avea militato. » 

Di tutte e tre quindi la fonte appare francese. Ma il Landau 
non ha osservato che vi sono pure altre novelle dei due autori 
fra loro similissime. 

La nov. 14' p. IV,* dedicata dal Bandello a Francesco Peto 
Fondano e ohe V autore attribuisce ad Antonio Tilesio, narra « di 
una astuzia del duca Galeazzo Sforza per ingannare uno de* suoi 
consiglieri, » di cui godeva amorosamente la moglie. Tale aned- 
doto forma pure il tema della 25* dell' Heptaméron, che differisce 
soltanto nel più ampio svolgimento. 

Nelle due redazioni, il principe, che nella novella di Marghe- 
rita è francese ed anonimo, scoperto dal marito, si trae d'impaccio, 
lusingandone l'amor proprio, col dargli a credere d'essersi recato 
in casa sua, in ora indebita, mosso dalla necessità di chiedergli 
consiglio per un affare importante. 

« Messer lo consigliere, non pensando più oltre, si reputò es- 
sergli fatto un segnalato favore, che il duca a tal ora si fosse 
degnato sì domesticamente andargli in casa. * « Le bonhomme 
avocat fut fort aise de l'honneur que ce prince lui faisoit de 
venir ainsi privément en la maison... lui recommander ses affaires. » 

L'argomento della nov. 35' par. 1' dell'autore italiano « nuovo 
modo di castigar la moglie ritrovato da un gentiluomo veneziano » 
ch'egli dedica a Paola Gonzaga e suppone narrata a Milano da 
Giulio Oldoino, alla presenza d'Isabella d'Este, è lo stesso che la 
regina di Navarra svolge nella sua 25.' « Industrie d'un sage mari 
pour divertir l'amour que sa femme portoit à un oordelier. » 

Uguale è nei due racconti 1' amore della donna per un frate 
predicatore; uguale l'astuzia del marito nell' intercettare le lettere 



l'heptàmérox. 61 

della moglie, nel rispondere ad esse, fingendosi quello ch'essa 
ama, nell' appuntamento, a cui si reca travestito da monaco ; uguale 
la gherminella fatta al frate, cui dà ad intendere che la moglie 
è spiritata. Uguale infine è lo scioglimento dell'intrigo, che varia 
solo nella punizione della colpevole, sconcissima nel Bandello, 
spiritosa ed elegante neir autrice francese. L'una novella non può 
assolutamente essere stata composta senza la conoscenza dell'altra. 

Parimenti l' autore italiano nella XI* p. I,* trattava il soggetto 
della 36* dell' Heptaméron. « Un président de Grenoble, averti du 
mauvais gouvernement de sa femme, y mit si bon ordre, que son 
honneur n'en fut interessò et si s'en vengea. » 

« Un senatore trovando la moglie in adulterio fa l'adultero 
fuggire, e salva il suo onore con quello della moglie. » 

Anche questo racconto dice il Bandello d' averlo inteso in Italia 
da mosser Francesco Midolla, senatore di Milano. È dedicato a 
Vincenzo Attelano e la stretta somiglianza con quello di Mar- 
gherita non può essere messa in dubbio. 

La novella 16* p. I,* in cui parlasi d'un giovane, ohe, udendo per 
caso V appuntamento amoroso d'un altro gli si sostituisce, novella 
ripetuta poi nella 22* p. Ili,* svolge lo stesso tema della 14* del- 
l' Heptaméron e la 33* p. Ili,* ricorda pure la 70* dell' autrice fran- 
cese, e sarebbe quindi una prima redazione della 6* par. 4* di cui 
abbiamo testò fatto cenno. 

Né qui si limitano le attinenze. La narrazione francese della 
€ Punition plus rigoureuse que la mort d'un mari envers sa fèmme 
adultere (Heptam. 32*) » è la stessa della novella 12* par. II* 
del Bandello. Trattasi, in entrambe, d' un marito, che, per pu- 
nire la moglie colpevole, la rinchiude, in una stanza col cada- 
vere del drudo. Dice l'autore italiano essergli stata narrata da 
messer Gribaldo Muffa, gentiluomo di Chieri a Pinerolo, in pre- 
senza di Cesare Fregoso ed è dedicata a Gheraldo Boldero. La scena 
è messa in Piemonte, mentre Margherita la pone in Germania, 
ne vi sono differenze sostanziali, ove se ne tolga la minor ferocia 
della conclusione nel testo francese. 

Eiscontri pure notevoli offrono la 43* Udì* Heptaméron con la 
26* p. IV* del nostro autore, benché entrambe possano ricollegarsi 
alla 26* del Masuccio, la 52* con la 25* p. IV,* la 24* con la 46* 
p. I,* la 3* ed in parte anche la 15* dello stesso Heptaméron con 
la nov. 9* p. IV* del novelliere italiano. 

Ora davanti a tante e così strette somiglianze, di cui la maggior 



62 l'heptaméron. 

parte hanno il carattere sicuro di fonti, noi ci domandiamo se 
sia proprio sempre il Bandello che s'inspirò a Margherita o se, 
qualchevolta, non trattisi del caso opposto. Giacche ove si presti 
fede all' autore italiano e s' ammetta per tre d'esse la derivazione 
francese unicamente, perchè egli stesso ce ne fa testimonianza, 
come non dovremmo noi prestargli uguale fede, quando egli, per 
altre, ci assicura di averle udite in Italia, da italiani e dalle de- 
diche risulta eh' esse sono, in gran parte, anteriori all' opera della 
regina di Na varrà ? Che se la quarta parte delle novelle del Ban- 
dello venne pubblicata postuma nel 1573, le tre prime parti videro 
la luce anteriormente alla stampa dell' Heptamcron (1558) cioè nel 
1554, coi tipi del Busdrago di Lucca. 

Ben si capisce che Margherita, già morta da circa un lustro 
non poteva averne contezza, se non leggendo il manoscritto ita- 
liano e si può anche ammettere l' ipotesi contraria ohe fosse cioè 
il Bandello a far suo prò degli scritti inediti della regina. 

Però a convenire in questa seconda supposizione bisogna an- 
dare ben cauti. Si sa che il Bandello compose buona parte delle 
sue novelle anteriormente al 1525, cioè prima di recarsi in Francia 
con Luigi Gonzaga e eoa Cesare Fregoso. Egli stesso ce lo dice 
in diversi luoghi. Si sa, inoltre, che dopo avervi fatto diversi 
viaggi, egli vi si stabiliva, in modo definitivo, nel 1541. 

« Sono, si come sapete — scrive egli a Emilio degli Emili 
dedicandogli 1' 11* nov. della par. II* — già alcuni anni che io 
cominciai a scriver le mie novelle, secondo che dagli amici mi 
eran narrate, e per altra via mi venivano alle mani ; ed avendone 
già scritte molte, fui a mal grado sforzato d'abbandonar Milano, 
per la cagione che già vi dissi, e d'andarmene peregrinando va- 
riamente per l'Italia. Tornato poi a Milano, trovai, con mio 
grandissimo dispiacere, che dai soldati spagnuoli alcuni miei co- 
fani erano stati sconficcati, pensando forse trovarvi dentro un 
gran tesoro. E fra l' altre cose mi rubarono la maggior parte delle 
mie rime ed alcune novelle, insieme con quel mio gran volume 
dei vocaboli latini. Ora avendo io ricuperato alcuni frammenti, 
così delle mie rime come delle novelle, n^i son messo a trascri- 
vere esse novelle, ed anco, secondo che di nuovo alcuna intendo, 
scrivere. » 

Nella prefazione alla parte terza ritorna sull'argomento, ri- 
cordando le grandi fatiche eh' ebbe a sostenere per raccoglierle e 
soggiunge « due volte ho mandato a posta in Italia per la ricu- 



l'heptaméron. 03 

perazione di quelle » ed avverte il' lettore che neir esporle non 
potrà procedere secondo V ordine della composizione. 

Vero è ch'egli non esclude di averne aggiunte alcune peroc- 
ché e non manco ogni volta che qualche accidente degno di me- 
moria intendo, quello porre appo gli altri, » però la composizione 
anche di queste, si ha da ritenere anteriore ali 1 Heptaméron a giu- 
dicarne, come dicemmo, dalle lettere dedicatorie che vi sono di 
fronte. 1 Ricordiamo fra le persone, cui Fautore nostro fece omaggio 
di questi suoi scritti, Ippolita Sforza, Prospero Colonna, Isabella 
d'Este, Aldo Manuzio, Giovanni de'Medici, Baldassare Castiglione, 
Francesco Berni. Anzi, da un accenno al Cortegiano, che trovasi 
nella prefazione alla nov. 58* par. II,* apparirebbe eh* egli avesse 
scritta questa e certo varie delle precedenti, anteriormente al 1628. 

« Bene si spera, egli dice, che il nostro signor conte Baldas- 
sare Castiglione, farà conoscer l'errore di questi magri cortigiani, 
come faccia imprimer l' opera sua del Cortegiano. » 

Così sarebbe fissata, con una certa probabilità, la data di alcune 
novelle, che pur trovansi nell' opera di Margherita la 2,* la 16* e 
la 35* della parte prima, la 12,* la 24* e la 35* della parte seconda, 
prima dell' anno 1528, data dell' edizione del Cortegiano, cioè in 
un tempo in cui la regina di Navarra potea benissimo raccogliere 
e ripetere novelle, ma in cui certamente essa non pensava ancora 
di dar loro veste letteraria. 

C'è inoltre un fatto singolare che merita di venire attenta- 
mente considerato. 

Nelle novelle che passano per tradizione orale da un paese ad 
un altro, e di questo il Folklore presenta numerosi esempì, anche 
quando il fondo della narrazione rimane inalterato, i cambiamenti 
esterni sono sempre sensibili. Alcune linee meglio si disegnano , 
altre scompaiono ; l' accessorio diventa il principale o il principale 
l'accessorio, alcuni particolari sfumano ed altri s'aggiungono. Le 
assomiglianze invece fra il Bandello e Margherita hanno il carat- 
tere S! imitazione sullo scritto. 

Oltre agli esempì addotti, pigliamo fra i racconti di cui l'au- 
tore riconosce l'origine francese, quello ch'egli assevera d'aver 
udito a Casalmaggiore, da un gentiluomo borgognone. 

La nov. 6* p. IV,* non solo è identica nello svolgimento , nei 
personaggi e nelle passioni alla 70* àeW Heptaméron, ma 1' asso- 

i V. Mazzucchelli , Scritt. it. T. I , p. I , pag. 201 e pref. alle novelle del Ban- 
dello. Veggasi pure il Tiraboschi voi. 7, p. Ili, pag. 85. 



64 l'heptàméron. 

miglianza è pure nei menomi particolari, nella descrizione del 
vano della finestra in cui la duchessa parla al cavaliere, nel modo 
con cui la bella è avvertita dal japper du chien che il suo amante 
s'avvicina, nella quercia che nasconde il duca: « Fece il duca 
segretamente apprestare due cavalli nelT albergo di Carlo, e come 
fu l' ora, tutti due montarono a cavallo ; e da Argilli, ove il duca 
allora dimorava, al giardino s' inviarono, ove in poco di ora giunti, 
lasciarono fuora della chiusura del giardino in luogo sicuro legati 
li due palafreni ; poi al disegnato luogo entrarono dentro il giar- 
dino. Entrati dentro, fece Carlo ohe il duca si fermò dietro a una 
antica e grossissima quercia, per espiare e meglio vedere il tutto, 
e chiaramente conoscere che il vero detto gli aveva. Né guari 
quivi dimorarono, che il piccola e fedel cagnolino cominciò ad 
abbaiare. » 

€ Le due... fit venir deux chevaux pour lui et le gentilhomme, 
et toute la nuit se mirent en chemin pour aller où sa nièce se 
tenoit, laissant leurs chevaux hors de clóture. Le gentilhomme 
fit entrer le duo au jardin par le petit huis, le priant de demeurer 
derrière un gros noyer, duquel lieu il pouvoit voir s'il disoit vrai 
ou non. Ils n'eurent guère demeuré au jardin, que le petit chien 
conimela a japper.... » 

E il resto presenta uguale simiglianza. Veggasi a modo di 
esempio l'immagine dell'innamorato, che, nel momento tragico, 
esclama: « Ahi! cuor mio scelerato e troppo timoroso di morte 
o di perpetuo esilio, perchè non diventi cibo immortale di una 
famelica aquila, come quello di Prometeo, o come il fegato di 
JTizio, non sei tu corroso da un mordace e famelico avvoltoio ? » 

« mon coeur, trop craintif de mort et bannissement , dé- 
chiré, soit-tu des aigles perpetuellement comme celui d'Ixion! » 

Moltiplicare i confronti riuscirebbe superfluo ; i lettori si sono 
già accorti che si tratta, più che altro, d' una libera versione. Ora 
domando io, è egli mai possibile, che una novella udita dal Ban- 
dello venti anni prima che Margherita la mettesse in iscritto, 
dovesse a questa assomigliare cotanto da parerne traduzione ? 
Quindi o il Bandello non narra il vero o se narra il vero bisogna 
giungere ad una conclusione ben diversa dall'asserzione del Landau. 
Margherita, l' abbiamo già visto, aveva un debole, trattandosi di 
donne mi si permetta 1' espressione, per la novellistica e quindi 
pei novellieri italiani. 

Quando, dopo le tristi vicende della casa Fregoso, il Bandello 



l'heptaméron. 65 

si ricoverò in Francia, per rimanervi sino agli ultimi suoi giorni, 
la regina di Navarra e i cortigiani di Francesco I si raccolsero 
sovente intorno al dotto novellatore. Egli avea vissuto nella grande 
civiltà delle nostre corti, egli era in relazione con Isabella Gon- 
zaga (parte I, m nov. 30*) e con la lunga schiera d' illustre dame 
à 1 Italia, cui raccontava o dedicava le sue libere novelle. E queste 
novelle egli dovea pur ripetere ai nuovi ascoltatori, alternandole 
col ricordo degli splendori del nostro rinascimento. 

Certo più ai suoi meriti letterari, che alle sue virtù ecclesia- 
stiche egli fu debitore del vescovado di Agen, con cui Enrico II, 
volle a quanto dicesi, rimunerarlo. l 

Le sue relazioni con Margherita non sono una ipotesi cam- 
pata in aria. Si sa che il nostro Cinquecentista le dedicò la sua 
Ecuba, si sa pure ch'egli scrisse una canzone sulla € seconda 
Margherita » nipote della regina di Na Varrà, col titolo: « Delle 
divine doti di madama Margarita di Franza, figliuola del cri- 
stianissimo re Francesco. » 

Alla regina di Navarra egli indirizzò poi la 20* nov. della 
p. IV,* che tratta delle « Origine della nobilissima casa di Sa- 
voia. » Dice la dedica: « La troppo umana lettera vostra, sere- 
nissima reina, che in risposta della mia, che vi mandai con la 
mia Ecuba, ora voi mi fate, rende verissimo testimonio , che di 
ciò che scrissi delle vere e rare vostre virtù ti io punto non mento; 
anzi appar più che chiaro, che io la menomissima parte non toccai. 
Pertanto veggendo quanto con umane e onorate parole voi mi 
ringraziate che essa Ecuba al glorioso nome abbia consacrata, e 
altresì leggendo quello che di me scrivete al magnanimo vostro 
cavaliere il signor Cesare Fregoso mio signore, mi fa veramente 
credere che voi in ogni secolo siate donna incomparabile.... » 

Dall' accenno a Cesare Fregoso, morto ai 2 di luglio del 1641, 
risulta quello che anche le altre dediche dimostrano, cioè che le 
novelle del 4° lib. furono composte, esse pure, prima di quell'anno; 
le lodi poi che Margherita scriveva del Bandello lasciano supporre 
che questa conoscesse se non tutte, certo buona parte dell'opere 
sue. Il che appare pure da altre dediche a gentiluomini della 
Corte di Navarra e della Corte di Francesco I, da quella « al ma- 
gnifico messer Girolamo Ajeroldo maestro di stalla del serenissimo 



1 II Masi (op. cit. p. 8 pag. 72) non reputa abbastanza provato che il Bandello 
ottenesse il vescovado di Agen; certo però egli n'ebbe il titolo e gli onori. 



t')(} l'heptaméron. 

re di Navarra » (p. II, 48*) al Gloriero tesoriere di Francia (p. Ili, 
4*) e da altre. Ricorderò pure una sua lettera ad Anna di Poli- 
gnao (p. II, 40*), in cui le rammenta i ritrovi di Bassens e, in- 
viandole una novella, aggiunge: « Mi sono anco mosso a donar- 
vela e scriverla al nome vostro, perchè in questi sei anni che di 
continovo sono dimorato in questo regno di Francia, ancora non 
ho veduto donna alcuna che più di voi si diletti della lingua 
italiana, ne che più volentieri oda legger le cose in quella scritte. 
Il che pienamente dimostraste, allora che con intenta attenzione 
alcune mie novelle ) che lessi ascoltaste, e (che non piccola cosa 
mi parve) si vide qual fosse il giudicio vostro, quando giudizio- 
samente scieglievate il buono ed ij meglio. » 

Da tutto questo è lecito inferire che il novelliere del Bandello 
fosse noto ai deviseurs navarrini e ch'essi e sopratutto Margherita 
dovessero giovarsene liberamente. Anche per la novella 24* p. II,* 
non è escluso il caso eh' egli avendola scritta, pel senso, come lo 
Scaligero gliela narrò, l'abbia poi comunicata a Margherita, quale 
omaggio di cosa da lei venuta ed a cui egli avea dato veste let- 
teraria. 

Ecco perchè il lettore non deve meravigliarsi se fra le fonti 
àeWHeptameron e degli altri novellieri francesi di cui ci occupiamo 
vedrà ricordato più d' una volta il Bandello. L' ipotesi esposta è 
confortata, io credo, da saldi argomenti non però tanto che qual- 
che dubbio non sia ancora possibile. L' affermare, peraltro, reci- 
samente come il Landau, ed altri sulla sua fede hanno fatto, che 
l'autore italiano sia proprio sempre debitore di Margherita, non 
lo credo logico almeno sino a che non s' abbiano prove di mag- 
gior valore. 

Vista così nelle sue linee generali la questione delle fonti del- 
VHeptaméron ci rimane a parlare del suo testo e della pretesa pseu- 
donimia de'suoi interlocutori. E di questo diremo in poche parole. 

La prima edizione del novelliere della regina di Navarra è 
quella del 1568 ; essa non contiene che 67 novelle non divise in 
giornate e reca il titolo seguente : « Histoire des amans fortunez, 
dódiee à l'illustre princesse Marguerite de Bourbon, duchesse de Ni- 
vernois, par Pierre Boaistuau dit Launay. » Paris, G. Gilles 1558. 

L'anno dopo Claudio Gruget pubblicava quella che è l'edi- 
zione princeps del nostro novelliere e che ha il nome di Heptaméron. 
Così l'opera di Margherita fu postuma ed è più che probabile 
che il Gruget ne correggesse la forma, come ne modificò e sop- 
presse quei passi che parvergli sospetti d'eresia. 



l'heptaméron. (57 

Leroux de Lincy, nel 1853, pubblicava, a spese della società 
dei bibliofili di Francia, una nuova edizione, seguendo non più 
il testo del Gruget ma un ms. della biblioteca ora nazionale, 
(n. 7572. Ancien fonds Colbert). 

Apparvero allora evidenti le alterazioni del primo editore 
dell' opera e videsi pure, che tre novelle erano state soppresse dal 
Gruget e sostituite con altre (la 19,* la 44* e la 46*). 1 Il Lacroix 
(Jacob), tenendo conto delle due edizioni, pubblicava l'edizione 
critica del 1858, mentre nel 1888 i Garnier riproducevano ancora, 
senza alcun cambiamento, il testo dell' edizione princeps. 

La cura con cui i periodi contenenti i passi soppressi vennero 
rabberciati, indica che le alterazioni non dovettero essere molte 
e che non si procedette all'impazzata in questa specie di corre- 
zione. Quanto alle novelle in più, è permesso di supporre ch'esse 
sieno pure di Margherita e che facessero parte di quelle con cui 
l'autrice intendeva di darci un vero centonovelle diviso in dieci 
giornate, secondo il modello italiano. 

Più che altro, a titolo di curiosità, ricorderò un articolo au- 
dace di Carlo Nodier, 2 in cui s' attribuisce la paternità o almeno 
la redazione dell' Heptaméron al Des Periers. Di tale asserzione 
non si possono confutare le prove, unicamente perchè l' autore si 
dimentica di darcene. 

Questa opinione non ebbe sostenitori, né oggi più alcuno 
dubita che V Heptaméron sia, se non in tutti i suoi particolari 
certo nell'assieme, dovuto alla mente geniale della Marguerite 
des Marguerites. 

Leroux de Lincy prima ed altri dopo di lui vollero che sotto 
i nomi degli interlocutori del novelliere si nascondessero perso- 
naggi reali e di supposizione in supposizione conclusero identifican- 
doli nel modo seguente: 

Parlamente è la regina di Navarra; Madame Oisille è Luigia 
di Savoia, madre di Francesco I e di Margherita; Emarsuitte, 
Anna di Vivonne ; Hircan, Enrico di Navarra, secondo marito di 
Margherita; Geburon, il sig. di Burye; Saffredant, Giovanni di 
Montpezat; Simontault, il sig. di Bordeilles; Dagoucin , Nicola 
Dangu ; Longarine, Aimée de la Fayette ; Normenfide, Francesca 
di Fiedmarcon. 

\ La 46" dell'ediz. Lincy non è che una redazione diversa della 45.* Quindi le no- 
velle i\a)VII''pfamrron, aggiungendo all'antico testo le due nuove del ms., sono 71. 
« Bevuc des deiix Mondcs, 1 nov. 18ò*!>. 



68 l'heptaméron. 

Quali relazioni sentimentali poi passassero fra il signor di 
Bordeilles e Margherita, perchè essa dovesse mostrarlo al pubblico 
come suo fedele servant, perchè Margherita avesse a far risuscitare, 
per porla nel novelliere, sua madre morta sino dal 1531 ; perchè En- 
rico di Na varrà, valoroso e saggio principe, che Margherita sposò 
per amore e sempre sostenne efficacemente, come risulta dal suo epi- 
stolario, dovesse fare la parte poco simpatica d'Hircan, che vuol 
dire poco meno che selvaggio e il perchè di tutti gli altri nomi, 
sono questioni che gli autori di queste ipotesi, credono conve- 
niente di non indagare , fidandosi al Brantòme , di cui, d' altra 
parte, la verità storica è, per lo meno, assai dubbia. 

Neil 5 Heptaméron ci sarà certamente qualche allusione a per- 
sone ed a fatti del circolo navarrino, ma a tanta distanza di 
tempo e con così scarso materiale di notizie il cercare d' indovi- 
narle e fabbricarvi su congetture è opera di fantasia non di vera 
critica. 

Né ci fideremo molto — pur tenendone conto nelle note — delle 
origini storiche che il Brantòme assegna a varie novelle. E noto che 
il geniale autore delle Barnes galantes, s'era prefisso lo scopo di 
spiegare VHeptaméron con fatti accaduti realmente e quando i fatti 
mancavano, doveva inventarli e metterli sulla coscienza della sua 
defunta avola Luisa di Daillon. 1 

Alla novellistica che la precedette, sopratutto all' italiana, 
domandò la Regina la sua inspirazione ed alla Penisola appare 
costantemente rivolto il suo pensiero, che di personaggi e di cose 
nostre sovente novella e ragiona e per otto volto mette sotto il 
nostro cielo la scena dei suoi racconti. 



i Nota giustamente il Paris nei suoi studi su Francesco I la poca fiducia ohe 
merita il Brantòme: « Brantòme a trop souvent, et surtout dans son livre des Dame* 
galante*, passe au delà du pire ; il s'y fait tour a tour l'inventeur de récits saugrenus 
et le racoleur de saillies disséminées, méme avant lui, dans les recueils de Contes à 
rive. » Ricordiamo, con l'egregio storico, il brano della dedica al duca d'Alencon 
dell'opera sua, in cui vedesi ch'egli la considerava, a un dipresso, come una rac- 
colta di facezie e di storielle. « Monseigneur, d'autant que vous m'avez fait cet 
honneur souvent à la cour de causer avec moy fort privément de plusieurs bons 
mots et contes.... je me suis mis a composer ces discours tels quels, et au mieux 
que j'ay peu; afin que si aucuns en y a qui vous plaisent, vous fassent autant 
passer le temps et vous resouvenir de moy parmi vos causeries.... » (Paulin Paris, 
Études sur Francois 1 ecc. pag. 8). Ricordiamo inoltre che nel discorso primo delle 
Darnes galantes il Brantòme riproduce, di sana pianta, due novelle del Decamerone, 
cioè la nov. VII della giorn. 2* e la X della giorn. 5." 



NOTE COMPARATIVE. 



Nov. S. — Le roi de Naples, abusant de la femme d'un gentilhomme, 
porte enfin lui-mème les cornes. 

Si collega al Talio del Poggio e quindi alla 3 m delle C. N. N. 
(v. per raffronti il comm. a questa). Maggiore assomiglianza ha 
però con la nov. 2 % p. IV del Bandello in cui un gentiluomo in- 
gannato dal suo signore vendicasi, in ugual modo, con la moglie 
di lui. 

Si noti però quest' unica differenza clie nel racconto italiano 
è la moglie del signore che incita il marito burlato alla vendetta, 
mentre nel francese, è il gentiluomo che induce la regina a pa- 
gare sua marito colla stessa moneta. 

Nov. 4. — Téméraire entreprise d'un gentilhomme à l'encontre d'une 
princesse de Fiandre et le dommage et la honte qu'il en recut. 

Anche Bayle nel suo Dictionnaire historique (art. Bonnivet) 
non mette in dubbio quanto dice il Brantóme (Hist. des dames 
galanles), che si tratti d' un' avventura di Margherita con V am- 
miraglio Bonnivet. « Si voulós savoir, dice il Brantóme, de qui 
la nouvelle s'entend, o'étoit de la reine Marguerite de Navarro 
et de l'admiral de Bonnivet, ainsi que je tiens de feu ma grand- 
mere. » Gli altri critici, compreso il Jacob, ammettono tale ori- 
gine. Notiamo che nelle novelle in cui s'allude al Bonnivet, la 
regina non nasconde la sua simpatia pel brillante ed audace ca- 
valiere. 

Nov. 6. — Subtilité d'une femme, qui fit evader son ami, lorsque son 
mari, qui étoit borgne, les pensoit surprendre. 

Troppo vaga è V assomiglianza indicata dal Jacob con la nov. 6* 
gior. 7* del Decamerone. Essa è invece in istretta relazione, con 
la 16' delle C. N. N. e con la nov. 2* dell' Arienti (v. comm. alla 
16 a delle C. N. N.) Ricorda pure sebbene lontanamente la 23* p. 1* 
del Bandello. 



70 NOTE COMPARATIVE. 

Nov. 8. — Un quidam ayant couohó avec sa femme, au lieu de sa ebani- 
brière, y envoya son voisin, qui le fit cocu, sans que sa femme en sùt rien. 

Appartiene al ciclo del marito che beffa se stesso. Cfr. Sac- 
chetti (206), Poggio Vir sibi cornua promovens e De quinque Ova 
e la 9* delle C. N. N. (v. comm. a questa). Fra le tante versioni 
di tale racconto, quella che più s'avvicina all' Heptaméron è la 
prima del Poggio. 

Nov. 9. — Piteuse mort d'un gentilbomme amoureux, pour avoir trop 
tard recu consolation de celle qu'il aimoit. 

Eicorda la nota avventura di G-eoffroi Rudel con la contessa 
di Tripoli. • 

Nov. 10. — Amour d'Amadour et Florinde, où sont contenues maintes 
ruses et dissimulations, avec la très-louable ebasteté de Florinde. 

Leroux de Lincy et il Jacob suppongono che si tratti d'un 
fatto accaduto realmente alla corte di Carlo Vili o di Luigi XII. 
Si ammette anche, dal Jacob che possa alludersi ad un'avventura 
del tempo e probabilmente di Margherita stessa col Bonnivet. 
Trattasi però sempre d'una ipotesi senza prova alcuna. 

Nov. 11. — Propos facétieux d'un cordelier en ses sermons. 

A proposito di prediche buffonesche di preti e frati, giova ri- 
cordare il nome d'Oliviero Maillard. Le prediche di questo frate 
inframezzate di scherzi molto liberi, furono pubblicate in latino 
macaronico. Egli intratteneva il suo uditorio nella chiesa di Saint- 
Jean-en-Grève, ai tempi di Luigi XI e di Carlo Vili. Veggasi 
Rabelais (Pant. lib. II, cap. 27°; lib. Ili, cap. 6°). 

Nov. 12. — L'inconvénient d'un due et son impudence pour parvenir à 
son intention, avec la juste punition de son mauvais vouloir. 

Si racconta dell' assassinio del duca Alessandro de' Medici. La 
novella non è conforme alla storia, ma certamente Margherita dovea 
averla intesa così dallo stesso Lorenzino de' Medici, il quale, nel 
1637, erasi ricoverato alla corte di Francesco l.° Lorenzo — os- 
serva il Ferrai {Lorenzino de' Medici Milano, 1891, pag. 290) — 
cercò d' attenuare l' importanza del tirannicidio alla corte di Fran- 
cia , dichiarando alle dame ed ai gentiluomini francesi, che aveva 
ucciso il duca, per vendicare un oltraggio di famiglia. 



NOTE COMPARATIVE. 71 

Margherita dovette prestar fede al suo racconto, se lo ripro- 
dusse esprimendo il suo sdegno contro V ucciso e la benevolenza 
pel vendicatore della sorella. Del resto, stando alla testimonianza 
di Gr. B. Strozzi (Ferrai, p. 285), nò V animo della regina di Na- 
varca, ne quello di Caterina de* Medici, troppo s' addolorarono 
della morte del duca. 

Nov. 14. — Subtilitó d'un amoureux, qui sous la faveur du vrai ami, 
cueilla d'une dame milanoise le fruit de ses labeurs passés. 

Abbiamo già accennato alle assomiglianze di questa novella 
con la 16' p. 1 del Bandello e con la 22' p. Ili dello stesso au- 
tore delle quali riferiamo gli argomenti: 

e Nuovo accidente avvenuto, a cagione che uno gode una donna, non vi 
pensando più. (P. I, 16). » 

€ Ambrogiuolo va per giacersi con la Rosina, ed è preso; ed altri si 
giace con lei queir istessa notte. (22, p. 3). » 

Prima del Bandello tale argomento era stato svolto in Italia 
dall'autore del Novellino (CXXXV), l che tratta ugualmente d'un 
tale, il quale audacemente usurpa il posto d' un amico presso alla 
donna amata e sebbene sino allora sia stato respinto, ottiene, da 
quel momento, d'essere all'amico stesso preferito. 

Come assomiglianza notevolissima ricordiamo il 53° dei Comptes 
e come riscontro la 31' delle C. N. N. che varia però notevolmente 
nella conclusione. Infatti nelle C. N. N. la disonesta violenza del- 
l' escwjer e la disperata rassegnazione della donna, contrastano 
colla piacevole burla del Bandello e di Margherita. Quest'argo- 
mento fu poi largamente sfruttato. Fra le meno note riproduzioni, 
ricordo la nov. 4' del Bargagli. {Autori Senesi, ediz. Londra, 1798). 

Nov. 19. — De deux amants, qui par désespoir d'etre mariés ensemble, 
se rendirent en religion; l'homme à Saint-Francois, et la fille à Sainte-Claire. 

Il racconto può considerarsi inspirato dalla canzone in esso 
contenuta e che e imitazione d' una poesia popolare italiana. In- 
fatti fra le molte redazioni ch'essa ebbe, ricordiamo quella dello 
Canzoni a ballo ecc., Firenze, n. 139, riprodotta dal D'Ancona 
nell'opera sua « La poesia popolare italiana » (Livorno, 1878, 

1 In questa e in tutte le altre citazioni del Novellino seguo, s'intende, l'edizione 
Biagi (Firenze, Sansoni, lifti)). 

6 



72 



NOTE COMPARATIVE. 



pag. 86-87). Di tre redazioni diverse parla pure V. Rossi « Let- 
tere di A. Calmo » (Torino, Loescher, 1888, pag. 423 ecc.) ma 
sono tutte, come quella riferita dal D'Ancona, posteriori all'imi- 
tazione francese. 

La priorità, facilmente ammissibile, del resto, perchè queste 
canzoni popolari hanno origini antiche e vita durevole, è accer- 
tata dal fatto che essa è citata, nel 1517, nelle « Frottole inta- 
bulate da suonar organi » stampate in Roma per Andrea Anticho 
da Mantova, nell'anno MDXVII a dì XVII di Gennaro. (V. Ze- 
natti, Andrea Anticho in Arch. Stor. per Trieste, l'Istria ecc., 
voi. l,°pag. 190, 1881). 

Ecco la poesia quale leggesi nel D'Ancona: 



« Che farai la — che diralla 

Quando la saperrà — ch'io sia Fra! 

O quante volte di fanne Fra 

In sua presenzia gli ho giura; 

Ma lei rideva — e non credeva 

Che mai dovesse farme Fra. 

Anzi ognor si lamentava 

Con dir che la beffava; 

E pur son fatto Fra. 

Quando ho visto — che far acquisto 

Di lei non posso son fatto Fra. 

E fraticello, discalzarello 

Che cosi aveva deliberà; 

Dove in picciolina cella 

Faccio vita poverella 

Osservando castità. 

So chi è colui — qual ambidui 

Del nostro amore privato n'ha, 

Con sue ciance e lusinghette, 

Ch'io venga fuori lei crederà; 

Ma s'ella mai m'acchiappa, 

Che mi stracci questa cappa, 

Che di vita sia priva. 

La poverella — senza favella 

La notte e 1 giorno se ne starà. 

E scapigliata — tutta affannata, 

Si strano caso lei piangerà; 

Forse poi che il suo pensiero 

In un qualche monastero 

Alla fin la condurrà. 



Que dira-t-elle, 

Que fera-t-elle, 

Quand me verrà de ses yeux 

Religieux? 

Las! la pauvrette, 

Toute seulette, 

Sana parler longtemps sera 

Echevelée, 

Déconsolée ; 

L'étrange cas penserà; 

Son penser, par aventure, 

En monastèro et clòture 

A la fin la conduira. 

Que dira-t-elle, ecc. 

Que diront ceux 

Qui, de nous deux, 

Ont l'amour et bien prive; 

Voyant qu'amour 

Par un tei tour, 

Plus parfait ont approuvé! 

Begardant ma conscience, 

Ils en auront repentance, 

Et chacun d'eux pleurera. 

Que dira-t-elle, ecc. 

Et s'ils venoient 

Et nous tenoient 

Propos pour nous divertir, 

Nous leur dirons 

Que nous mourrons 

lei, sans jamais partir; 

Puisque leur rigueur rebelle 

Nous fait prendre robe telle, 

Nul de nous ne la lairra. 

Que dira-t-elle, etc 

Et, si prier 

De marier 

Nous viennent pour nous tenter 



NOTE COMPARATIVE. 73 

En nous disant 
L'état plaisant 
Qui nous pourroit contenter, 
Nous répondrons quo notre àme 
Est de Dieu aiinée et formée 
Qui point ne la changera. 
Que dira-t-elle ecc. 
O amour forte, 
Qui cette porte 
Par regret nva fait passer ; 
Fais qu'en ce lieu, 
De prier Dieu, 
Te ne me puisse lasser; 
Car notre amour mutuelle 
Sera tant spiri tue! le, 
Que Dieu s'en contenterà. 
• Que dira-t-elle, ecc. 

Laissons les biens 
Qui sont liens 

Plus durs à rompre que fer, 
Quittons la gioire, 
Qui l'ame noire 
Par orgueil méne en enfer; 
Fuyons la concupiscence, 
Prenons la caste innocence 
Que Jesus nous donnera, 
Que dira-t-elle, etc. 
Viens, donc, amie 
Ne tarde mie 
Après ton parfait ami. 
No crains a prendre 
L'habit de cendre, 
Fuyant ce monde ennemi; 
Car d'amitió vive et forte, 
De sa cendre faut que sorte, 
Le phénix qui durerà! 
Que dira-t-elle, etc. 
Ainsi qu'au monde 
Fut puro et munde 
Notre parfalte amitié: 
Dedans le cloltre 
Pourra paroitre 
Plus grande de la moitié; 
Car amour loyale et ferme 
Qui n'a jamais fin ne ferme, 
Droit au ciel nous condili t. 
Quo dira-t-elle, etc. 

Come si vede il misticismo di Margherita ha notevolmente mo- 
dificata e allungata la canzone popolare, della cui diffusione, in 
quel tempo, trovo un'altra prova leggendo il seguente passo della 
Moschetta del Ruzzante: « Desgratiò che sare sempre me ti he 



\ 



74 NOTE COMPARATIVE. 

fatta monegella, poveretta, descalzarella , e pore ben cantare de 
monicella. » (Atto III, pag. 14 delPed. Bonadio, Venezia 1565). 
Anche la nov. 64* di Margherita svolge simile argomento, come 
appare pure dal titolo: « Un gentilhomme dédaigné pour mari, 
se rend cordelier, de quoi sa mie porte pareille pénitence. » 

Nov. 20. — Un gentilhomme est inopinément guari du mal d'amour, 
trouvant sa damoiselle rigoureuse entre les bras de son palafrenier. 

Ricorda da vicino la 24* nov. del Masucoio (Cfr. commento al 
21° dei Comptes du M. A.) e più ancora la 24* del Morlini. « De 
moniali infraganti cum auriga reperta l » in cui parlasi d' un 
gentiluomo che è per morire dal dolore vedendosi respinto da 
una monaca bellissima e che poi la scopre, nel giardino, fra le 
braccia d' un carrettiere. Varia solo in questo, che il cavaliere del 
Morlini uccide gli amanti, mentre il gentiluomo dell' Heptaméron 

t 

s' accontenta d' esclamare : « Madame, prou vous fasse ! » Per raf- 
fronti veggansi le nov. 54* e 57* delle C. N. N. 

Nov. 22. — Un prieur réformateur, sous ombre de son hypocrisie, tente 
tous les moyens pour séduire une sainte religieuse; d'onc enfin sa malice 
est découverte. 

Trae probabilmente origine dalla nov. 6* del Masuccio, ripro- 
dotta nel 27° dei Comptes (cfr. comm.). L'assomiglianza consiste 
nella libidine del vescovo simulata da zelo religioso, nel tentativo 
di sorprendere la monaca in colpa, per averla più facile ai suoi 
voleri e nella visita notturna e improvvisa ai monastero. Vi sono 
peraltro notevoli differenze nello svolgimento. 

Nov. 23. — Trois meurtres advenus en une maison, à savoir en la per- 
sonne du seigneur, de sa femme et de leur enfant, par la méchanceté d'un 
cordelier. 

Abbiamo già indicate le relazioni strettissime tra questa novella 
e la 24* p. II del Bandello. C è da osservare che in fine della novella 
di Margherita accennasi ad « Olivier chancelier d'Alengon; et 
depuis pur ses vertuz esleu du Eoy chancellier de France. » Tale 
nomina, nota il Jacob, ebbe luogo il 18 aprile 1545, quindi la 

1 Per l'anteriorità, rammento che l'ediz. princeps delle novelle del Morlini è 
quella del 1520 (80 nov.) « in oedibus Joan Pasquet de Sallo. » 



NOTE COMPARATIVE. i'O 

a 

novella sarebbe posteriore a tale data. Il Bandello, come risulta 
dalla dedica, scrisse la sua di gran lunga prima. 

Nov. 24. — Gentille invention d'un gentilhomme pour mani fes ter ses 
amours à une reine, et ce qui en advint. 

Di amori di gentiluomini poveri con regine abbiamo esempì 
numerosi negli scritti di materia cavalleresca. È notevole l'asso- 
miglianza che corre tra questo racconto e la nov. 6 a p. I del 
Bandello in cui narra « M. Filippo Baldo come Anna reina di 
Ungheria è amata da uomo di basso lignaggio. » C'è nella nov. 
del Bandello, come in quella dell' Heplaméron, una poesia che il 
giovane innamorato rivolge alla regina. Il fatto è notevole sebbene 
le due poesie non si assomiglino. Anna è inoltre più umana della 
regina di Castiglia. Il Torraca e lo Scherillo notarono già una 
probabile ispirazione di Margherita, dall'episodio di Chiarino nel- 
l'Arcadia (prosa 8'). 

Il timido cavaliere àélVHeptaméron, non osando rivelare di- 
rettamente alla dama la sua passione, le mostra uno specchio e 
dice d'amare l'immagine in esso riflessa. Nell'Arcadia lo specchio 
è una fonte. 

Il Torraca trovò un altro esempio simile nella rubrica d'una 
poesia di Gaspare Visconti, la quale di poco precedette la stampa 
dell'Arcadia. (Cfr. gli Studi sull'Arcadia di Francesco Torraca e 
di Michele Scherillo, usciti, contemporaneamente, nel 1888). 

Nov. 25. — Subtil moyen dont usoit un grand prince pour jouir de la 
femme d'un avocat de Paris. 

Questa storiella per la quale il Lincy ed il Jacob credettero 
di trovare una fonte storica, altro non è che la nov. 14,* p. IV 
del Bandello, da noi già esaminata. A proposito del fatto che il 
principe, nel recarsi all'amoroso convegno, non si ferma nella 
chiesa del cimitero e fermasi invece, a pregare, nel ritorno, 
osservò il Montaigne nei suoi Essais che : « Ce n'est pas par cette 
preuve seulement qu'on pourroit vérifier que les femmes ne sont 
guère propres à traiter les matières de théologie. » Se non si 
mostra forte in teologia, Margherita appare però acuta osserva- 
trice della natura umana, giacche, nell'andata, l'innamorato dovea 
esser vinto dall'impazienza che affrettava i suoi passi e nel ri- 
torno dal pentimento, che segue la colpa e che l' induceva alla 
preghiera. 



76 NOTE COMPARATIVE. 

Secondo il Jacob e gli altri commentatori la moglie dell'av- 
vocato, di cui qui si parla, sarebbe la famosa Ferronnière, sposa 
al Le Féron: Il marito, per vendicarsi, avrebbe trasmesso a Fran- 
cesco I una malattia contagiosa, causa della sua morte. 

Questa leggenda Brantoniana ha giustamente indignato il Paris 
(Ult. cap. 2° voi.) e può mettersi con quella ugualmente falsa e 
ancor più vergognosa degli amori incestuosi di Margherita col 
fratello suo. (Voi. 1° pag. 16*). 

Nov. 28. — Un secrétaire pensoit affiner quelqu'un qui l'affina, et ce qui 
en advint. 

Nov. 52. — Du sale dójeuner preparò par un valet d'apothicaire à un 
avocat et un gentilhomme. 

Simili burle abbondano nella novellistica italiana. Oltre al 
Sacchetti (98*) ed al Bandello (25,* p. IV), ricordiamo il Gonnella 
(Cfr. edizione Gabotto, 32), che, per simil beffe, diede al Duca 
da mangiare non dirò quale porcheria inzuccherata ed il Sermini 
(35*) il quale narra come: « Bindaccino da Fiesole essendo al 
Bagno, usando del gagnone per scedaria, li fu dato a mangiare 
un paio di brache in cambio di ventricelli di castrone. » 

Nov. 30. — Merveilleux exemple de la fragilitó humaine qui, pour couvrir 
son honneur en court de mal en pis. 

Oltre alla citata novella del Bandello (II, 35*), che è similis- 
sima, persino nella forma, ricordiamo che Masuccio svolge pure 
un consimile tema (nov. 23*), variando solo nello scioglimento. 

Nov. 32. — Punition plus rigoureuse que la mort, d'un mari envers sa 
femme adultere. 

S' è già parlato delle strette attinenze di questa novella colla 
12,* p. II del Bandello, la quale, a sua volta, si ricollega con la 
nov. 1,* G. VII del Pecorone. « Messer Francesco, dice ser Giovanni 
fiorentino, fece pigliar la donna sua, et ogni notte la faceva le- 
gare addosso al corpo di detto Rinaldo (l'adultero ucciso), e tutta 
la notte la faceva stare abbracciata con esso lui, e il dì ne la 
faceva levare, e facevale dare ogni dì due fette di pane e un 
bicchier d'acqua acciò ch'ella facesse più stento, e così visse più 
dì. Ella mandava pure ogni dì a chiedere misericordia a messer 
Francesco suo marito, il quale non ne volle mai udir niente. » 



a. ._'"#■*» *i 



NOTE COMPARATIVE. il 

Nella versione francese abbiamo due particolari nuovi. La 
donna tosata, che era la punizione teutonica delle adultere nel 
medioevo, e il teschio dell'amante in cui essa è costretta a bere. 
Il bere nel teschio d'un nemico ricorre in racconti e leggende 
antiche; Rosmunda informi. Per riscontri veggasi De memoria 
mortis in Gesta Romanorum (Cap. 56,° ed. Oesterley) ed E. Gorra, 
che dimostra poco fondate le origini orientali di tale narrazione. 
(Studi di critica letteraria, Bologna, 1892, p. 221-228). Cfr. pure 
il cap. 54° del Violier des histoires romaines in cui è riprodotto il 
racconto dei Gesta Romanorum con qualche modificazione ; in esse 
troviamo il particolare del teschio ; ma il cadavere appeso non è 
quello dell'amante; e tale narrazione nelle due forme dei Gesta 
discostasi assai dalla novella di Margherita. Certo trattasi d' un 
fondo comune, ma la novella giunse a Margherita modificata dal- 
l'arte italiana. 

Nov. 35. — Industrie d'un sage mari pour divertir l'amour que sa fera me 
portoit à un cordelier. 

È la nov. 25,* p. I del Bandello, da noi già esaminata. 

Nov. 36. — Un président de Grenoble averti du mauvais gouvernement 
de sa femme, y mit si bon ordre, que son honneur n'en fut interèsse, et si 
s'en vengea. 

Più che con la 47' delle C. N. N. indicata qual fonte dai com- 
mentatori delYIleptamdroìij essa si trova in istretto relazioni con 
la citata nov. 11,* p. I del Bandello. 

Nov. 37. — Prudence d'une femme, pour retirer son mari du fol amour 
qui le tourmentoit. 

Nov. 38. — Mómorable charité d'une femme de Tours envers son mari 
putier. 

Le due novelle svolgono un simile argomento. La seconda ri- 
conosce per fonte la 71* delle novelle del Morlini e la prima vuoisi 
dal Jacob che ricordi la storia della signora di Langallier, quale 
leggesi nel « Livre du chevalier de la Tour Landry, pour l'en- 
seignement de ses filles. » (Montaiglon la pubblicò nell' ediz. elz. 
dello Janet). 

Però essa assomiglia anche alla nov. 5,* G. I del Decamerone 
e più ancora alla 11* del Cornazzano, in cui si narra d'un singo- 



78 NOTE COMPARATIVE. 

lare banchetto di sole fave che una moglie prepara al marito li- 
bertino, per farlo accorto che da donna a donna non ci può essere 
altra differenza fuor di quella che corre da fava a fava. 

Nov. 39. — Bonne invention pour chasser le lutili. 

Nov. 66. — Conte récréatif advenu au roi et à la reine de Navarre. 

Sono due racconti simili, che rammentano, specialmente il primo 
la nov. 63, a p. Ili del Bandello, in cui si narra d'un canonico, 
che, per avere una casa a buon mercato e cacciarne il padrone, 
finge che in essa vi sieno degli spiriti. Ha quindi attinenze anche 
con la 5* nov. del Grand Parangon. Gioverà rammentare che le 
burle di spiriti, derivate dal teatro plautino (Mostellaria), erano al- 
lora assai diffuse nella commedia italiana e da questa passarono nel 
teatro francese del Rinascimento. . ... . 

Nov. 42. — Continence d'une jeune fille contre l'opiniàtre poursuite amou 
reuse d'un des grands seigneurs de France, et l'heureux succès qu'en eut la 
damoiselle. 

Leroux de Lincy e il Jacob suppongono che si tratti d' una 
delle tante avventure attribuite a Francesco I, ma non confortano 
il loro asserto, con alcun dato positivo. 

Parmi invece che questa novella sia in stretta attinenza colla 
24* delle C. N. N. a cui rimando pei riscontri di novellistica italiana. 
Ricordo inoltre che molto più nobile della burla delle C. N. N. è 
la fermezza e l'umiltà della povera contadinella descrittaci da Mar- 
gherita ed in questo ed anche nel tema ci pare probabile l'ispi- 
razione dal Decamerone (G. II, nov. 8*; G. I, nov. 5*; G. X, nov. 7 fl ). 

Nov. 43. — L'hypocrisie d'une dame de cour fut découverte par le dó- 
^nènement de ses amours qu'elle pensoit bien celer. 

Nov. 49. — Subtilité d'une comtesse pour tirer secrètement son plaisir 
des hommes, et comme elle fut découverte. 

Sono due racconti sostanzialmente simili. Il primo riconosce 
indubbiamente per fonte la 26' di Masuccio o la 26,* p. IV del 
Bandello che la riproduce; la seconda deve aver tratto la sua 
ispirazione dalle stesse, con qualche mutamento introdottovi da Mar- 
gherita. Si noti la stretta somiglianza di tale novella col 36° dei 
Comptes du M. A. 



NOTE COMPARATIVE. 79 

Qui abbiamo un' altra prova della poca fiducia che merita il 
Brantòme, il quale pretende che la fonte della 43* delV Heptaméron 
sia da ricercarsi nella cronaca della Corte di Navarra (II disc. 
Barnes galantes). 

Nov. 45. — Un mari, baillant les innocents à sa chambrière, trompoit 
la simplicite de sa femme. 

Questa novella non è altro che una riproduzione di quel tema 
che il Sacchetti svolse nella sua 111* novella: « Frate Stefano, 
dicendo che con V ortica farà levare la figliuola della comare, che 
più non dorma, ha a fare di lei; e la fanoiulla gridando, e la 
madre dice che faccia forte, sì ch'ella si levi credendo che faccia 
con V ortica. » 

Molti particolari sono identici; fra gli altri quello della ra- 
gazza che si lamenta ed a cui la madre nel racconto italiano, la 
moglie nel francese, risponde che così va fatto e la persuade a 
tacere. 

Oltre al cambiamento di personaggi, alle ortiche sono, nella 
versione francese, sostituite le verghe, alludendosi al costume di 
bailler les innocents, scherzo dei giovani, nella festa omonima, 
$lle donne pigre. 

-E probabile che il racconto italiano giungesse a Margherita 
pel tramite d' una redazione orale popolare. 

Nov. 47. — Un gentilhomme de Perche, soupconnant à tort PamitLó de 
son ami, le provoque a exécuter contre lui la cause de son soupcon. 

Il Bua nei suoi commenti allo Straparola (p. 255 ecc.) trovò 
una certa assomiglianza fra questa novella e la 7,* IV, dell'autore 
italiano. L'assomiglianza, il Eua stesso l'ammette, non è molta, 
ne lo Straparola poteva essere noto a Margherita. Questo racconto 
deve trarre sua origine, indirettamente, dal fabliau de l'Espervier 
(Mont. R., voi. 5,° pag. 43) in cui si narra l' identico caso d' un 
cavaliere, che sospettando d'infedeltà coniugale un suo buon amico, 
T allontana. Questi sdegnato, comincia a pensare alla dama e la 
dama a lui, sicché: 

« la se desfendu ne lor fust 

Puet estre entre eus amors n'eust. » 

Il marito del fabliau deve rimpiangere, come quello dell'/fe- 
jìtameron, la sua malaugurata diffidenza. 



80 NOTE COMPARATIVE. 

Nov. 48. — Deux cordeliers une première nuit de noces, prindrent, l'un 
après l'autre, la place de l'époux, dont ils furent bien chàtiés. 

Rimando alla 30* delle 0. N. N., con cui ha strette attinenze 
e dove si discorre d'una simile astuzia di frati, per prendere il 
posto di certi mariti, in pellegrinaggio. I francescani, che nella 
prima redazione, si sottraggono al meritato castigo, qui espiano 
duramente il loro fallo. 

Nov. 50. — Un amoureux, après la saignée, recoit le don de merci, dont 
il meurt, et sa dame, pour l'amour de lui. 

E, con poche differenze, un'avventura simile a quella della 
nov. 9.' Qui, lontanamente, parmi di trovare l' inspirazione in due 
fabliaux, Guillaume au faucon^ e Le chevalier, sa dame et le clero 
(E. M. T. 2,° 92; id. pag. 215); due racconti gentili, specialmente 
il primo, poiché il secondo finisce non diversamente della « Bor- 
goise d'Orliens. » 

Nov. 56. — Un cordelier marie frauduleusement un autre cordelier son 
compagnon, à une belle jeune damoiselle, dont ils sont puis après tous deux 
punis. 

E il racconto del Morlini, De monaco qui ducoit uxorem, in cui 
similmente si narra d'un frate, che, per amore di donna, si finge 
laico, sposa una semplice ragazza e poi se n'allontana. La giovane, 
recandosi in chiesa per udire la messa, riconosce, nel sacerdote 
che è all'altare, il marito suo. In seguito al grave scandalo il mo- 
naco è punito e la moglie viene dotata dalla cassa del convento. 

Il Cornazzano svolgeva pure lo stesso tema (prov. 7°), che tro- 
vasi anche nelle Notti del Fortini (16, a Vedi Ulrich, pag. 71-76): 
« Come un frate di santo Francescho essendosi lungo tempo per 
li sua bisogni adoperato un fratino per guiderdone de le sue fa- 
tiche lo accompagniò con una bella fanciulla. Con inghanno fra- 
tesco a la madre de a credere che il fratino in cambio d'uno altro 
fosse suo marito. Così la madre rimase dal confessore giuntada 
e la figlia vituperata. » 

Per una riproduzione dello Straparola veggasi il Rua (comm. 
cit., pag. 275). 

Nov. 60. — Une parisienne abandonne son mari pour suivre un chantre ; 
puis, contrefaisant la morte, se fit enterrer. 



NOTE COMPARATIVE. 81 

Notissima tradizione medioevale intorno alla donna che, per 
fuggire dal marito, fingesi morta. Cfr. il Sercambi p. 61 dell'ediz. 
Renier ; reggasi anche il Sermini (n. 1° ediz. Vigo), che ha un rac- 
conto analogo d'una moglie, che, per scappare con l'amante, fingesi 
essa pure morta. 

Nov. 67. — Extrème amour et austéritó de femme en terre étrange. 

Un uomo del seguito dell'illustre navigatore Roberval, ordi- 
sce una congiura. U capitano l'abbandona sopra un'isola deserta 
con la moglie, la quale, morto il marito, rimane sola e campa, 
miseramente, in mezzo alle fiere « quant au corp, de vie bestiale, 
et quant à l'esprit, de vie angelique. » Alfine approda all'isola 
una nave. La povera derelitta è tratta di là, e vive poi felice e 
stimata da tutti. 

È molto probabile che questa novella fosse inspirata dalla pri- 
ma parte della pietosa istoria di madonna Beritola, raccontata dal 
Boccaccio (g. II, n. VI). Essa pure è costretta a ricoverarsi in 
un' isola per la fallita congiura del marito e dopo averlo perduto, 
vive solinga come « fiera » serbando un cuore purissimo e affet- 
tuoso, sinché n'è tratta da Corrado Malespini. 

Il Landau osserva solo che questa novella di Margherita ricorda 
la leggenda di Genoveffa. 

Nov. 69. — Un italien se laisse affiner par sa chambrière, qui fait que 
la femme trouve son mari blutant au lieu de sa servante. 

Questa novella riconosce per fonte o la 17* delle C. N. N. o 
la 37' del Morlini, in cui parlasi della burla d' una donna ad un 
prete, che è innamorato di lei. La donna gli fa vestire il suo 
abito e stacciare la farina, proprio come nel racconto francese. Il 
marito interviene alla fine e scioglie la comica situazione, a suon 
di mano. 

Nov. 70. — L'incontinence furieuse d'une duchesse fut cause de sa mort 
et de celles de deux parfaits amants. 

Abbiamo già veduto come questa novella sia somigliantissima, 
nel tema e nella forma, alla 6,* p. IV, del Bandelle Dei riscontri, 
con novellieri italiani precedenti, ne ricordiamo altri due; uno 
lontano (Dee, g. II, nov. 8*) ed uno più vicino (Pecor., g. XXIII, 
nov. 2 a ): « Una figliastra rifiutata d'amore dal figliastro, tenta 
tutti i modi di farlo morire. » 



82 NOTE COMPARATIVE. 

Questo genere di persecuzioni forma il fatto fondamentale della 
Storia dei sette savi, dei sette visivi e trovasi diffuso nella lette- 
ratura cavalleresca. Lontanamente ricordiamo V episodio di Ga- 
brina (Orlando furioso, 21° cap.) 

(Cfr. D'Ancona, op. cit. LIV, LV, e Bartoli, .op. cit. pag. 435, 
voi. 14°). 



LE GRAND PARANGON DES NOUVELLES NOUVELLES. 



Per varie ragioni di convenienza ho anteposto l'esame del- 
VHeptaméron a quello degli altri novellieri del XVI secolo, che 
formano l' argomento del nostro studio; gioverà però ora seguire, 
per quanto è possibile, l'ordine cronologico, cominciando cioè dal 
Grand Parangon compiuto nel 1536 e venendo ai Joyeux devis, 
editi nell'anno stesso dell'opera di Margherita. 

Del resto quest'ordine cronologico è più apparente che reale 
e riguarda la data della pubblicazione piuttosto che quella della 
composizione. Di questa si possono soltanto conoscere i limiti 
estremi e non sempre le notizie che gli autori danno di essi, hanno 
a ritenersi sicure. 

Infatti il ms. del Grand Parangon reca al principio ed alla 
fine le determinazioni seguenti: « commencé à escripre au com- 
mencement du inojs de may 1535 » e « achevé d'escripre le premier 
jour de Mars 11)36. » 

""Ura queste date difficilmente possono rappresentare il tempo 
reale in cui l' opera venne composta. Il solo dei due volumi a noi 
pervenuto contiene 180 novelle, né è presumibile che l' autore, in 
circa dieci mesi, potesse metterne assieme il doppio. E già molto 
che le abbia potute trascrivere. Deve quindi ammettersi che le 
novelle sieno state compilate prima del 1535 e riunite solo dopo 
quest' anno. Quando la compilazione sia incominciata non sa- 
premmo determinare. 

Ma altre difficoltà ci si affacciano nel nostro studio. Il Grand 
Parangon non fu mai edito interamente. Il Mabille ne fece due 
edizioni, l' una a Bruxelles, che comprende alcune novelle sempli- 
cemente tradotte e l' altra a Parigi, che è la più completa e che 
abbiamo sott' occhio la quale contiene solo 55 novelle < qui peu- 
vent ètre considérées — dice l'egregio critico — comme dues à 




84 LE GRAND PARANGON DES NOUVELLES NOUVELLES. 

la piume de Nicolas de Troyes. » Vedremo, in seguito, come 
quest'asserzione sia tutt' altro che fondata. 1 

« Delle altre, che sono riproduzioni del Decamerone, del Violier 
t des histoires romaines y a delle C. N. N. ed una delle « Quinze joyes 
du mariage » del La Sale, il Mabille indica V argomento e la fonte 
e non essendoci stato concesso di leggere il ms., 8 altro non ci 
resta che rimetterci alle indicazioni dell'editore. 

Anche per le notizie dell' autore siamo pressoché al buio, li- 
mitandosi à quelle ch'egli stesso ci dà in testa del secondo vo- 
lume: « Oy commence le second livre du Grand Parangon des 
nouvelles nouvelles, fait et escript par Nicolas de Troyes, simple 
sellier. natif de Troyes en Champaigne, à présent demorant a 
! Tours. » 

Che un semplice sellaio potesse procurarsi, leggere e compren- 
dere non solo il Decamerone , ma tanti altri nostri autori , la 
-Celestina spagnola e il Violier des histoires romaines, è cosa che 
non può a meno di sorprenderci, per diverse ragioni. Le opere 
ch'egli dovette consultare non erano certo rarissime ma neppure 
comuni e di poco costo ed il modo con cui il suo novelliere è 
scritto fa presupporre una coltura superiore all' umile suo stato. 
Ricordiamo inoltre che la letteratura novellistica ebbe nella Francia 
della prima metà del Cinquecento, un carattere piuttosto aristo- 
cratico, giacché quanti, in quel periodo, scrissero novelle, erano 
letterati, che appartenevano al fior fiore dell'intelligenza francese 
e tutti più o meno dipendenti dalle corti di Francesco I* e di 
Margherita. 

È perciò, che sino a prova contraria, non possiamo discono- 
scere l'importanza delle considerazioni, che inducono il Mabille 
ad asserire che: « Nicolas de Troyes était attaché à la cour en 
qualité d'ouvrier sellier, et que son esprit naturel, sa mómoire, 
le tour qu'il savait donner aux bagatelles qu'il racontait, l'avaient 
fait apprócier de quelques-uns des grands personnages du temps, 
qui l'avaient admis dans leur intimité. » 

La città di Amboise è ricordata nella 6*nov. 4 (107 ms.) come 

» Le Grand Parangon des Nouvelles nouvelles compose par Nicolas de Troyes et 
publiè d'après le manuscrit originai par Emile Mabille. Paris, A. Franck, MDCCCLXIX. 

* Le Violier des histoires romaines, ancienne traduction francaise des Gesta Roma- 
norum, nouv. édition par Gk Brunet. Paris, Jannet, 1858, L'ediz. princeps fu fatta 
a Parigi da Jehan de la Garde nel 1521. 

3 II ms. appartiene alla bibl. naz. (1510, fonda fran?ais). 

4 Le novelle hanno numero diverso secondo che si contano con l'ordine del 
ms., o con quello della scelta del Mabille. Questa nella raccolta è riferita per intero. 



LE GRAND PARANGON DES NOUVELLES NOUVELLES. 86 

residenza temporanea d' un operaio sellaio di Tours. Ora Amboise 
vicinissima a Tours, fu sovente, ai tempi di Luigi XII e di France- 
sco I, dimora gradita dei principi di Francia e fu nel suo celebre 
castello ch'ebbe luogo nel 1560 la nota congiura contro i Guisa. 
In questa novella si ricorda poi, in modo chiaro, che il sellaio 
era addetto alla Corte « On vous deves sgavoir que cestuy borgne 
Boutet (il sellaio) avoit esté à la cour assez longuement. » 

Difficilmente 1' autore può voler nascondere la sua persona 
sotto quella di Boutet * homme laid et avoit de gros yeulx blancs 
renversés en la teste, et quant il regardoit fermement faisoit paour 
a ceulx qui le regardoint. » Generalmente parlando, gli uomini non 
ci tengono molto a far pompa della loro bruttezza. E probabile 
quindi eh' egli alluda a un suo compagno con cui ebbe occasione 
di trovarsi a Corte. Aggiungiamo che il Troyes si compiace sovente 
di narrarci le avventure dei sovrani di Francia, specialmente di 
Francesco I, e i pettegolezzi del palazzo reale (VII, Vili, XXVI) 
e nella 7 a nov. si cita Yescuyer Bouearl, che fu realmente al ser- 
vizio di Francesco T. 

Ma c'è un' altra cosa che maggiormente ci colpisce, (il nostro 
autore concatena egli pure, come la maggior parte degli imitatori 
del Boccaccio, nrm nr\ quadro general e, le sue novelle ed il suo 
quadro, non diversamente da quello deWHeptamdron y ^jcicollega 
alla finzióne d'un ponte, che si costruisce. ! Inoltre { 119 nomi 
degli interlocutori, senza contare quelli che sono indicati con una 
carica del ponte stesso, debbono in parte alludere a persone vera- 
mente esistite, alcune delle quali note per uffici e gradi eminenti. Vi 
sono, infatti, dei nomi celebri nell' aristocrazia francese, ma che per 
essere indicati in un modo indeterminato non è possibile, almeno a 
noi, d'identificarli; altri invece paiono tolti ai raccontatori delle C. N. 
N. come L'Amant de Bruxelles, Philippe de Laon, monseigneur de 

1 « Chacune de ses nouvelles — dice il Mabille (pag. 6) — est racontée par une 
personne qu'une fonction imaginaire attaché à un pont, et la preuve que ce pont 
n'est qu'une fiction, un simple moyen littóraire, destine à donner au Grand Paran- 
goti le lien nécessaire, c'est qu'on y voit défiler, les unes après les autres, toutes les 
tbnetions sooiales, depuis les plus èlevóes jusqu'aux plus infimes. Après le prince, 
l'archidue, le due, le légat, Farcheveque, le grand écuyer, et lYcuyer du pont, vien- 
nent le réceveur general, le prévót, le médecin, le grenetier, l'huissier, le boulanger, 
le tailleur, le drogueur, le sellier, le chaussetier et le charpentier du pont. Quelques- 
uns de ces fonctionnaires pontals, comme les appelle Nicolas de Troyes, sont designés 
par leurs noms, ainsi le sellier du pont, s'appelait Philibert de la Vigne, le drogueur, 
Jean Poterat de Troyes, Tarchev^que, monseigneur de Torvilliers, le chari>entipr 
Jean Pirethouin, le pelletier, Requin. » 



V 



8<* LE GRAND PARANQON DES NOUVELLES NOUVELLES. 

\ La Roche, monseigneur de Villiers ed un monseigneur misterioso 
ed indeterminato non altrimenti di quello della Corte di Borgogna, 

Alcuni sono nomi di fantasia o tratti dall'epopea cavalleresca 
come Le Peloux, l'Endormeur, la roigne Pampinée, le chevalier De- 
liberò, Lancelot du Lac; altri infine soprannomi come Le borgne 
Boutet, Le Hibou, Requin etc. Nicola de Troyes figura due volte 
quale narratore (19, a 179*). 

Questa strana idea della fabbrica d' un ponte, campata in aria 
senza che si sappia il perchè od il come del lavoro, tutti quegli 
interlocutori, che arieggiano è vero quelli delle C. N. N., ma che 
pur tuttavia hanno un carattere più vario, essendo destinati ad 
indicare le varie classi socia li ; l'elemento femminile che v'è pure 
due volte rappresentato tutto quest'assieme, su cui disgraziatamente 
la mancanza del primo volume ci lascia al buio, pare indicare una 
probabile relazione col novelliere di Margherita. Chi volesse la- 
vorare di ipotesi potrebbe supporre che il modesto sellaio non 
fosse ignoto alla gentile regina, potrebbe almeno credere che il 
suo ms. capitato per caso o come omaggio fra le sue mani, gene- 
rasse l'idea fondamentale dell* Hèptaméron. 

Così, secondo le supposizioni eh' io venni indicando, anche Ni- 
cola de Troyes entrerebbe a far parte della famiglia dei deviseurs 
navarrini, e rappresenterebbe la parte presa dalle più umili classi, 
nella vasta opera dell'imitazione italiana. 

A studiare le fonti del Grand Parangon fummo peraltro indotti 
anche da altre considerazioni. 

Questo lavoro singolare forma un contrasto notevole di carat- 
tere e di sentimenti cogli altri novellieri; in esso la novellistica 
popolare ha non poca parte e le tendenze democratiche dell'autore V 
ci rivelano un altro aspetto della società francese del Cinquecento^/ 

Il XVI sec. può considerarsi per le classi colte come l'estremo 
limite della leggenda ascetica, ma nelle classi inferiori essa do- 
vette godere lungo tempo di tenace e prospera vita tanto che le 
sue traccie perdurano ancora nelle tradizioni popolari dei nostri 
giorni. 

Leggendo il Grand Parangon noi ci troviamo sovente in mezzo 
al mondo fantastico e trascendentale. Il popolo francese, non an- 
cora scosso, nella sua fede, dallo scetticismo dei Montaigne e dei 
Des Periers, alieno dalle controversie religiose dei riformisti, am- 
metteva allora, come l'ammette in buona parte anche adesso, la 
finalità della vita quale il cattolicismo la insegna; di qui le vi- 



LE GRAND PARANG0N DES NOUVELLES NOUVELLES. 



87 



/ 



sioni paurose dell'inferno, la personificazione dei diavoli e le lotte 
dell'umana astuzia per sottrarsi a quella delle potenze diaboliche. 
L'antica superstizione, che unisce confondendo il paganesimo al 
cristianesimo, la Vergine e le fate, i diavoli e i giganti, i miracoli 
dei santi e i sortilegi delle streghe, ha, nell'opera del Troyes, parte 
notevolissima. 

Così, dopo averci raccontato le strane imprese di tre soldatacci 
prepotenti, che vanno nell' inferno, per mangiarvi i diavoli (18*) e i 
casi di coloro, che hanno venduto la loro anima al Dio delle tenebre 
(25,* 32,* 33,* 37*) ; egli passa a narrarci le meraviglie d'un anello 
magico e le avventure di alcuni cavalieri, con tre fate benefiche 
(39,* 53*). 

Per quanto riguarda il sentimento democratico, il nostro au- 
tore, intendiamoci subito, non è un apostolo che abbia dei diritti 
umani un concetto diverso e superiore a quello della maggioranza 
dei suoi contemporanei. Ma, mentre nei racconti del circolo na- 
varrese, i grandi personaggi e sopratutto i principi rappresentano 
la prima parte e il popolo, più che altro, c'entra come argomento 
di risa e di beffe, mentre in essi la giustizia ed il governo hanno 
l'aria d'andare nel miglior modo possibile, il modesto sellaio ha 
la chiara coscienza degli abusi dei potenti, delle ingiustizie che 
opprimono i poveri ed al cielo chiede sovente il premio per gli 
innocenti e la punizione dei colpevoli. Egli sa che sarebbe vano 
il chiederlo alle umane leggi. 

Subito nella 3* novella ci troviamo di fronte alla prepotenza 
d'un gendarme brutale e ladro; nella 9* alla vituperazione di alcuni 
sergeans dipinti come pessimi uomini; nell' 11* ci si mostra la 
malvagità d'un gentiluomo, nella 40* si discorre della violenza di 
un « gros seigneur riche et puissant et grant terrier » che fa 
sferzare quanti osano disobbedirgli. 

Sono specialmente i giudici che preoccupano l'autore e quando 
gli accade di trovarne uno buòno, non manca di tesserne i più 
caldi elogi, pure indicando subito che si tratta d'una rara avis. 

€ Ung bon juge, dice egli nella 19* nov., est bien à priser, 

mais guères ne s'en treuve qui ne ayent tousjours ung garde 

d'arrière » e altrove (22*) parlando d' un altro che giudicava « à 

la reale vérité sans piller, ni desrober les pouvres gens » 

soggiunge: e Et voilà comme le bon juge en fit; dont plusieurs 

juges ne l'eussent pas ainsi fait, mais se fussent saisis de la bouree 

pour le premier, et puis après à enquerre. » 

7 




y 



i 



y. 





88 LE GRAND PARANGON DES NOUVELLES NOUVELLES. 

Nella 12* nov. il Troyes racconta un grazioso aneddoto d' un 
avvocato e di certi suoi compagni, i quali, improvvisamente, 
veggono apparire davanti ai loro occhi il patibolo di Parigi. € Et 
aussi sera-ce, conclude, à tous ces larrons, et meschants prevosts, 
juges et avocats, sergens larrons, mouniers, et autres gens, qui 
pillent et desrobent à leur escient le pouvre peuple; leur chapelle 
sera bastie à Montfaucon, au gibet, nonóbstant qu'on ne pent guè- 
res juges ne avocats. Mais ils seront tous pendus au gibet d'enfer, 
c'est assavoir ceux qui font extorsion aux pouvres gens. » 

E Lucifero lasciando partire gli avventurieri che saccheggiano 
le ca3e dei poveri, dice agli altri diavoli: € Laissez les aller, nous 
les arons bien tousjours. Et je vous promets que aussi aront ils, 
car on dit communément : Qui fait ce qu'il ne doit, il luy advient 
co qu'il ne vouldroit (18*). » 

Certo il nostro autore non è animato dai liberi sensi, che in- 
spirano nel tempo suo Francesco Hotmann, che nel Franco Gallio, 
sogna una specie di governo costituzionale, od Hubert Languet, 
il quale nelle Revendica tions contre les tyrans, sembra innalzare 
il vessillo della riscossa. l 

Quel bisogno di nuovo, che scuote in quel secolo le antiche 
fedi e i principi dell' assolutismo, non può trovare un'eco in Ni- 
cola de Troyes, costretto dall' umile suo stato a vivere al servizio 
dei grandi, ed a cui la limitata coltura non permetteva d'intra- 
vedere più lontani orizzonti. 

Con lui viviamo dunque in un'arte ingenua vivificata dalla 
fede degli umili e se qualche volta le miserie della terra gli strap- 
pano un grido di protesta, subito si conforta nella speranza della 
eterna giustizia e la sua novella ritorna gaia e spensierata come 
la canzone del ciabattino del La Fontaine. 

Però errerebbe chi credesse di trovarsi davanti ad un novel- 
latore popolare, che altro non sa fuorché quello che la tradizione 
gli ha trasmesso, guardingo poi e castigato negli argomenti e nelle 
arole come, per esempio, la Messia del Pitré. Il nostro autore 
non manca di mostrarci, quando l'occasione glielo permette, che 
ha letto i suoi buoni autori italiani e francesi e ricorda, con com- 
piacenza, € le très renommé et eloquente Boooaoe (50*). » Egli forma, 
per cosi dire, l'anello di congiunzione fra la novellistica popolare 
e la letteraria e se, per la parte morale, dovessimo cercare nel 

i Cfr. Jean Bodin et san temps. - Tableau des théories politiques ecc. par Baudrillard, 
Paris, Didier. 



LE GRAND PARANGON DES NOUVELLES N0UVELLE8. 89 

Folklore moderno qualcosa che ce lo ricordasse, più che alla Messia 
ricorrerebbe il nostro pensiero a qualche raccolta liberissima, come 
sarebbe la Kruptadia, con cui il Grand Parangon offre d' altronde 
parecchi riscontri. 

Il mite sellaio ha egli pure, come i deviseurs di Navarra, la 
sua buona dose di malizia ; e si compiace a narrarci le scommesse 
oscene e le avventure arrischiate senza che i vocaboli lo imba- 
razzino menomamente. I preti e i frati, qui, come in tutte le com- 
posizioni di tal genere, hanno larghissima parte e l'autore che 
ha letto il Boccaccio, il Poggio e le C. N. N. non manca di nar- 
rarci le loro mariuolerie e le avventure galanti, senza però dimo- 
strare né odio né disprezzo. 

Anche quando la novella s'aggira sulle astuzie, sulle lussurio 
e sulla crudeltà degli ecclesiastici (V, XX, XLII, XXVII, XLV), 
le conclusioni, che l'autore ne trae, sono miti, ed egli si limita, 
più che altro a scherzare intorno alle imprese di quelle bonnes 
pióces de cordeliers, laddove Margherita e il Saint -Denis non si 
sarebbero lasciata sfuggir l'occasione d'esprimere tutto il loro 
sdegno. l Né devesi già credere che quante volte V autore nostro 
parla di preti e frati sia per narrarne i vizi e i delitti. Egli ha 
anzi, specialmente per la classe inferiore del clero, una certa sim- 
patia, che non nasconde menomamente. 

Nel Grand Parangon si loda la fermezza del frate, che sa 
render pan per focaccia ai soverchiatori (III), e la furberia del 
suo confratello che inganna l'ingannatore (IV); si loda il buon 
curato che svergogna i soldati (IX), la cortesia e lo spirito del 
priore di Saint-Germain en Laye (VII), la prontezza di frate Gu- 
glielmo (XXXIV) e la resistenza che l'abate e i monaci oppongono 
alla violenza del potente Signore (XL). 

L'opera del Troyes non è certamente priva di pregi letterari 
e forma, ove se ne tolgano alcune pagine, una lettura gradita. 
Anzi due novelle la 29* e la 50* sono degne di speciale conside- 



1 Dopo averci narrato gli intrighi dei francescani d'Orléans, soggiunge: « Vous 
pouvez veoir et cognoistre une partie des grans abus que faisoient ces beaux pòres » 
L'adultero curato della 20 nov. è dipinto come « un pouvre cure tant amoureux de 
celle belle painctresse qu'il en perdoit les piés » ; e nella 27, dopo avere esposta la 
allegra vita dei frati che la zia di Francesco I punisce, conchiude: « Et voilà la 
bonne religion que d'aucuns moines tiennent et y en a plus d'ungs que d'autres », 
mentre la 45 in cui si tratta d'un vicario e d'un prete che uccisero il loro curato 
e poi, con false testimonianze, vollero incolparne un gentiluomo, finisce con questa 
semplice considerazione: « Par faux tesmoings il advient beaucoup de maux. > 



90 LE GRAND PARANGON DES NOUVELLES NOUVELLES. 

razione e rivelano una intelligenza non comune. Alla 29* lo stesso 
Rabelais non sdegnò di chiedere inspirazione, il che è sfuggito ai 
critici dei nostri due scrittori ; la 50* poi, finamente tratteggiata, 
espone un dialogo curiosissimo tra un marito tradito e il seduttore 
della moglie. Il seduttore dimostra d' avere tutte le buone ragioni 
di fare quello che fa e l'altro finisce col parerne persuaso. 

Nell'entrare in argomento il nostro autore segue il metodo, 
che vedemmo già adoperato dal La Sale, ripetendone, sovente alla 
lettera, i brevi esordi : € Pour entretenir nostre propos des aven- 
tures (XVIII); » « En ensuyvant le compte de nos nouvelles 
(XLVI) ; » « Pour accroistre mon nombre des nouvelles que j'ay 
promisses compter et descripre, j'en mettray icy une dont la venue 
est fresche (XLIV). 1 » 

Egli giura, s' intende, di non dir cosa meno che vera : € Une 
chose vraye et veritable, et digne de mémoire (VII); » « Vous 
devez s9avoir et n'est rien si veritable (XI) ; » « Il n'est rien si 
veritable après 1' Evangile (XXI). » 

Oltre al Boccaccio, che ricorda con una frase tolta alle C. N. N. 2 
il Troyes dovette conoscere, come risulta dalle imitazioni, il Poggio, 
il Morlini, il Masuccio, il Castiglione e da molti riscontri appare 
pure evidente ch'egli attinse, con altri novellieri italiani, alla fonte 
comune della tradizione orale. 

D'originale, nell'opera del Troyes, c'è ben poco ed anche quel 
poco potrebbe da ulteriori indagini risultare prodotto d'altre imi- 
tazioni, che ora sfuggono al nostro esame. 

i Ripete l'introduzione già citata della 90 delle C. N. N. : « Pour accroistre et 
amplier mon nombre des nouvelles que j'ay promis compter et descripre, j'en mon- 
streray cy une dont la venue est fresche. » 

* Si confronti l'identità dei due passi, dei quali conosciamo già il secondo. « Se 
au temps du très renommé et eloquent Boccace l'aventure dont je veuille fournir 
ma nouvelle fut advenue à son audience et cognoissance parvenue, je ne doubte 
point qu'il ne l'eust adjontée et mise au reng des nobles hommes mal fortunés (Grand 
Parangon L) » « Seau temps du trèsrenommé et eloquent Boccace l'ad venture dont 
je veil fournir ma nouvelle fust advenue et à son audience ou cognoissance par- 
venue, je ne doubte point qu'il ne l'eust adjoustée et mise au reng du compte des 
nobles hommes mal fortunez (C. N. N., XXVIII). » 



NOTE COMPARATIVE. 



Il Mabille indica le fonti di 125 delle 180 novelle, di cui si 
compone il Grand Parangon. Rinviando, per gli argomenti, alla 
sua pregevole edizione, che sarebbe anche più pregevole ove fosse 
completa, indichiamo, sommariamente, le fonti citate. 

Dal Violier des hisloires romaines sono tolte le novelle 3, 5, 
7, 9, 13, 16, 18, 20, 22, 124, in totale num. 10, che corrispondono 
ai capitoli seguenti 30, 27, 61, 23, 33, 44, 70, 17, 65, 32. 

Dalle C. N. N. 21, 23, 24, 26, 28, 31, 35, 38, 39, 41, 44, 47 
48, 60, 64, 57, 69, 61, 63, 64, 65, 68, 70, 72, 74, 78, 80, 82, 84 
85, 88, 89, 90, 136, 138, 139, 140, 144, 145, 150, 151, 155, 156 
157, 158 , 169 , 160 , 161 , 162 , 164 , 165, 167, 168 , 169 , 171 
172, 173, 174, 176, 176, in totale num. 60 e corrispondenti alle 
nov. 1, 13, 2, 3, 4, 6, 9, 12, 14, 18, 26, 30, 31, 32, 35, 38, 40 
50, 51, 52, 53, 56, 60, 61, 45, 68, 70, 72, 73, 85, 90, 98, 100, 7 
11, 17, 23, 28, 33, 39, 42, 45, 46, 47, 48, 49, 54, 67, 55, 59, 64 
67, 71, 75, 76, 72, 81, 84, 86, 87. 

Dal Decamerane : 8, 10, 14, 30, 33, 37, 42, 52, 75, 77, 87, 92 
94, 96, 98, 99, 100, 102, 104, 106, 108, 110, 112, 113, 115, 117 
118, 119, 120, 123, 125, 126, 127, 128, 129, 130, 131, 132, 134 
136, 137, 141, 142, 143, 146, 147, 148, 149, 152, 153, 154, 163 
166, 170, 180, in totale n. 55 e corrispondenti alle nov. 7, G. VII 
2, G. I, 5, G. I, 10, G. I, 2, G. II, 3, G. II, 5, G. II, 9, G. II 

6, G. Ili, 7, G. III, 8, G. Ili, 9, G. Ili, 1, G. IV, 3, G. IV, 8 
G. IV, 9, G. IV, 3, G. V, 4, G. V, 6, G. V, 7, G. I, 8, G. V 

7, G. VI, 10, G. VI, 8, G. VII, 10, G. VII, 1, G. Vili, 4, G. Vili 

7, G. Vili, 8, G. Vili, 9, G. IX, 2, G. X, 4, G. X, 5, G. X 
6, G. X, 7, G. X, 8, G. X, 9, G. X, 10, G. X, 6, G. II, 7, G. II 

8, G. Ili, 4, G. Ili, 6, G. Ili, 10, G. Ili, 3, G. VI, 3, G. VII 
2, G. Vili, 1, G. IX, 2, G. IX, 3, G. IX, 5, G. IX, 8, G. IX 
10, G. IX, 1, G. X, 6, G. IV. 

La 179* ha per fonte la nov. 1* delle Quinze jojes du mariage 
del La Sale. 



92 NOTE COMPARATIVE. 

Da quanto si può desumere dagli aridi sommari, Nicola de 
Troyes s' è giovato con moltissima libertà degli originali. Spesso, 
specialmente, per le C. N. N., egli non cambia neppure il somma- 
rio stesso e il luogo dell' azione. Lo stesso si dica pel Decamerone. 
Solo nella 148* nov. V autore sembra avere introdotte alcune mo- 
dificazioni alla storiella del prete di Varlungo, cambiando i perso- 
naggi e il mantello. Sono però modificazioni di poco momento. 

Anche dall' ordine con cui si seguono le novelle imitate, vedesi 
clie T autore, esaurito un modello, passa ad un altro e con la 
massima disinvoltura ne segue spesso la serie numerica. 

Non poche delle novelle indicate come provenienti dal Violier 
offrono analogie notevoli con novelle italiane anteriori al Grand 
Parangon, ma, sulla traccia d' indicazioni insufficienti, non ci fac- 
ciamo lecito di esporle. Nell'edizione del Mabille sono sfuggite 
alcune inesattezze. La 7* nov. non corrisponde alla fonte indicata 
cioè al cap. LXI del Violier des histoires rotnaines, che altro non 
è che un rimaneggiamento della leggenda di Teseo e di Arianna. 
Essa è invece riproduzione del capitolo LXXI dell'opera stessa. 
Così non c'è alcuna lontana analogia fra la 9* del Parangon ed il 
cap. XXIII del Violier; ma forse il Mabille volle indicare il cap. 
LXXIX, ove svolgesi la leggenda di Gregorio papa. Per un' altra 
svista 1' 11* nov. è messa fra quelle imitate dal Violier ed è real- 
mente uguale al cap. XXII op. cit. ma poi essa si riproduce tra 
le originali, mentre la nov. 124* è messa fra le imitazioni, senza 
che se ne indichi la fonte, che non è certo nel Violier. 1 Per un 
errore certo di trascrizione alla nov. 138* si dà per fonte 1' 11* in- 
vece della 15* delle C. N. N. ; parimenti si dà per fonte della 106* 
la nov. 7*, G-. I* del Decamerone, mentre forse si vuole indicare 
la nov. 7*, G. V*; infine alla nov. 8*, G-. II* del Decamerone stesso, 
fonte della 137*, viene, per una nuova svista, sostituita la nov. 8* 
della G. III.* 

Indichiamo le fonti delle altre novelle pubblicate come origi- 
nali, seguendo l'ordine numerico dell'edizione: 

i « D'un empereur qui avoit une femme la plus paillarde du monde, tellement 
qu'elle avoit douze compaignons abillés en damoiselles qui couchoint avec elle, quant 
l'empereur n'y estoit pas, mais à la fin tout fut sceu et fut bruslée la diete empe- 
rière et toutes ses demoiselles. > L'argomento non è nuovo. Ricordo due* novelle 
del Sercambi (ed. Keuier, 4, 83) nell'una intitolata De "magna prudentia, si racconta 
della moglie di re Costanzo, che avea un amante in casa travestito da cameriera. 
L'inganno è scoperto e punito. Nell'altra De fahritate mulieris il medesimo aneddoto 
è riferito in una storiella in cui entra in scena Aristotile. 



.i_-ì 



NOTE COMPARATIVE. 93 

Nov. 4. — De la finesse d'ung cure, qui avoit cache ses escus en ung 
jardin et qu'ung cordonnier desroba. puis après les reporta où il les avoit 
prins, cuydant en avoir plus largement mais n'eut riens du tout. 

Anche il Sacchetti avea narrato una simile astuzia (CXCVIII) 
€ Un cieco da Orvieto, con gli occhi mentali, essendoli furato 
cento fiorini, fa tanto col suo senno, che chi gli ha tolti gli ri- 
mette donde gli ha levati. » 

Il curato però del Grand Parangon non è cieco. La fonte 
diretta di questa è la 43* delle novelle del Morlini in cui un cieco 
ria un tesoro rubatogli, con identica furberia. Le assomiglianze 
col Morlini sono notevolissime. 

Nov. 5. — Des cordeliers d'Orléans qui faisoint semblant que Tesperit 
de madame la prevosto revenoit et comment ils furent punis. 

Di simulate apparizioni di spiriti abbiamo già veduti esempì 
italiani, commentando la 39* e 66* nov. dell' Heptaméron. 

Nov. 7. — De quelques adventures bien vóritables et joyeux passe-temps 
que ont eus d'aucuns rois de Franco en allant à la chasse. 

Fra le avventure che il Troyes attribuisce ai sovrani francesi 
ve n'ha una che ricorda da vicino quella del Bandello € Una 
cortesia usata da Mansor re e pontefice maomettano di Marocco 
ad un povero pescatore che l' albergò, essendo smarrito. » (nov. 57* 

Qualcosa di simile è pure la 46* p. II* del Bandello stesso : e Atto 
memorabile di Massimiliano Cesare, che usò verso un povero con- 
tadino nella Magna, essendo alla caccia. » 

Nov. 8. — D'ung sommelier de cheux le roy Francois 1" à qui on mit 
coucher une grant ydole de bois dedans son lit, en lieu d'une jeune fé mine. 

È sfuggita al Mabille l' assomiglianza notevole di questa nov. 
con la 4* G. Vili* del Decamerone : « Il Proposto di Fiesole ama 
una donna vedova, non è amato da lei, e credendosi giacer con 
lei, giace con una sua fante, et i fratelli della donna vel fanno 
trovare al vescovo. » L'argomento di questa novella può quindi 
considerarsi come una variante della 118* del nostro autore: « D'un 
prestre qui cuidoit estre couchó avec une femme qu'il avoit long- 
temps désiróe, mais elle le trompa et le fit coucher avec une sienno 
chamberière la plus laide du monde. » Cfr. il comm. all' 8° dei 



94 NOTE COMPARATIVE. 

Comptes du M. Adv. Simili burle sono comunissimo nei nostri 
novellatori. Cfr. la 20 a nov. del Sercambi: De prudentia et casti- 
tà le (ed. Renier). 

Nov. 10. — D'ung bonhomme qu'en mourant avoit trois fils, mais des 
biens de ce monde n 'avoit qu'ung coq, ung chat et une faucille, et comment 
cependant les dits enfans devinrent tous riches. 

La prima parte ricorda la storiella dei gatti, che leggesi nella 
68 a delle facezie del Piovano Arlotto (Ed. Baccini, Firenze, 1884) ! 
Del resto, nel suo assieme, tale fiaba ha origini remote e secondo 
il Morrier, riconosce per patria l'India. 

Nella novellistica moderna, le riproduzioni sono numerosissime. 
Rammentiamo, fra le altre, la redazione germanica del Grimm, 
Die drei Gluckskinder e La Vurza ì lu Firriola e lu Cornu 'n fa tatù 
( Veggasi Pitré, op. cit. voi. 1° ; per varianti e riscontri della stessa 
p. 262). Per l'apportatore di gatti largamente ricompensato vedi 
pure « San Micheli Ancangilu e un so' divotu » (Op. cit. CXVI, 
voi. 3) e le note dell' Imbriani ad un riscontro con una novella 
del Magalotti (Voi. IV, pag. 395). 

Il Troyes deve avere attinto questa leggenda alla tradizione 
popolare. 

Nov. 11. — De Jacques Legris, qui print à force une demoiselle en son 
chastel, laquelle le dit à Jehan de Carouge, son mary, et comment Jehan de 
Carouge combattit vaillamment Jacques Legris et de ce qui s'en suivit. 

Di donne accusate a torto e che rimettono al giudizio dell'anni 
la punizione del calunniatore e la prova della loro innocenza, 
abbondano esempì nell' epopea cavalleresca. Senza cercar lontano, 
basterà rammentare la Ginevra dell' Orlando Furioso (Cant. 4° e 5°). 
Sembra però che qui si tratti d'un fatto realmente accaduto, che 
l'autore poteva leggere in Olivier de la Marche: Traile du gage 
de balaille (Intr. XP), come notò il Mabille, sebbene il suo rac- 
conto abbia ancor più stretta relazione con la nov. 94* del Sercambi: 
De prava amicitia. 

Un cavaliere francese partendo per « la guerra di Prussia contra 
li Saracini » racconta il Sercambi, raccomanda la casa sua e sua 
moglie Marsia ad un cortigiano, eh' egli reputava suo amico, chia- 
mato Jac lo bric. Questi fa violenza a Marsia. « E volendosi da 

1 Le facezie dell' Arlotto Mainardi, furono pubblicate sino dal 1418. Firenze 
(Zucchetta), Venezia (Zopino). 



NOTE COMPARATIVE. 95 

lui partire, con spiacevole modo Jac lo bric quella ritenne, e con 
forza la fé' cadere et a' suoi famigli comandò che le gambe e le 
braccia le tenessero.... E fatto tale sceleramento, subito montò a 
cavallo, e cavalcò per sì gran forza, che a Parigi giunse la do- 
menica, prima che il re si fusse levato. E cosi si dimostrò a tutta 
la terra e la corte, senza parlare di sua andata. » Quando il marito 
ritorna, malandato in salute, Jac lo h % ic l'accoglie a braccia aperte, 
sicché fa le più alte meraviglie udendo poi dalla moglie la vio- 
lenza fattale dallo sleale amico. Jac all'accusa oppone V alibi, ma 
per l'intervento della regina, gli sposi ottengono di provare in 
campo l'infamia del traditore. Infatti, malgrado la malattia che 
affligge il marito, questi può abbattere ed uccidere Jac e € lo re 
avendo ciò veduto comandò che '1 corpo di Jac lo bric fosse stato 
strascinato e poi impiccato, et a messer Alberigo et alla donna 
sua fé' assai dare.... » Veggasi il Bua (pag. '268 op* cit.). 

Nov. 13. — D'une fille, qui fit aller trois compaignons, amoureux d'elle, 
voucher en ung cimetiere et y furent veiller l'ung en habit de mort, le 
deuxieme en habit de gendarme et le tiers en habit de diable. 

Riconosce forse per fonte la nov. l*g. IX* del Boccaccio. Trattasi 
ugualmente nelle due redazioni, d' una giovane, che annoiata dalle 
insistenti preghiere dei suoi adoratori, li fa andare, di notte, alla 
insaputa l' uno dell' altro, in un cimitero, dicendo loro che conce- 
derà il suo amore, purché vincano la prova. Nel Decamerone gli 
amanti sono due, tre nel Grand Parangon ; nel primo un amante 
deve vestirsi degli abiti del morto e l' altro trafugarlo, nel secondo 
oltre al finto morto e' è il finto gendarme ed il finto diavolo. Però 
nelle due novelle la giovane raggiunge ugualmente il suo intento, 
poiché i suoi adoratori spaventati falliscono nell 1 impresa. Qualcosa 
di simile è la nov. 29* del Bandello p. III.* 

Nov. 15. — D'une jeune fiancée à qui le bateur de bló de la maison re- 
corda bien sa lecon pour qu'elle fut bonne ouvrière le jour de ses nopces. 

Ricorda l'8 a delle novelle del Des Periers. € Du procureur qui 
fit venir une jeune garse du village, pour s'en servir, et de son 
clerc qui la luy essaya. » Sull'ignoranza della sposa e dello sposo 
molto scherzarono i novellatori antichi e moderni. Ricordo per 
assomiglianza di concetto, benché qui il gonzo sia lo sposo, la 
149* delle facezie del Poggio, in cui il marito paga, per la lezione 
ricevuta, una lauta cena. 



96 NOTE COMPARATIVE. 

Nov. 20. — D'ung curò amoureux de la femme d'un painctre, comment il 
faisoit le crucifìx tout nud dessus la croix et de ce qui luy advint. 

Appartiene al ciclo dei fabliaux: Le Prestre taint (E. Mont. 
VI, p. 9-23), Le Prestre crucifié (Ibid. IV, p. 194) e Le Prestre 
mis au lardier (Ibid. II, p. 194). Nicola de Troyes aveva però 
dei modelli italiani molto più simili. 

Il Morlini nel 73° dei suoi racconti, riproduce l'aneddoto del 
prete crocifisso, complicandolo però con altri due intrighi del prete 
rinchiuso nella botte e dell'altro messo a stacciare la farina. 

La redazione più vicina a quella del Grand Parangon è la 
Sacchettiana (nov. 84*): € Un dipintore sanese, sentendo che la 
moglie ha messo in casa un suo amante, entra in casa, e cerca 
dell' amico, il quale, trovando in forma di crocifisso, volendo con 

un'ascia tagliargli il detto si fugge, dicendo: Non scherzare 

con l' ascia. » Notisi che anche qui il marito è pittore come nel 
racconto francese. 

La facezia contenuta in questa 20* nov. dei due « procureurs 
de village » che discutono se devono comprare dal pittore il Cristo 
vivo o morto e poi deliberano di prenderlo vivo, perchè, se i loro 
compaesani lo vorranno morto, saranno sempre a tempo ad ucci- 
derlo, non è che riproduzione letterale della 12* delle facezie del 
Poggio, quasi tradotta dal Morlini nella sua 70* nov. 

Il Folklore moderno reca numerosissime riproduzioni della 
storiella del Prestre crucifié. Ricorderò, fra gli altri riscontri, una 
redazione russa (Kruptadia, T. P, pag. 227-237) in cui un Pope, 
in identica circostanza, cerca di rappresentare un santo. 

Nov. 21. — D'ung jeune fils et d'une jeune fille qui furent mariés bien 
jeunes et s'eri alla le marie longtemps à Paris, et quant il revint, la femme 
luy demanda qu'il avoit fait du petit.... qu'il avoit au temps jadis. 

E un racconto osceno assai diffuso nel Folklore. Può, sino ad 
un certo punto, avvicinarsi alla 42* delle facezie poggiane ed a 
tutte quelle che come la 39* del Grand Parangon trattano del- 
l' incontentabile lussuria delle donne. 

Nov. 22. — D'ung bon juge de Troyes qui jugea des causes bien vóri- 
tables et à la réable vérité. 

Ha riscontri notevoli colla 196* nov. del Sacchetti in cui espon- 
gonsi i giudizi del podestà Rubaconte e colla nov. 4* del Sercambi 
de justo juditio. Vedi pure in Passano (Op. cifc. p. 91) la novella 



NOTE COMPARATIVE. 97 

di « Bussotto aquarolo », inspirata allo stesso concetto. Nota il 
D'Ancona , nelle osservazioni alle novelle del Sercambi , (Roma- 
gnoli, 1871), che la fonte medioevale più nota è la disciplina 
clericalis (Cap. XVIII, ediz. Schmidt) riprodotta nel fabliau € Du 
marchand qui perdit sa bourse. » 

Nov. 28. — De deux femmes de village qui trop burent du vin bastart 
et firent accroire à leurs maris que leur asne avoit été mis en prison. 

Ignoro la fonte diretta, ricordo però che anche nel fabliau € Des 
trois dames de Paris » (Mont. Ili, 145) trattasi dei bagordi di tre 
comari, che vanno all' osteria, mangiano e bevono a crepapelle e 
divengono oggetto di risa. 

Nov. 24. — D'ung boulenger qui fut amoureux d'une chamberière, et en 
venant enquerir la paste l'avoit embranchée, et comraent il empoigna la mai- 
stresse qui les avoit departis et lui bailla ce que la chamberière devoit avoir. 

Ha notevole somiglianza con la nov. 7'dell'ifep taméron: € Un 
marchand de Paris trompe la mère de son amie pour couvrir leur 
faute. » 

Nov. 28. — De la vengeance que print ung sergent de son cure, qui pró- 
tendoit que l'intention étoit reputóe pour le fait, et l'avoit fait jusner pour 
avoir eu seulement l'envie de coucher avec une belle jeune femme. 

La massima voluntas prò facto reputatur è svolta, in modo 
simile, dal Bandello. (P. IV, n. 3). € Un cortigiano va a confes- 
sarsi, e dice che ha avuto volontà di uccidere un uomo, benché 
effetto nessuno non sia seguito. Il buon frate, che era ignorante 
noi vuole assolvere, dicendo che voluntas prò facto reputatur, e 
che bisogna avere l'autorità del vescovo di Ferrara; su questo 
una beffa che al frate è fatta. » 

Anche nel Novellino leggesi qualcosa di simile (CXXVII). « Un 
penitente dice al confessore d'avere avuto intenzione di rubare. 
Il confessore assegnagli una gravissima penitenza, asserendo che 
V intenzione è uguale al fatto. Il penitente si vendica prometten- 
dogli uno storione e, non portandoglielo mai, e adduce per scusa 
la massima del confessore. » Per altri riscontri Cfr. le fonti del 
Novellino studiate dal D'Ancona (Romania, a. II, f. 8°, p. 338), 
che ricorda la novella popolare milanese : El paisan e el pret re- 
cata dall' Imbriani. (Novellata fiorente Napoli 1871, pag. 619). 



98 NOTE COMPARATIVE. 

Nov. 29. — D'une hostesse qui jugea les souhaits d'un gentilhomme, 
d'ung marchant et d'ung cordelier et comment à l'adveu de l'hostesse le cor- 
delìer s'en alla sans payer. 

E riprodotta dal Kabelais nel lib. II, cap. 27° pel Pantagruel, 
posteriore alla redazione del Grand Parangon (Cfr. ediz. d'Am- 
sterdam, 1725). 

Si confrontino i due passi seguenti : € Lors conimela à sou- 
liaiter le gentilhomme et dist: Il n'est que ombre d'estendart, 
fumèe de chevaulx, et cliquetis de harnois. Lors dist le marchant: 
Il n'est que ombre de pots, fumèe de pàtés et cliquetis de mon- 
noye. Si dist le beau-père : Il n'est que ombre de courtines, fumèe 
de tetin et cliquetis de festes. » {Parangon). 

€ Lors dist Pantagruel.... Il n'est umbre que d'estendarts, il 
n'est fumèe que de chevaulx, et cliquetis que de harnois. A ce 
conimela Epistemon soubrire et dist: Il n'est umbre que de 
cuisine, fumèe que de pastez, et clicquetis que de tasses. A quoy 
respondit Panurge: Il n'est umbre que de courtines, fumèe que 
de tetins, et clicquetis que de c....s. » 

Nov. 30. — D'ung marchant qui fut jaloux de sa femme, qu'ung prestre 
avoit besongnée, mais tant alla en estrange pays, qu'il trouva un hoste, qui 
luy m esine luy fist besongner sa femme. 

E la storia d'un marito, a cui lo spettacolo delle altrui scia- 
gure coniugali diviene conforto alle proprie. Sotto questo rispetto, 
ha qualche attinenza con l'88 a delle nov. del Sercambi. De ingenio 
mulieris adulterae, e quindi con l'episodio del Furioso, di Giocondo 
e re Alboino (28° canto) .Veggasi, a questo proposito, l'art, del Raina, 
in atti della R. Acc. dei Lincei (17 febb. 1889, voi. V, fase. 4, p. 268 
etc.) Un riscontro più alla narrazione del Sercambi, che a quella del 
Troyes e che ha forse origine letteraria, trovasi in una novella 
popolare umbra La perfidia delle donne (Kruptadia 1 voi. IV, pag. 
141-145). 

Nov. 31. — D'ung gallent qui bailla à une femme trente escus faulx pour 
coucher avec elle et comment le fait fut avere et fallut à la dame dire la 
véritó. 

Trae origine dalla 45* nov. di Masuccio, simile anche nel par- 
ticolare degli scudi. L'analogia già indicata dal Montaiglon col 
fabliau De Gomberl et des deux clercs è lontanissima e si limita 
all' anello € de la paelete de fer » dato come oro dall' ospite alla 
figlia dell'albergatore. 



NOTE COMPARATIVE. 99 

Il resto ctel fabliau è il noto intrigo del Boccaccio (Decam. 
G. IX, n. 6) ed ha pochissima attinenza con la 18* delle C. N. N. 
a cui il Montaiglon l'avvioina (Moni. voi. II, pag. 304). Anche 
il Domenichi (Lib. IV, pag. 347) imitò Masuccio nell'aneddoto 
del giovane, che paga una cortigiana, con uno scudo falso. 

Per altri riscontri Cfr. il commento alla 18* delle C. N. N. ed 
al XXXIV dei Cornptes du Monde Adv. 

Nov. 33. — D'ung jeune compagnon qui se donna au diable pour avoir 
une jeune fille en mariage et comme il fut rescous du diable, en luy mon- 
strant à l'adveu de sa femme, une beste qu'il ne cognoissoit point. 

E probabilmente tratta da una fonte popolare; infatti trovo 
due redazioni somigliantissime nel Folklore moderno. I/una nella 
nov. di S. Stefano ' (34) edita dal De Gubernatis, in cui si tratta 
d'un uccellatore, che ha ottenuto dal diavolo la ricchezza sotto 
condizione però di vendergli l'anima, spirato che sia il termine 
di dodici anni. In capo a questo tempo, l'uccellatore punge la 
curiosità del diavolo, proponendogli di mostrargli un uccello af- 
fatto sconosciuto e di stranissima forma, a patto però che voglia 
scioglierlo dall'impegno. Lo strano uccello è la moglie, che: « tra- 
sformatasi con catrame, sego e le piume del letto » si presenta 
al demonio, che deve dichiararsi vinto, non sapendo riconoscere 
il mostruoso animale. 

Non diversamente una novella russa, in cui per vincere il 
diavolo, dopo analoga scommessa, un tale € prend sa femme avec 
lui, vient an champ, la fait mettre à quatre pattes, lui retrousse 

sa jupe et lui éparpille les cheveux. » (Vedi Krupt., voi. II). 

Del resto i patti col diavolo abbondano in tutte le letterature 
popolari ed hanno esempì numerosi nel medioevo. Basterà ram- 
mentare il fabliau € Du vilain qui donna son ame an deable. » 
(M. R., T. VI, p. 34). Cfr. De Gubernatis, Storia universale della 
lett. VII (Hoepli, 1883, St. d. nov. pop.) e il Diavolo del Graf. 

Nov. 34. — Du cordelier qui avoit une fille en sa chambre et fut fesso 
et pourquoi frére Guillaume ne vendit pas son asne. 

Precedentemente al Troyes, troviamo la seconda parte di questa 
graziosa storiella nelle Novelle antiche (Libro di Novelle anticlie 
ecc. Bologna, Romagnoli, 1868. Questa è tratta dal Fiore di virtù). 

1 Alessandro de Gubernatis. Le tradiz. pop. di S. Stefano di Calcinata in Bibl. 
naz. delle trad. pop. il. (Roma, 189J) con proemio del padre. 



100 NOTE COMPARATIVE. 

Un cavaliere diviene monaco. L'abate lo manda al mercato per 
vendervi gli asini del convento e il cavaliere, per non mentire, 
ne scopre i difetti e non può venderli. Ritornato al convento è 
duramente rimproverato dall'abate, ma si giustifica, piacevolmente. 

La scena del mercato è somigliantissima a quella del Grand 
Parangon. 

€ E stando al mercato, la gente lo domandava: Sono buoni 
questi tuoi asini? Ed egli rispondeva: Credete voi che '1 nostro 
monistero sia giunto a tanta povertà, che se fussono buoni ch'egli 
li vendesse? E udendo ciò, si '1 domandavano: Perchè hanno sì 
pelata la coda? E '1 monaco diceva: Perchè eglino sono vecchi, 
e si caggiono molto spesso sotto i pesi, sì che si convengono pi- 
gliare per la coda, e farli rilevare, e però l'hanno sì pelata. E 
il monaco, non potendogli vendere, se ne tornò a casa con essi. » 

« Oomment, frère Guillaume, voulez-vous vendre vostre asne 
sans faulte? Ouy, dit-il. Et pourquoy le vendez-vous? il vous 
servoit si bien en vostre maison! Par ma foy, dit-il, il est tant 
vieux qu'il ne nous peut plus servir... D'autres revindrent... pour- 
quoy le vendez-vous? Pour ce, dit-il, qu'il ne peut plus cheminer... 
Pourquoy le vendez-vous ? Par ma foy, dit frère Guillaume, nous 
le vendons pour l'amour qu'il ne vaut rien, et pensez-vous, s'il 
estoit bon et fort et viste d'aller, comme il a fait autrefoys, nous 
le vendrions jamais, car s'en avons affaire en nostre couvent. 
Ainsi disoit frère Guillaume.... et convint qu'il ramenast l'asne 
au couvent. » 

Un racconto simile, però con maggiori differenze, trovasi pure 
nella Fleur des histoires de Jehan Mansel. 

Nov. 35. — D'une jeune femme à qui on fit entendant qu'elle avoit en- 
groissé son mari et comme il remist son engroissure à sa chamberiere, laquelle 
il engroissa par le consente ment de sa femme. 

Parmi che vi sia una reminiscenza del Decamerone (G. IX,. 
nov. 3 a ), laddove mastro Simone dà a credere a Calandrino che 
egli è pregno e la sconcia ragione che n' adduce è identica a quella 
del testo francese. La novella del Parangon è però più complicata, 
entrandovi altri elementi e l' amore per la fante. Qualcosa di simile 
c'è pure nel fabliau di Aucasin et Nicolette^ ma è relazione lon- 
tanissima. (Vedi Bartoli, op. cit. pag. 239). 

Nov. 36. — D'une fille qui ne vouloit point avoir de mary qui eut ge- 
ni tores. 






é > 

». 



NOTE COMPARATIVE. 101 

S'inspira a quel ciclo di novelle d'argomento osceno che ha 
nel medio evo per rappresentanti il fabliau « du Peschoir de Pont- 
seur-Saine » (M. E., III. 68) e quello « de la damoiselle qui ne 
pooit oir parler de f.... » (ibidem 81). 

Esempì del genere poteva il Troyes trovarne nella tradizione 
orale e nella novellistica italiana. Ricordo la nov. 3* del Mam- 
briano, V Amore alla prova, illustrata dal Rua (p. 56 ecc.) e quella di 
Cinzio delli Fabrizì, che, nella terza cantica, svolge lo stesso tema. 

Fra le riproduzioni successive, è degna di nota quella del Do- 
menichi (p. 27, ed. Venezia, 1581) in cui parlasi ugualmente d'una 
giovane, in procinto di separarsi dal marito, perchè questi simu- 
lava un'identica disgrazia. 

La novella del Grand Parangon trovasi poi nel Folklore russo 
in una forma somigliantissima. E la somiglianza à persino nella 
particolarità del cavallo, con cui il giovane fa nota la finta im- 
perfezione. (Krupt. I, p. 38). 

Un altro esempio moderno ce l' offre la novella popolare della 
Haute Bretagne, nella Frénolle (Krupt. II, 1). 

Nov. 87. — D'ung cardinal qui se donna a a diable pour estre pape, et le 
diable luy bailla dix ans de terme et le devoit prendre in Sancta civitas, dont 
le pape reschappa. 

È la leggenda di papa Silvestro II, leggenda ingiusta, la 
quale ebbe allora diffusione grandissima e che trovasi anche nel 
Pungilingua del Cavalca e nella Fleur des histoires del Mansel. 
Il Troyes potè raccoglierla dalla tradizione orale. (Vedi Arturo 
Graf , Miti leggende e superstizioni del medio evo. Voi. II ; La 
leggenda di un pontefice. Torino, Loescher, 1893). — Il Graf fa 
menzione della novella del Troyes, soggiungendo che in essa riap- 
pare tale leggenda « come una moneta, che a forza di correre per 
le mani degli uomini abbia perduto V impronta del conio. » Notisi 
che qui Gerusalemme viene cambiata nella sancta civilas e che 
alla fine feroce della leggenda antica ne viene sostituita una più 
mite e quasi burlesca, poiché il papa inganna il diavolo, ottiene 
il perdono di Dio e vive ancora molti anni felice e benedetto dal 
cielo. 



Nov. 39. — D'un jeune gallent, qui en allant à Li od, coucha avec une 
abesse et comment un hermite lui donna un anneau, qui faisoit croitre le 
m.... de demi pied et de ce qui advint à l'evesque qui trouva le dit anneau. 



b l^àtkJ» - ^ SA. .!_.*!. 



102 NOTE COMPARATIVE. 

Ricorda la nov. 29* del Novellino, nella seconda parte, laddove 
raccontasi di certe suore, che, quando qualche gentiluomo passava 
vicino al loro convento, F ospitavano, ed una d' esse, a sua scelta, 
tenevagli di notte compagnia. Alla mattina però l'ospite era te- 
nuto ad infilzare un ago « et se alle tre volte non no metei, le 
donne li togliano tutti suoi arnesi et non li rendieno niente; et 
se mettea lo filo nell' agho, si li rendeano gli arnesi et donavangli 
di belli gioielli. » 

Questa od altra redazione a noi ignota, fu avvicinata dal Troyes 
alla storiella dell'anello meraviglioso, largamente diffusa anche 
oggi nella novellistica. Già nel medioevo abbiamo il fabliau « de 
l'anel qui faisoit les.... grans et roides (p. 51, t. Ili Mont.) » e 
fra le molte riproduzioni di tale fiaba pornografica, ricordiamo 
col Rua (pag. 91, op. cit.) il proverbio XXV di Cinzio delli Fa- 
brizì « Chi troppo vuole da rabbia mor » in cui s'espone l'av- 
ventura d'un barbiere che ha avuto da una vecchia un anello 
portentoso, che permettegli di appagare l' insaziabile lussuria di 
una principessa. Un prelato ruba l'anello, ma deve poi pentirsi 
del suo furto, quando in chiesa, davanti ai fedeli, come il vescovo 
del Grand Parangon, ne ottiene, con suo scorno, il miracolo. 

Fra le molte versioni moderne ricordiamo il racconto russo 
VAnneau enchanié, che con l'altro La dame excitée, ci danno, a 
un dipresso, l' intero argomento della novella del Troyes (KrupL 
voi. I, 32 e altre riprod. ibidem. La dame excitée, voi. I, 33). 

L' anello meraviglioso trovasi pure in altre redazioni norvegesi 
e francesi riferite nella citata raccolta. (Vedi note comparative 
della Krupt. IV, p. 202. Cfr. pure le note dell'Imbriani ai Conti 
pomiglianesi, Napoli 1876, pag. 89; il Rua 1. e. e il Bédier nel- 
l'appendice ai Fabliaux pag. 400). 

Nov. 40. — D'ung seigneur qui par force vouloit avoir la terre d'ung 
abbé s'il ne lui donnoit responce de trois choses qu'il demandoit ; laquelle il 
fìt par le moyen de son mounier. 

Cfr. la nov. IV del Sacchetti: « Messer Bernabò signore di 
Milano comanda a uno abate, che lo chiarisca di quattro cose im- 
possìbili: di che uno mugnaio, vestitosi dei panni dello abate, per 
lui le chiarisce in forma che rimane abate , e 1' abate rimane 
mugnaio. » 

Le quattro domande di Bernabò sono : « quanto ha di qui al 
cielo, quant'acqua è in mare, quello che si fa in inferno e quello 
che la persona mia (di Bernabò) vale. » 



NOTE COMPARATIVE. 103 

H seigneur ohiede: « Combien je vaulx, où est le milieu du 
monde et cela que je pense. » 

Alla terza domanda, che è la prima del testo francese, il mu- 
gnaio del Sacchetti risponde : « Io dico eh' ella (la vostra persona) 

vale ventinove denari Voi sapete che 1 Nostro Signor Jesu 

Cristo fu venduto trenta denari. » Ed il francese : « Il m'est advis.... 
que vous pouvez bien valoir environ vingt-sept ou vingfc-huit 
deniers Dieu ne fut vendu que trente deniers. » 

Il cielo, dice poi il mugnaio della novella italiana, è distante 
tanti e tanti milioni di miglia e se non lo credete : « fatelo mi- 
surare, e se non è così impiccatemi per la gola. » Simile risposta 
dà per l' acqua del mare. Non diversamente il mugnaio francese 
incaricato d'indicare il mezzo del mondo, conduce il signore in 
un prato e gli dice: questo è il mezzo del mondo, che cercate. 
« Commenti dit monseigneur, il n'est pas possible. Monseigneur, 
dit le mounier, si est, et je vous le donneray à congnoistre. Prenez 
une corde et Pattachez icy et puis allez aux quatre bouts du 
monde et vous trouverez qu'il sera juste. » 

La terza risposta varia come la domanda. 

D' onde il Troyes abbia tratto l' inspirazione del suo racconto 
non è possibile il determinarlo. Noto solo che di tutte lo preesi- 
stenti versioni d'esso, la più vicina al Grand Parangon è sempre 
quella del nostro Franco. Veggasi, per la risoluzione di questioni 
difficili, una novella di Jehan Mansel, riferita dal Mabille, in cui 
però la questione e la risposta aggiransi solo sul valore di chi 
interroga. Cfr. pure Liebrecht (Gòt. gel. Anzeigen, 1871, pag. 663- 
664) la 3* dei Paralipomeni alla nov. milan. dell' Imbriani (Bolo- 
gna, 1872) El coeugh, la nov. sic. V abbati senza pinseri (Race. 
Pitré, IP, pag. 323) e i raffronti che a questa fa l' Imbriani, nelle 
note comparative (ibid. pag. 392). 

Nov. 41. — D'un homme qui eut trois femmes l'une après l'autre, qui 
toutes trois se pendirent à un arbre lequel estoit en son jardin. 

Trovasi, in compendio, nel Cortegiano del Castiglione (p. 146 
ed. Le Monnier, 1854) : « Lamentandosi un marito molto, e pian- 
gendo sua moglie, che da sé stessa s'era ad un fico impiccata, 
un altro se gli accostò, e, tiratolo per la veste disse: Fratello, 
potrei io per grazia grandissima aver un rametto di quel fico, 
per inserire in qualche albero dell'orto mio? » Anche il Dome- 
nichi riferì posteriormente tale arguzia. (Lib. VI, pag. 350). 

8 




104 NOTE COMPARATIVE. 

La fonte però dell' indicata novella deve essere il cap. XXXII 
del Violier des histoires romaines in cui raccontasi il seguente 
caso : « Valere le Grand recite que aucun homme nommé Palatin 
dist a son filz en plorant, et à tous ses voisins: Helas! dist-il, 
j'ay en mon jardin urig arbre qui est improspère, dedans lequel 
ma première femme se pendit, puis en après la seconde, finable- 
ment la tierce; pour la cause, j'en suis dolent. Quelc'un qui là 
estoit, Arrius nommé, luy dist: Je m'esbahys de tant de larmes 
que tu tires de tels yeulx pour tes fortunes. Donne moy dist-il, 
de cest arbre mallieureux trois graphons afin que je les divise 
entre les voisins, affin que chascun ait ung arbre de telle nature, 
si que sa femme là se pende. » 

Nov. 42. — D'un archer de la garde du roy, qui mist les e... d'un cure 
qui besongnoit sa femme dedans une met, et comment le cure se les coppa 
pour eviter le danger du feu. 

Può avere per fonte 1' 85 a delle C. N. N. benché la punizione 
inflitta al prete sia stata argomento di molte novelle simili ita- 
liane, come la 25 a del Sacchetti, la 20 a p. II del Bandello, la 4 a 
del Firenzuola ed altre ancora. 

Vedi il commento air 85* delle C. N. N. ed al 60° dei Joyeux 
Devis. 

Nov. 45. — D'ung vicaire et d'ung prestre, qui tuèrent leur cure et puis 
par faulx tesmoings, vouloint dire que c'avoit esté ung gentilhomme, dont 
ils en furent tous pugnis. 

Ha analogia con la 26* p. Ili del Bandello : « Il capitano* 
Biagino Crivello ammazza nel monte di Brianza un prete per 
aver il beneficio per un suo parente. » 

Nov. 47. — D'un gentilhomme qui gagea à une damoiselle qu'il luy feroit 
douze fois pour une nuit, il les fit et davantage, mais pour ce qu'il y en 
avoit de sèches elles furent estimées bonnes par le rapport mème du mari 
de la damoiselle qui les jugea sans y penser. 

-Pel giudizio del marito, questa storiella ha notevole assomi- 
glianza con la 62* delle C. N. N. Ricordo due novelle picarde: 
Jean Quatorze-coups e Le pari du domestique , somigliantissime 
alla versione del Parangon. (Krupt., Voi. II, 22 ft , 23 a ). 1/ ispira- 
zione è, senza dubbio, popolare. 



NOTE COMPARATIVE. 105 

Nov. 48. — D'un gentilhomme qui avoit entreprins de le faire à sa femme 
tous les jours quatre fois, dont il cuida morir, mais par abilletó un homme 
d'esperit lui fit rompre sa gageure. 

Appartiene a quel gruppo pornografico di novelle, ohe hanno 
per prototipo medioevale il noto fabliau: De la dame qui aveine 
deniandoit pour Morel sa provende avoir. 

Nov. 61. — D'une maquerelle, appellée Celestine, des filles qu'elle ven- 
doit et refesoit pucelles, des amours de deux compaignons et des grant fi- 
nesses que font les femmes à d'aucuns amoureux qu'elles ont, avec plusieurs 
autres matières, bonnes et proffitables pour apprendre du bien et du mal. 

La celebre commedia spagnola del XV sec. cui questa novella si 
inspira, era stata volta in francese, su una traduzione italiana, da 
Salliot-Dupró nel 1527 ed ebbe in Francia notevole fortuna. Se 
ne fecero anche varie imitazioni. Di Celestina parla pure il Des 
Periers nel XVI dei suoi Levis, dove, ricordandosi un giovane di 
non comune coltura, si dice : « Et avec cela, il avoit leu Bocace 
et Celestine. » 

Nov. 54. — Comment ung abbé trouva moyen d'espargner son vin que 
trop à la legère il avoit promis. 

Ha un riscontro con la 23* del Sacchetti : « Messer Niccolò 
Cancellieri, per esser tenuto cortese, fa convitare molti cittadini, 
ed innanzi che venga il dì del convito, è assalito dall' avarizia, 
e falli svitare. » 

Nov. 55. — D'un jeune gallent de marcbant, qui donna cent escus pour 
coucber avec son hostesse, puis après son mary par fortune en fut adverty 
et lui fit rendre les cent escus, et à sa femme fit bailler un petit blant comme 
à une pai 1 Iarde. 

E tolta, senza sostanziali cambiamenti, a Masuccio (nov. 45*), 
cui pure inspirasi il 34° dei Comptes du Monde Advenlureux. 
(Vedi comm. a questo). 



LES COMPTES DU MONDE ADYENTUREUX. 



Dall'accurato studio che il Frank premise ai Comptes, ì ci 
sembra risulti provato, che autore siane Antonio di Saint-Denis, 
uno dei famigliari di Margherita, sicché, anche essi appaiono 
come un' opera compresa in un gruppo d' opere simili, le quali 
concorrono a uno scopo comune e traggono origine dalle stesse 
influenze. Cosi, per le sue tendenze antimonastiche, per l' imita- 
zione dell'arte italiana e per la sua forma letteraria, il novelliere 
del Saint-Denis, appartiene a quel ciclo novellistico che mise capo 
alla regina di Navarra ed è dominato dai due grandi fattori del 
XVI .secolo, la Riforma ed il Rinascimento. 

Primo ad entrare in lizza, l' autore dei Comptes ) meno di Mar- 
gherita, molto meno del Des Periers, sa trarre dai suoi modelli 
una libera inspirazione, che, nella maggior parte de' casi, non 
solo li segue alla lettera, ma non si fa lecito neppure di cambiare 
il nome dei personaggi e dei luoghi. Basterà rammentare che la 
scena dei suoi cinquantaquattro Comptes è ben ventiquattro volte 
in Italia. 

Fra tutti i deviseurs navarrini, quello che eccelle sugli altri 
nel combattere il clero e nel chiedere radicali riforme negli or- 
dinamenti e nello spirito della Chiesa, è senza dubbio, il nostro 
autore. 

Margherita pencola verso la riforma, ma rimane cattolica ; Des 
Periers crede troppo poco per combattere in favore d'una diversa 
forma di cristianesimo, il Saint-Denis invece discende direttamente 
dai riformisti ed è avverso non solo agli ecclesiastici, ma alla 
chiesa stessa romana. 

Acerbamente combatte il mercato delle indulgenze, che si fa 
« non pas pour nettoyer les consciences, mais vuyder les bourses » 
(Compte 33°) ; dice che « les moynes de Rome » non curano altro 
che « d'attirer le peuple à leurs devotions inventées pour leur 

i Les Comptes du Monde Adventureux, texte originai avec notice, notes et index 
par Felix Frank. Voi. II, Paris, Lemerre, 1878. 



LES COMPTES DtJ MONDE ADVENTUREtJX. 107 

proffit » (80°); esalta il Vangelo, che è la sola verità (17°) e sog- 
giunge che si ha da prestar fede soltanto: « en celuy qui est seni 
jiiste, et non à ceux qui de vraye religion n'ont que habit (22°). » 

Tale linguaggio, che così poco s* addice all' ufficio del Saint- 
Denis di curato di Champfleur, spiega anche la precauzione sua 
a nascondersi sotto le iniziali A. D. S. D., specialmente dopo che 
la morte della sua protettrice, gli toglieva una efficacissima difesa. l 

NelP avversare i ministri del culto cattolico, l'autore non seguì 
tanto il Boccaccio, in cui trovava più il novellatore gaio e mot- / yS 
teggiatore, che il filosofo pensoso dei mali della Chiesa, ma a 
Masu ccio Salernitano, il c ui JS&Y.elliao^jipparso da oltre settanta 
anni, avea fama d'opera audacissima, rivolse tutta la sua atten- 
zione. 

Masuccio dovette apparirgli come una specie d'apostolo ed 
egli riprodusse seriamente, quasi fossero documenti storici, quelle 
novelle, frutto di tante diverse fantasie, indicandole quali prove 
di fatto del mal costume ecclesiastico. 

Se c'è differenza, fra i due novellieri, nel narrare e nel con- 
siderare le cose esposte, è in questo, specialmente, che, per quanto 
il Masuccio ne dica contro la Chiesa e i suoi sacerdoti, l'A. dei 
Comptes trova quasi sempre qualcosa da aggiungere, per rinca- 
rare la dose. 

Noi sappiamo ora a che tenerci nel giudicare i grandi sdegni 
religiosi del Salernitano. Sappiamo che il cortegiano di Ferdi- 
nando I d'Aragona, nel dipingere preti, frati e monache lascive 
e corrotte, seguiva in parte la tradizione novellistica italiana e 
in parte mirava ad ingraziarsi gli Aragonesi, in lotta allora con 
la curia romana. 

Sappiamo, inoltre, ch'egli fu adulatore dei grandi e che ci 
rappresentò un popolo abbietto, argomento di trastullo pei signori 
tra cui novellava, tra cui viveva e dei quali, come nobele Saler- 
nitano, ci teneva a far parte. 

1 Nell'epistola dedicatoria e in fine del libro del nostro A.leggosi il motto Se- 
creto lapide tutus che il Frank traduce argutamente: «Sauvegardé par la vertu secrète 
de la perle précieuse (Marguerite). » Non è ]>erò di Margherita d'AngouJème, morta 
nel 1549, che l'A. pubblicando l'opera sua nel 1555, poteva invocare l'aiuto, ma di 
Margherita di Borbone e più specialmente della seconda Margherita, Margherita di 
Francia, che quattro anni doj>o dovea diventare duchessa di Savoia, non mono ce- 
lebrata dai poeti dell'illustre sua zia. Queste sono le dame di Francia, cui egli dedica 
l'opera sua ed è probabile che fra osse comprendesse anche Jeanne d'Albret e Fran- 
cesca sorella del duca d'Alencon, nonché altre gentildonne della Corte di Navarra. 



108 LES COMPTES DU MONDE ADVENTUREUX. 

Non è lecito quindi d' accettare ad occhi chiusi il giudizio del 
Settembrini, che nell' opera di Masuccio, trovò tante cose bellis- 
sime e tanta nobiltà d* intenti. 1 

Sino dal 1847 Viollet Le-Duc, 2 aveva osservato quello che il 
Settembrini riferisce, coir autorità del Nicodemi: « Del furto di 
diciano ve delle novelle di Masuccio inserite nel Mondo avventu- 
roso, stampate a Parigi presso Stefano G-roulleau nel 1575 in 8° 
e poi ristampate più volte a Parigi e a Lione. 3 

Veramente l' edizione princeps dei Comptes è quella del 1555 
(Paris, Estienne Groulleau, pet. in 8°), seguita subito, nell'anno 
stesso dall' edizione di Parigi (Vincent Sertenas, pet. in 8°), e poi 
da moltissime altre diligentemente notate dal Frank, tra cui non 
trovo menzione alcuna di quella del 1575. 

Se poi il Settembrini non avesse sdegnato quella ricerca delle 
fonti ch'egli chiama « critica da femminelle » avrebbe veduto 
che le novelle in parte imitate, in parte tradotte dall' autore fran- 
cese, non sono già dicianove ma trenta ed avrebbe pure veduto 
che il Saint-Denis non fu il solo che traesse profitto dal Novellino. 

L'imitazione del Masuccio è però più negli argomenti delle 
^novelle, che nel quadro che le rinserra e nell'ordine loro. 
1 II Novellino consta di cinque parti ben distinte, come le gior- 

nate del Decamerone e in fine d'esso v'è un parlamento ed ogni 
novella è preceduta da una lettera dedicatoria detta esordio e 
conchiusa da una specie di dissertazione morale, intitolata Ma- 
succio. Queste lettere bassamente adulatrici, ci fanno respirare 
l'aria d'una reggia, in cui il novelliere è chiamato per far ridere 
e piangere a seconda dell' umor dei padroni, sempre lodando e 
sempre ubbedendo, mentre l'opera del Saint-Denis procede libe- 
ramente, senza piaggierie, e ci rivela l'aspetto amabile di quel 
cenacolo letterario, rallegrato dalle grazie femminili, che fu la 
corte di Navarra. Diversamente dal Novellino, i Comptes si seguono 



1 Dice il Settembrini : « Nel Novellino noi vediamo rappresentata la vita del 
nostro popolo, le usanze, i costumi, le credenze e furberie dei religiosi, le lascivie 
delle donne, le prepotenze dei signori, le astuzie e le beffe dei cittadini... Due cose 
ci dipinge con più vivi colori, i malvagi costumi dei finti religiosi e la corruzione 
delle donne, perchè due cose egli pregiava sopra tutte, la religione e l'amore; però 
si scagliava acerbo contro coloro che guastavano queste due cose bellissime. » 
(Pag. XVIII pref. ediz. Novellino. Napoli, 1874). 

* CcUalogues des livres composant la bibliothèque poétique de M. Viollet-le-Duc avec 
de* notes bibliografiques et littéraires ecc. p. 151-152, Paris, I. Flot, 1847. 

3 Luigi Settembrini. Pref. alla sua edizione del Novellino. Napoli, 1874. 



LES COMPTE8 DU MONDE ADVEXTUREUX. 109 

senz'ordine prestabilito, ora gai, ora tristi, però nel sommario che 
li precede e nelle considerazioni che li seguono, e' è qualcosa che 
ricorda V esordio e Masuccio. Dove la differenza è notevole è nella 
soppressione delle dedicatorie e più specialmente nella lettera 
« aux sa ges et vertueu ses dames de Franco » in cui si dà ragione 
dell'opera, con una finzione analoga a quella del Decamerone e 
si cerca di dare al novelliere un'unità armonica. 

Racconta il Saint-Denis, che trovandosi un giorno in viaggio, 
scoperse, a un tratto « certame trouppe de gentilz -hommes et 
damoyselles suyvantz d'assez près une littiere. » 

Chi rammenta la nera lettiga, descritta dal Brantóme, in cui 
Margherita, viaggiando, componeva le sue novelle, può vedere qui 
un'allusione alle abitudini della regina, allusione, che la descri- 
zione della cortesia, bellezza e nobiltà della dama suffragherebbe, 
sino ad un certo punto. 

Dico sino ad un certo punto, perchè la dama descrittaci dal 
nostro autore è « une ieune damoyselle monstrant avoir les iambes 
fort foybles et doloureuses, » che è portata, più che sorretta, per 
entrare nell'albergo. Essa però è bellissima, illuminata « d'un 
rayon de grande et rare beautó » e « nature qui disperse ses 
beautez en divers subgects sembloit en ceste personne les avoir 
voulu toutes assembler. » 

Rimesso in cammino, il marito di lei, che è un gentiluomo 
cortese, narra all' autore le proprie vicende e questi, invitato dalla 
dama, che ne dà per prima l'esempio, comincia a raccontare, 
l' una dopo l' altra, per diversi giorni, le sue novelle, col proposito 
di distrarre la malata dalle noie del lungo cammino. 

Ecco quindi un'avventura di viaggio esposta come occasione 
del libro e in questa forma d' entrare in argomento, il Saint-Denis 
ricorda insieme il Boccaccio, il La Salle e la regina di Na varrà. l 

Con quest'ultima, ove se ne tolga l'assomiglianza di taluni 
racconti, che può spiegarsi anche col fatto che entrambi attinge- 
vano alle stesse fonti, non so davvero, malgrado 1' autorevole 
opinione del Frank, ritrovare più strette attinenze. 



i L' autore narrando finge sempre di rivolgersi alle dame, come fossero, pre- 
senti e ristrette in uditorio gentile. « Mes dames contemplez icy (1) C'est cliose 

assez commune, mes dames (2) Cela mes dames avient communénieiit.... (ti) le 

vous suplie mes Dames de contempler icy (4) Vous voyez mes Dames, la gioire 

de telz sots.... Co) ecc. » 



110 LES COMPTES DU MONDE ADVENTUREUX. 

Secondo il critico francese le relazioni dei due novellieri sa- 
rebbero tali da indurlo nella persuasione che Margherita, nel 
comporre YHeptaméron, seguisse la via tracciatagli dal suo corte- 
giano. Ora noi non abbiamo nessuna prova positiva che ci assi- 
curi che Margherita abbia conosciuto, prima di metter mano alla 
sua raccolta, il libro dei Compies. Tutto quello che sappiamo si è 
che la pubblicazione di questi precedette di tre anni il novelliere 
di Margherita e che quando apparvero le due opere, la Regina non 
era più. Scarsi indizi, davvero, per confermare il Frank nella sua 
ipotesi ! 

Ne sembranmi più concludenti le prove che si desumono dal 
confronto dei due testi. 

11 Frank ha, per esempio, trovato una stretta relazione fra 
alcuni versi d' un rondeau di Margherita ed un pensiero espresso 
nel prologo dalla Damoyselle. 

Dice Margherita, imitando il noto passo di Dante: 

€ Douleur n'y a qu'au temps de la misere 
Se recorder de Pheureux et prospere 
Comme autrefois en Dante j'ay trouvé. » 

E la dama dei Comples: « Les choses passées qui en renou- 
vellant peuvent apporter une souvenance des desplasirs qu'on a 
souffertz, le meilleur me semble de les taire. » Oltre al non es- 
servi relazione se non d'autore, fra YHeptaméron e il rondeau, 
le assomiglianze non sono tali da fare supporre una necessaria 
imitazione. Non solo la damoyselle dice proprio il contrario di 
quello che dicono il poeta italiano e Margherita, ma il pensiero 
in sé è così comune, che Dante e la sua imitatrice possono non 
entrarci per nulla. 

Non altrimenti varie relazioni che il critico citato suppone 
esistere fra le novelle dei due autori, sono, per lo meno, assai 
dubbie. 

Che assomiglianza c'è infatti fra la barcaiuola dell' lleptamé- 
ron (5 a ), che si salva dalle insidie dei due monaci e i due ma- 
riuoli, che fingendo d'aver trovato una borsa, ingannano un frate 
astutissimo? (4*). 

Quale fra i propos facetieux (HepL 11*) e la comica disputa 
d'un curato con un parocchiano? (C. 5*). Quale infine fra il priore 
ipocrita (HepL 22*) e l'abate corbellato (C. 8*), fra il bon jannin 
de village (Ilept. 29 a ) e il prete ignorante del 12° Compie, fra il 
prete incestuoso (HepL 33 a ) e la furba comare (C. 16*), tra il 



* 



LES COMPTES DU MONDE ADVEtfTUREUX. Ili 

francescano assassino (Ilept. 31*) e i due frati scherniti (C 13*)? 

Tutte le assomiglianze si riducono a questo che i due autori 
dipingono preti e frati con simili colori, ma si tratta, anche qui 
d'una tavolozza comune al maggior numero degli scrittori di no- 
vellistica, italiani e francesi, d* una relazione infine così vaga, che 
non si può, su essa, fare alcun serio fondamento. 1 

L'imitazione italiana nell'autore dei Comptes non si limita 
soltanto a quello che vedemmo sinora. Altre opere nostre concor- 
sero ad inspirarlo e s'incontrano anche ricordi d'un suo probabile 
viaggio nella Penisola. 

« Il me souvient, dice egli cominciando il 15° dei suoi Comptes, 
autresfois avoir ouy compter à un banquier italien » e nel prin- 
cipio della dedica « Peu de jours sont passez faisant un voyage 
au pays de Provence, et traversant par le Doulphinó pour gaigner 
la Savoye.... » 

Il suo giudizio poi sulla supremazia intellettuale degli italiani 
è quanto mai lusinghiero : « D'autant que le iugement de beau- 
coup d'hommes est que les Italiens ont ie ne s^ay quoy de plus 
spirituel que les autres nations.... » (Pref, al XIV). 

La reazione all'influenza straniera, capitanata dall' Estienne, 
dovea bentosto parlare un ben diverso linguaggio. 

Il La Croix du Maine, il Querard e il Passano 3 accennarono 
già vagamente a talune altre fonti italiane, che s'incontrano nel- 
l' opera del Saint-Denis. Il Passano anzi indicò che il 31° e il 35° 
dei Comptes sono tratti dai proverbi del Fabrizi, senza dire però 
quali. Con lui anche il Frank, fa menzione delle novelle porrei- 
tane } ma sono affermazioni indeterminate e senza alcuna prova. 3 

1 « On ne saurait supposer, dice il Frank (p. 128), qu'un servi teur de la reine 
de Navarre se soit donne licence de copier le livre de Marguerite et de lui faire dcs 
larcins visibles (V), que chacun se fùt alors empressé de redresser; tandis qu'elle 
avait le droit, comme inspiratrice et maitresse, de prendre ou de reprendre son bien 
sur le serviteur. En janvier 1545 (1544 vieux style) et dans le cours de l'année pre- 
cèdente, quand vit à Alencon A. de Saint-Denis, elle put y recevoir communication 
du travail des Comjrtes, et, en notant ce qui s'y trouvait de bon, se proinettre d r ac- 
complir niieux l'oeuvre qu'elle avait toujours dessein de faire elle-méme et dont 
elle ne s'occupa sérieusement qu'un peu après, vers 1516. » 

3 La Croix du Maine, Bibl. franqoise, Paris, 1772. Querard, Supercheries litiéraires 
dévoilées nell'ediz. di G. Brunet et P. Jannet, Parigi. Passano, Novellieri in versi, p. 81. 

3 On pourrait certainemeut rolever, dice il Frank concludendo il suo studio, 
dans les Nocelle porrettanc, ainsi que chez les autres novellieri italiens et ehez nos 
auteurs de fabliaux, plus d'un trait ou d*un passage emprunté par les Compiei du 
monde adventureux. Mais ou s'est bornó ici aux indications hors de doute et présen- 
tant un certain caractere d'importance. 




112 LES COMPTES DU MONDE ADVENTUREUX. 

Quello che non ha fatto il valente critico, ho tentato di farlo 
io, estendendo la ricerca a tutti i novellieri italiani anteriori e 
contemporanei al francese, e le fonti e le ispirazioni trovate non 
'sono certamente poche. Così il Bocaccio, il Poggio, il Cornazzano, 
il Morlini e fors' anco il Bandeilo, hanno tutti qualche conto da 
regolare col Saint-Denis e qualche credito da far valere. 

Le fonti tratte del Masuccio sono notate dal Frank semplice- 
mente col nome e numero ed io verificandole, ho creduto d'in- 
dicare sommariamente i punti d'assomiglianza e di dissomiglianza, 
giovando dire quando si tratti d'una traduzione o quando d'una 
imitazione. 

Le nov. XLV, LII e LIV, sono tolte dall'opera di Antonio de 
la Sale L'hystoyre et plaisante Cronique du Petit Jehan de Saintré 
et de lajeune Dame des Belles Cousines pubblicata la prima volta 
nel 1517 (Paris, Michel le Noir) e scritta « à Geneppe en Bra- 
bant, le XXV e iour de septembre, l' an de nostre Seigueur milcccc 
cinquante et neuf. » L' imitazione è piuttosto libera. 

Ci resta da dire una parola sul valore letterario dei Comptes. 

Raramente un modello italiano esce migliorato dall' imitazione 
del nostro autore, che la soverchia prolissità veramente stucche- 
vole e le considerazioni, a un dipresso, sempre uguali, come un 
tema obbligato, ne rendono la lettura tutt'altro che gradita. C'è 
l'entusiasmo del protestante nel combattere il cattolicismo, ma gli 
argomenti addotti sono sempre quelli che da secoli si ripetono, o 
per ischerzo o sul serio, nella letteratura medioevale francese e 
italiana, sono considerazioni che riguardano piuttosto l'esteriorità 
del culto che la vera essenza della chiesa romana, ne il modo con 
cui tali argomenti sono esposti giova ad accrescerne certamente 
il pregio. Saint-Denis è novellatore di seconda mano ed osserva- 
tore superficialissimo, che ha il grave torto di volere da novelle 
burlesche assurgere a gravi considerazioni e di trarre conseguenze 
filosofiche da esempi, che mancano del principale requisito, quello 
cioè della verità storica. 

Quanto alla lingua, essa procede incerta e negletta; abbondano 
gli italianismi e troppo sovente la parola tradisce il pensiero. 
« Les phrases des Comptes, nota il Frank, s'en vont parfois aban- 
données et débridées, au hasard d'une bonhomie peu correcte, 
bricolant, s'égarant, s'embarrassant en se rattrapant avec un me- 
lange d'enfantillage et de finesse, qui ne laisse pas d'étre amusant. » 

Vero è che qua e là s'incontra, qualche volta, un'espressione 



LES COMPTES DU MONDE ADVENTUREUX. 113 

arguta, un motto brioso come « la lecture des bons vins » che 
fanno i preti (XIX) o la donna « bruslante comme un charbon 
de ieune bois (XLIX) » ma sono esempì rari e mancano d* altra 
parte, le rappresentazioni delle umane passioni, i caratteri fina- 
mente delineati e studiati dal vero, e le descrizioni pittoresche 
dei paesaggi italiani e francesi. Suona quindi iperbolica la lode, 
tributatagli da]l y Amy de F Autheur, che canta di lui: 

t Pour exalter un esprit de Boccace » 

e niuno potrebbe oggi ripetere quello della Damoyselle M. I. , 
che lo esalta sul Boccaccio stesso. 

Mais cest autheur hardy a premier en la France, 

Imitò le discours des comptes de Florence, 

Et en les imitant a vaincu le Boccace 

Et devancé ses pas suivant mesmes sa trace. l 

Come appare anche da questo, il Decamerone è sempre il 
grande modello, la pietra di paragone dei novellieri francesi del 
XVI secolo e la più grande lode è quella d'eguagliarlo. 



i Nelle varie edizioni dei Comptes, questi sono preceduti da quattro poesie in 
lode dell'autore: la prima è firmata L. C. P. Amy delVautheur , la seconda Une 
damoiselle favorable, la terza Ma DamoiseUe M. I. t la quarta L.D.de V Autheur ed è 
seguita dal motto : Operatur qui coelitus. 




•i « 




NOTE COMPARATIVE. 



Nov. II. — La facon qu'une Juifve fut convertie à la loy de Jesus Christ, 
par la poursuite amoureuse d'un jeune romain. 

L' innamorato, per giungere al suo intento, si fa condurre in 
casa dell' innamorata dentro una cassa, fingendo che si tratti di 
mercanzia affidata al padre di lei. La notte n' esce e n' ottiene 
l'amore. In questo incidente il Compie rammenta simili astuzie 
diffuse ancor oggi nella tradizione popolare. (V. Acuta nelle rov. 
sic. del Pitrè, ed. cit.) L'esempio più antico che n'offra la lettera- 
tura italiana è, credo, quello della g. IX, n. 2 del Pecorone: « Ar- 
righetto, figliuolo dell' Imperadore, nascoso dentro un'aquila d'oro 
entra in camera della figliuola del re d' Aroana. » Di tali intrighi 
abbiamo pure esempi numerosissimi nel teatro italiano del XVI 
secolo. Ricorderò i due ultimi atti della Cofanaria di Francesco 
d'Ambra e l'intrigo del Travaglia del Calmo. 

Nov. III. — Comme un ieune courtisan cuidant moquer un marchand, 
tomba sur luy-mesme la moquerie. 

Ricorda la risposta arguta d'un villano al padrone, quale leg- 
gesi nella CXLV delle facezie poggiane: (Un villano interrogato 
dal padrone quando i pari suoi hanno il maggior lavoro, risponde, 
in maggio, perchè in quel mese devono occuparsi non solo delle 
loro mogli, ma anche di quelle dei padroni.) 

Nov. IV. — De deux trompeurs, qui sous couleur d'avoir trouvó une bourse, 
deceurent un nioyne qui troinpoit les autres. 

È tratta dalla nov. XVI del Novellino di Masuccio. Personaggi, 
luogo, intreccio, dialogo, tutto perfettamente corrisponde, senon- 
chè mentre il santo che è vittima dell' inganno è, nella redazione 
italiana, trattato con rispetto, nella francese è chiamato ipocrita, 
senza che il racconto giustifichi la contumelia. 



NOTE COMPARATIVE. 115 

Nov. VI. — D'un marchand de Lyon , qui à sa poursuite propre fìt aller 
sa femme au change. 

Appartiene al noto gruppo indicato nel commento alle C. N. N. 
ed all' Heptaméron. Salvo pochissime differenze di particolari , 
trovasi tale e quale nel Bandello (p. IV, n. 28): « Un drappiere 
di Lione per andar la notte a giacersi con una sposa, fa certi 
patti con un suo garzone di bottega, e lo fa corcarsi in letto appo 
la moglie. Il giovane, scordatosi i patti, tutta la notte amorosa- 
mente si prese piacere con la padrona, e ciò che poi avvenne. » 
Nell'aneddoto del lauto banchetto che la moglie offre al marito 
si riproduce la facezia 269* del Poggio. 

Nov. Vili. — Comment un abbé , sous l'opinion de iouyr de la beautó 
d'une damoyselle, se treuva couché aux costez d'une fort laide vieille. 

Abbiamo già trovato nel Grand Parangon una identica reda- 
zione ed entrambe possono collegarsi al ciclo di racconti simili, 
rappresentato nel medio evo dal fabliau Du presure et d'Alison 
(Mont. V, 2, 8). Diverse redazioni italiane ricordano molto da vi- 
cino questo compte. 

Rammento la già citata novella del Decamerone (g. Vili, 4) 
in cui al preposto di Fiesole è fatta una simile burla. Ricordo 
anche la novella del Cornazzano ditta la ducale, in cui l'avven- 
tura viene attribuita al duca Francesco Sforza e l'inganno è opera 
della duchessa, che vuol vendicarsi dell'infedeltà del marito. Non 
diverso è l'argomento della nov. 47, p. II del Bandello : « Piace- 
vole e ridicolo inganno usato da una gentildonna ad un suo 
amante, che teneva alquanto dello scemo. » 

Fra le varie versioni indicate, quella che ha maggiore proba- 
bilità d'esser fonte, parmi sia la citata del Decamerone. 

Nov. IX. — De l'avarice d'un preste pour marchander un benefico , aveo 
les finesses de sa vie pour abuser les plus sots. 

Non è che un rifacimento della nov. 10, g. VI del Decamerone. 
Mentre a frate Cipolla si fa la burla di sostituire carboni alla 
penna dell'Agnolo Gabriello, qui le reliquie vengono con simile 
astuzia, cambiate in crusca. Il predicatore del racconto francese, 
con la stessa prontezza del suo predecessore italiano , sa trarsi 
mirabilmente d' impaccio. 



-«"•» 



116 NOTE COMPARATIVE. 

Nov. X. — De la violence amoureuse d'une fille de Sienne qui alla cher- 
cher son favorit iusques en Alexandrie, et de leur pitoyable fin. 

Trae indubbiamente origine dalla 33* del Masuccio. Anche i 
nomi sono uguali, tranne quello di Giannozza, tradotto in Gavose. 
Potrebbesi considerare, come una riproduzione letterale, ove non 
fossero i cambiamenti dell'ultima parte, perchè, mentre Giannozza 
passa gli ultimi suoi giorni in un convento, Gavose muore sul 
cadavere dello sposo e i due amanti sono, alfine, uniti nella pace 
della morte : € en un triomphant cercueil de marbré, contenant le 
discours de si pitoyables amours. » Così il Saint-Denis s'allontana 
dal Masuccio, per riprodurre, la pietosa fine di Giulietta e Romeo 
quale trovasi nella narrazione di Luigi da Porto e che potea ve- 
nirgli suggerita dal Bandello alla cui narrazione assomiglia anche 
nel personaggio del frate. 

Nov. XII. — D ? un Escollier de la nation de Bretagne, fort ignorant pasteur. 

L' ignoranza di questo curato ricorda quella dei colleghi del 
Poggio (XI) e dell' 89* delle C. N. N. La prima parte è pure ri- 
ferita dal P. Carlo Casalicchio, (Napoli, Raillard, 1696) il quale 
potrebbe averla presa dall'autore francese, ma potrebbe anche 
averla trovata altrove. 

Commentando il verso « Povera e nuda vai filosofia » il Ca- 
salicchio aggiunge: « Ciò volle significare l'arguto detto di quel 
tal savio, il quale introduce nel suo discorso, un tal studioso, che 
avendo studiato 1' arti liberali in una tale università di studii, 
n'era stato dichiarato, con sua gran lode, maestro, e perchè tut- 
tavia si ritrovava in qualche necessità, fu confidentemente a di- 
mandar la limosina, ad un tale, ch'esercitava l'arte di ferraro, il 
quale a tal dimanda così le disse, mi facci gratia dirmi prima, 
che io le dia la piccola limosina, che secondo la mia possibilità 
le darò, chi è V. S.? e perchè non avete imparato qualche arte, 
colla quale potessi onoratamente vivere? a cui rispose lo studioso: 
Non solo un' arte ho appresa, ma ne ho imparato sette, di cui 
sono stato dichiarato ultimamente maestro e dottore. E come, Dio 
buono, sete così misero, e così povero, rispose allora il ferraro, 
che con sette arti, che avete imparato, pure sete costretto a men- 
dicare, dove io con una sola sostento me, e tutta la mia fami- 
glia? » (Dell'utile col dolce, Dee. Ili, arg. X). 



NOTE COMPARATIVE. 117 

Nov. XIV. — D'un Venitien fort mal adroit escuyer pour bien piquer un 
cheval. 

È riproduzione della CLXI facezia del Poggio, in cui parlasi, 
come nel racconto francese, d'un veneziano, che cavalcando, ri- 
ceve, nelle reni, una sassata dal servo e crede che sia il cavallo, 
che gli dia dei calci. Rammento che il Poggio scherza anche al- 
trove sulla goffaggine dei veneziani a cavallo. (Cfr. fac. CLIX). 

Nov. XV. — De Pestrange ialousie d'une ieune fille, qui sous l'opinion que 
son ainy allast au change, le voulut tuer. 

E, eccetto qualche particolarità di poco momento, traduzione 
della nov. 27* del Masuccio. Il novellatore italiano mette la scena 
a Napoli, il francese « en une des villes de Anjou. » Il novelliere 
italiano parla pure dei nuovi amori del giovane, che il suo imi- 
tatore tace. 

Nov. XVI. — Comme une savatière se gouvernoit sagement à recevoir la 
iouissance de trois compagnons. 

Nel concetto generale è tratta evidentemente dalla nov. 5* di 
Masuccio, però trattasi d' imitazione libera, con differenze note- 
voli di scena e di personaggi. 

Nov. XVII. — De la folle superstition des Iuifs, qui faisans leur sabbath 
par faute de charitó cuiderent laisser mourir Pun de leur synagogue, qui par 
fortune, estoit tombe en un retrait. 

Trovasi, salvo pochi cambiamenti, nel Domenichi, LVI p. 333: 
« Un giudeo in dì di sabato cadde in un cesso, ondo non ne potè 
uscire, et perciò humilmente si raccomandò a gli amici suoi, chie- 
dendo loro aiuto. I quali subito corsero quivi, et mostrando com- 
passione della sua sciagura si dolevano che fusse sabato ; percioche 
essi non potevano lavorare, per esser la loro festa ; et per ciò lo 
confortarono ad havor patientia fino air altro giorno, che l'ha- 
vrebbono cavato fuor di quel fastidio. Questa cosa andò all'orec- 
chie del vescovo di Magdelborgi...., et perciò comandò sotto pena 
del capo, che coloro i quali ostinatamente guardavano il sabbato 
loro con la medesima solennità ancora fussero tenuti a guardare 
la domenica che era la festa de' christiani. Così in quel mezzo il 
giudeo stette nel puzzo, et nel pericolo due giorni, et due notti... * 
Rammentiamo che l'opera del Domenichi venne pubblicata nel 
1548 a Firenze, coi tipi del Torrentino. 




118 NOTB COMPARATIVE. 

Nov. XVIII. — Gomme deux gentilshommes amys pour fair Amour furent 
ennemis, dont ensuivit un combat furieux qui leur causa la mort. 

Può considerarsi come una traduzione della 37' del Masuccio. 
Ricorda anche molti altri intrighi di donne che hanno parecchi 
amanti, come, p. e., Y aneddoto delle 0. N. N. Seigneur dessus 
seigneur dessous. Il Bédier non ha notato la relazione di questa 
novella, che trovasi anche nel Morlini (XXX) col fabliau « le 
clerc repu derrière Tescrin » (Mont. IV, 91). 

Nov. XIX. — D'un notable moyne qui sous couleur d'hipocrisie abusa tout 
le peuple d'un pays. 

E imitazione quasi letterale della nov. 4* del Masuccio, la 
quale, alla sua volta, inspirasi al Decanierone (Nov. 10*, G. VI). 

Nov. XX. — De la fortune malheureuse d'un pauvre gentilhomme , qui 
menoit sa dame sur le chemin de Venise. 

E traduzione libera della 35' di Masuccio, simile anche alla 
31 a dello stesso autore. Per avventure d'amanti smarriti nei boschi 
e assaliti da ladri, nella novellistica popolare moderna, veggasi 
il commento alla 14* nov. siciliana (Pitré, voi. 1°) fatto dall' Im- 
briani (Voi. IV, pag. 374). Cfr. pure la 36* nov. della Novellata 
fiorentina (V. Imbriani, Livorno, 1877). 

Nov. XXI. -*- D'une ieune fille qui mit toute la discretion de ses amours 
en la puissance d'un more. 

E la 25* del Masuccio, simile ad altre tre dello stesso autore 
(nov. 22*, 24*, 28 a ). Di dame che si concedono a persone vilissime, 
abbiamo già trovati esempi nelle C. N. N. (54*, 58*) e noYYHept. 
(20*). Quella deìYHeptaméron pare tratta, come dicemmo, dalla 
25* di Masuccio. 

Nelle considerazioni, il Saint-Denis si distacca dal modello 
italiano, che è addirittura feroce contro le « scelleranze de l'im- 
perfettissimo genere femineo (dedica della 28*) » e molto più gen- 
tilmente, per riguardo certo alle dames, ricorda che fra le donne 
buone ve n' ha « qui ressemblent les boéttes belles et bien paintes 
par le dehors, qui au dedans tiennent le poison cache. » 

Nov. XXII. — De la ruse d'un religieux de sainct Anthoine, qui amas- 
soit les bribes de la confrairie. 

E riproduzione della 18* di Masuccio ed è simile alla 4* dello 
stesso autore, in cui trattasi pure d 1 un simulato miracolo. 



NOTE COMPARATIVE. 119 

La nov. 18* differisce dalla saa imitazione francese non solo 
nel particolare del come il frate appicca il fuoco alla tela, ma 
anche nel diverso grado con cui i due novellieri assalgono gli 
ecclesiastici. Il Saint-Denis comincia il suo dire, descrivendo ef- 
ficacemente la vita dei frati, che scorrazzano le campagne, spil- 
lando quattrini ai villici di troppa buona fede per delle « con- 
frairies par eux . inventées > e poi conclude che si deve prestar 
fede solo a Cristo e non ai suoi ministri. In questi attacchi l'au- 
tore francese è assai più vivace dell'italiano. 

La novella del Masuccio trovasi riprodotta dal Fabrizì e dal 
Firenzuola (Libro Vili dell'Asino d'oro, d'Apuleio) e fu prece- 
dentemente svolta dal Sercambi (n. 62) De malvagilate ipocriti. 

Per altri riscontri veggasi il Koehler « Illustrazioni ad alcune 
novelle del Sercambi » (Giorn. stor. della lett. ital., n. 16, pag. 
115, 1890) e Giuseppe Eua « Einige Erzàhlungen des G. Ser- 
cambi > (Zeitschrift fìir Volkskunde II, voi. 7 fase. Leipzig 1890). 

Veggasi pure lo studio di Stanislao Prato. (Quelques contes 
littéraires dans la tradition populaires, Parigi, Lavai, 1889). 

Nov. XXIII. — D'un moyne faisant l'amour à la femme de messire Ro- 
derle duquel 11 fut estranglé piteusement. 

E il noto fabliau del soucretain, dovuto alla penna di Jean 
le Chapelain (R. Mont. VI, p. 107), del quale e' è un' altra reda- 
zione medioevale nel « Prestre qu'on porte ou de la longue nuit » 
(ib. voi. IV, p. I*). Lo stesso argomento è rimaneggiato in altri 
tre fabliaux (ib. V, 123, V, 136, VI, 243). 

Il Saint-Denis trasse però la sua inspirazione direttamente 
dal Novellino dell'autore Salernitano (nov. 1*), cui molto più 
s'avvicina che ai testi medioevali. Ricorderò il particolare del 
frate, che scrive una lettera alla dama e fa suo messaggero un 
novizio, il quale trovasi nel Compie e nella fonte italiana, mentre 
manca nei fabliaux citati. 

Per riscontri vedi Bédier (pag. 425), le note del Montaiglon 
(voi. IV, p. I*) e le fiabe e racconti siciliani del Pitré (n. 165). 

Nov. XXIV. — D'un medecin qui avoit achetó une coupé, et par l'astuce 
de deux compagnons perdit l'argent et la coupé. 

È riproduzione, quasi letterale, della 17' delle nov. del Masuccio. 
Quella del Masuccio era già stata narrata, precedentemente, con 
poche diversità, dal Sacchetti (CCXXI) nella storiella di m esser 

9 




120 NOTE COMPARATIVE. 

Ilario Doria, cui in simil modo è tolta una tazza d'argento, del 
valore di trenta fiorini. 

Nov. XXV. — Comme un grand seigneur amoureux, pour l'amitié qu'il 
portoit à son servi teur, le rendit possesseur de sa dame. 

E tolta a Masuccio (nov. 44*). Nella riproduzione francese c'è 
qualche differenza di poco momento, per es., nell'ultima parte, in 
cui la sostituzione del gentiluomo al duca è fatta di nascosto. 

Nov. XXVI. — Comme un gentilhomme Milanois iouist de l'amour de la 
femme d'un cordonnier Neapolitain. 

E la nov. 11' di Masuccio. Trattasi, nelle due redazioni, d'un 
calzolaio geloso, che si fa seguire dalla moglie vestita da paggio. 
Il calzolaio rimane poi burlato. Salvo qualche particolare di poco 
conto, anche qui il Saint-Denis più che imitare, traduce. 

Per riscontri francesi ricordo la 37* delle 0. N. N. e il 16° dei 
Joyeux Devis. 

Nov. XXVII. — Comme un Evesque amoureux d'une religieuse, qui estoit 
amye d'un autre prestre, ouidant descouvrir les amours d'elle et de l'une de 
ses compagnes, demeura trompó. 

Inspirasi a Masuccio, nov. 6*. Nella conclusione l'autore ita- 
liano non manca d' inveire contro le confraternite, contro i « ma- 
trimoni » tra frati e monache, ed accenna alle male arti, per 
distruggere i frutti dell'amore. 

Il racconto francese, che n' è fedelissima riproduzione , con- 
clude però diversamente, imprecando cioè ai padri snaturati, i 
quali rinserrano le figlie nei conventi e « qui ne donnent loisir 
a la ieunesse de leurs filles de juger la liberto que nature permet 
au mariage. > 

Questa novella del Masuccio, ha anche, come a suo luogo in- 
dicammo, qualche relazione con la 22' dell' Heptaméron. 

Nov. XXVIII. — De la sottise d'un medecin qui fut trompé de sa femme, 
avec l'ayde d'un frere mineur. 

Ha per fonte la 3' del Novellino di Masuccio. Per altri riscontri 
col Boccaccio, Sacchetti, Sabadino degli Arienti, Poggio e Mor- 
lini. Cfr. Dunlop-Liebrecht (Geschichte der Prosadichtung 207 e 
333) e il commento del Bédier al fabliau « Les braies au cor- 
delier > (pag. 407 appendice). 



NOTE COMPARATIVE. 121 

Nov. XXIX. — De l'ord et sale vouloir d'une dame, qui abandonna un 
gentilhomme pour le choix d'un mulletier. 

Ricorda il 21° degli stessi Comptes ed è simile alla novella 
Vheure du bergier delle C. N. N. La fonte diretta è però la 24* 
del Masucoio, che forse inspirò pure la 20* dell' Heptaméron. La 
imitazione è quasi letterale. 

Nov. XXX. — Comme la ferame d'un procureur pour se veautrer au prò 
aux clercs, fut guerie d'une galle assez grossette. 

Ricorda da vicino il Decamerone G. Vili, n. 7, laddove uno 
scolaro, per vendicarsi d'una vedova « con un suo consiglio di 
mezzo Luglio ignuda tutto un dì fa stare in su una torre alle 
mosche et a' tafani, et al sole. » Anche nel racconto francese il 
procureur porta via gli abiti alla donna. 

Nov. XXXI. — Comme un gentilhomme Venitien jouist de l'ainour d'une 
jeune basteliere, par la mesme conduite de son mari. 

E riproduzione quasi letterale della 38* di Masuccio. 

Nov. XXXII. — D'un cure qui fit faire le demoniacle à une ieune femrae 
pour plus facilement iouyr de sa bonne grace. 

E riproduzione abbreviata e con lievi cambiamenti della no- 
vella 9* del Masuccio, imitata pure dal Fabrizi. 

Nov. XXXIII. — De l'extrerae avarice d'un penitencier Eomain trompó 
par dcux compagnons estrangers. 

E tolta alla 10* del Masuccio, con qualche differenza di par- 
ticolari, specialmente nella conclusione in cui, mentre nel testo 
italiano s'inveisce contro il clero, l'autore francese fa considera- 
zioni particolari sul fatto, aggiungendo poi che « si l'avance de 
ceux qui sont mariez pour espargner à leurs enfants (encore que ce 
soit de leur propre) est vicieuse, de combien plus est à blasmer 
la malheureuse et extreme convoitise de telz gens d'Eglise ! » 

Nov. XXXIV. — De l'avarice d'une dame, qui cherement fit acheter a un 
escolier le don de l'amoureuse pitie. 

È riproduzione integrale della 45* di Masuccio. Abbiamo avuto 
occasione nelle note alla novella LV del Grand Parangon, che 
svolge lo stesso tema, di notare varie assomiglianze col Boccaccio, 



" V v+ ■ 



122 NOTE COMPARATIVE. 

col Sacchetti, col Poggio. Qui però la novella volge al tragico, 
poiché il marito costringe la moglie a bere il veleno dopo aver 
fatto restituire al giovane tutti i ducati, meno uno, che le getta 
in viso, quale prezzo della sua infamia. 

Nov. XXXV. — De la malice d'un religieux qui suborna la fille d'un due 
d'Allemagne, et de la folie qui en avint. 

Ha riscontri nel Boccaccio (G. IV, 2), nel Poggio e nei pro- 
verbi del Fabrizì. Però V ispirazione diretta è sempre il Masuccio 
{Novellino, II) e trattasi, più che altro, d' una versione. 

Ricordo che 1* episodio delle lettere d'oro trovasi anche nella 
nov. 69* del Morlini, in cui un patrizio travestesi da Gesù Cristo, per 
sedurre una giovane credula ed è pur notevole la relazione di tutte 
queste storielle con la famosa leggenda di Nectanebo ed Olimpia, 
nella storia romanzesca di Alessandro Magno. Raccontasi, infatti, 
che il re d* Egitto Nectanebo era eccellente nelP arte magica. 
Rifugiatosi in Macedonia, s* innamorò d' Olimpia , moglie del re 
Filippo, nel tempo che questi era alla guerra. Egli riusci a per- 
suadere alla regina, che il dio Ammone era di lei invaghito, e 
facendo egli stesso da dio, penetrò nella camera di Olimpia, e di- 
venne padre di Alessandro. (Vedi Bartoli op. cit. XIV, p. 442.) 

Nov. XXXVI. — De l'hipocrisie d'une dame, qui, pour iouyr de son amy, 
de crainte d'estre descouverte, le faisoit masquer. 

Questa novella, che ricorda da vicino la 42' dell' Hept. e la 26* 
p. IV del Bandello, ha per fonte la 26 a del Masuccio, da cui diffe- 
risce solo nella conclusione. 

Nov. XXXVII. — Comme un capitaine par la louange d'un sien amy de- 
laissa la poursuite de sa femme. 

E imitazione libera della 21' nov. del Masuccio, in cui narrasi 
d* un cavaliere che ama invano una dama. Il marito ne loda il 
valore, paragonandolo ad un ardito falcone, e la donna, cambiato 
animo, sta per concedersi al cavaliere quando questi, saputo di 
dovere la sua buona fortuna alle lodi del marito, per generosità 
la respinge. 

Tale argomento era stato trattato anteriormente a Masuccio, 
da ser Giovanni Fiorentino nel suo Pecorone (G. 1, N. 1), con lo 
stesso particolare del falcone. « Galgano ama madonna Minoocia x 
moglie di messere Stricca. Ella non ne vuole udir nulla ; ma sen- 
tendolo lodare dal marito, determina di non gli esser più cruda. 



.«..*-«■ 



NOTE COMPARATIVE. 123 

Virtuosa risoluzione di Galgano nell' atto di giacersi con lei. » 
Per altre somiglianze, veggasi Gorra (Studi di critica letL Bologna 
1892 , p. 201-208), che indioa riscontri nel Lai de Graelant e De 
nugis curialium. 

Nov. XXXVIII. — Le discours du mariage d'une ieune Damoiselle avec 
un paysant, et du hasard commun qui luy advint. 

Argomenti simili sono svolti sovente dai nostri novellieri, 
presso cui il marito sciocco ed ignorante è personaggio comunis- 
simo. 1/ ultimo aneddoto del Compie trovasi integralmente nel 
Domenichi (p. 23, ed. cit.) « Haveva un certo contadino la moglie 
poco lionesta e vituperosa per molti adulteri ; la qual cosa dispia- 
cendogli molto, se ne dolse col suocero, e minacciò, che gliela 
havrebbe rimandata a casa. Il suocero, consolando il genero, gli 
disse: sta di buon animo figliuolo, e lasciala fare così qualche 
tempo : perchè ella se ne rimarrà un giorno, sì come ha fatto an- 
cora sua madre, e mia moglie ; la quale, quando era giovane, fece 
come s' usa qualche pazziuola : ma ora che è attempata, è la miglior 
donna di questo popolo. Il medesimo sarà ancora la figliuola. » 

Nov. XXXIX. — De la ruse d'un gentilhomme sous Phabit d'une Vefve 
pour jouyr du plaisir de la fé min e d'un hostellier. 

La nov. 12* del Masuccio, che l' inspirò, ricorda, alla sua volta 
la 27* del Sacchetti: « Ser Tinaccio prete da Castello mette a 
dormire, con una sua figliola, un giovane, credendo sia femmina » 
e 1' altra dell' Arienti (55*) di € Guidazzio Azzoguidi che s'introduce 
in casa della sua amante, e inganna lo zio prete, travestendosi 
da ostessa. » Vedi pure la nota novella del Firenzuola e la 1* del 
Nelli d'un amante che si fa introdurre vestito da donna, dal ma- 
rito stesso, presso la moglie sua, che di lui non voleva saperne. 
L' unica edizione che si ha del Nelli è della metà del XVI sec. 
(Vedi « Novelle di Aut. Senesi > voi. II, Londra 1798). 

Nov. XL. — Gomme un gentilhomme souffreteux prostitua sa femme à 
un Cardinal, pour en tirer argent. 

E traduzione libera della 15* del Masuccio. Trattasi d'un ma- 
rito, che, per denaro, cede la moglie sua ad un cardinale, e questa 
non vuol più saperne di ritornare con lui, preferendogli il nuovo 
compagno. # 




124 NOTE COMPARATIVE. 

Nov. XLI. — Le stratageme de trois femines courroucées, et de la trom- 
perie que chacune fit particulierement à son mary. 

E fra i temi più diffusi della novellistica popolare e letteraria. 

Ricordo, nella letteratura medioevale, il fabliau « Des trois dames 

qui trouverent un annel » (Mont., n. 10', voi. V) ed un altro 

simile « Du vilain de Bailleul » (Ibid. voi. IV, pag. 212) in cui 

il finto morto, vedendo che il prete abbraccia sua moglie, esclama : 

€ Certes, se je ne fusse mors, 
Mar vous i fussiez embatuz, 
Ainz hom ne fu si bien batuz, 
Com vous seriez ja, sire prestre. » 

Il Liebrecht (Zur Volkskunde, Heilbronn, 1879 pag. 124-141) 
nel suo capit. : « Von den drei Frauen » dà una lunga esposizione 
di questo novellenkreis, riaggruppando le varie redazioni, secondo 
i punti più notevoli d'assomiglianza. 

Il Rua, nell'appendice al « Mambriano » reca un quadro si- 
nottico di sedici versioni della novella « La gara delle tre mogli » 
riaggruppandole, esso pure, secondo le varie burle. Il Bédier, alla 
sua volta, ma, per una ben diversa dimostrazione, espone 22 ver- 
sioni di tale racconto , notando fra queste , il 41° dei Comptes ì 
che dice sfuggito al Eua, mentre in verità il Rua (p. 107 delle 
novelle del Mambriano op. cit.) l'avea citato di seconda mano, 
non avendo, come egli osserva, potuto procacciarsi il testo. « M. 
Pio Rajna, soggiunge il Bédier, lui a fait aussi l'honneur de 
l'illustrer. » (Cfr. Rom. t. X. Una versione rimata dei sette savi). 
La novella che il Rajna ci fa conoscere è anteriore a quella del 
Mambriano, d'autore, probabilmente, veneto. 

Ricordo, come probabile e diretta inspiratrice del Saint-Denis, la 
nov. del Morlini : « De tribus mulieribus quae reperierunt pretiosam 
Margaritam » ed osservo che, fra tutte le versioni ch'io conosco, quel- 
la che più s'avvicina al Compie, è, con quella del Morlini, la novella 
seguente del Domenichi (VI, 235) : « Furono tre donne, le quali po- 
sero pegno gran somma di denari, la quale havesse da guadagnare 
quella di loro, ohe maggior sciocchezza facesse creder al suo ma- 
rito. La prima, dormendo una volta il marito, lo fece radere e 
vestirlo da frate, onde venendo egli a destarsi, la donna dandogli 
per il capo del padre, del messere, gli domandò, se egli volea 
andare co' suoi frati , perciò che poco dianzi erano passati per la 
sua villa frati d' un certo munistero. Il marito prima sdegnosa- 
mente cominciò a favellar con la moglie, domandandole, s'ella 



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NOTE COMPARATIVE. 125 

voleva la baia con esso lui. Ella non per Dio, padre mio, non 
piaccia al Signore, che io mi pigliassi mai tanto ardire ; ma egli 
è pur vero, ohe i vostri frati se ne sono partiti. H marito met- 
tendosi mano in capo, et sentendosi raso, poi veggendosi vestito 
da frate, disse sono io Berto (percioche egli havea questo nome) 
o no? Perchè chiamandolo la moglie tuttavia messere, et perse- 
verando in quella riverentia, il villano finalmente achetossi, et 
domandolle, verso dove erano iti i suoi compagni. Il quale in- 
tendendo, per parole della moglie, che essi erano passati molto 
avanti, et che quel dì non gli havrebbe potuto raggiungere, fu 
confortato a star seco quel giorno e che la mattina havrebbe 
detto messa. Il quale essendo andato in chiesa all'altare et co- 
minciando un certo canto rozzo, villanesco; l'altra donna indusse 
il suo a ire nudo all'altare a offerire, per la messa nuova del 
suo vicino, credendosi per le parole della moglie d' esser vestito. 
Ma la terza havendo fatto credere a suo marito, che egli era 
morto, postolo su la bara, lo fece portare alla chiesa. Il quale 
essendosi ritto su a sedere, et havendo veduto i suoi vicini, 1' uno 
che cantava l'ufficio, et facea il frate, et l'altro ignudo, che gli 
portava l'offerta, disse: certo, s'io non fussi morto, che io mi 
riderei molto di queste pazzie de' miei vicini. Ora si domanda 
quale di queste tre donne habbia vinta la scommessa. » 

L' unico punto diverso è quello del marito ignudo, che manca 
nel Comete, però, il secondo vicino va egli pure a servire la messa. 

Fra le varie riproduzioni francesi rammento la 68 a del Des 
Periers, in cui svolgesi solo il concetto del finto morto, i Comptes 
du sieur d' Ouville (t. IV. p. 255) e la « gageure des trois fem- 
mes » del La Fontaine. 

Nov. XLII. — Le discours des amour9 d'Antoine et sa dame, et de la mal- 
heureuse fortune qui leur advint en la poursuite du petit archer. 

E la storia d' un giovane fatto schiavo dai mori. La sua amante, 
travestita da uomo, va a Tunisi e Vendesi per riscattarlo. Dopo 
varie vicende, riescono a fuggire, ma poi sono ripresi : 1' amante 
è impiccato e la giovane per salvare il suo onore e pel dolore 
del perduto amico, miseramente s' uccide. 

È traduzione libera, con pochi cambiamenti, della nov. 39* del 
Masuccio. 

Nov. XLIII. — De l'estrange adventure d'un cinge qui guerit son maistre 
abandonné des medecins. 




126 NOTE COMPARATIVE. 

Per la probabile inspirazione italiana di questa storiella, ri- 
mando al commento della nov. 89* del Des Periers, ricordando 
però che il Compie assomiglia sopratutto ad una facezia di Bebel 
(lib. Ili ), in cui la scena ha luogo presso un medico milanese. 
Giova notare che anche il Bebel 1' ha tratta evidentemente da 
una fonte italiana, che non m'è dato di rintracciare. Il Frank 
ammette l'ipotesi che il Saint-Denis abbia attinto direttamente 
al Des Periers. 

Nov. XLIV. — De la piteuse fortune d'un marchand qui presse de l'a- 
mour d'une ieune dame de Naples, l'avoit secrettement enlevée. 

Veggansi due novelle di Masuccio, la 34* e la 40*; la seconda 
à la fonte diretta. Nel racconto francese, un tale rapisce la mo- 
glie d' un suo amico e da questi se la fa condurre in nave, dan- 
dogli a credere una fiaba. Però, mentre nel Novellino, i due amanti 
scappano e il marito ha le beffe, qui invece la burrasca s' incarica 
di vendicare la fede coniugale e sommerge la barca coi fuggitivi. 
La 34* è forse una prima redazione della 40*. 

Si vegga pure la novella del Sercambi De furio unhis mu- 
lieris, che ha con queste punti notevoli di contatto. 

Nov. XLVII. — Le discours des amours de Barus et Laurea, avec une 
infinite de dangereuses rencontres. 

Benché il Frank non lo noti, è rifacimento o della 98* delle 
C. N. N. o della 31* di Masuccio, più probabilmente della prima 
che della seconda. Trattasi d' una giovane che fugge con uà 
amante, per sottrarsi a odiate nozze. Capita in un'osteria, dove 
muove le voglie d' alcuni assassini e dopo un' eroica difesa del- 
l' innamorato, ne rimane vittima. Nella conclusione, le tre reda- 
zioni citate offrono qualche leggero cambiamento. 

Nov. XLIX. — Le discours des amours de deux gentilshorames Francois, 
et l'issue favorable qu'ils receurent de leur dame. 

È motivo comune a molti romanzi medioevali la prova d'a- 
more richiesta dalle dame ai cavalieri, che, per ottenerne le grazie, 
hanno a sfidare pericoli veri o supposti. 

Anche nella nov. 18* dell' Heptamdron in cui è parola di « une 
belle jeune dame qui expórimente la foi d'un jeune écolier, son 
ami, avant que lui permettre avantage sur son honneur », o'è 
qualcosa di simile. Veggasi pure la 16* dello stesso Heptaméron. 



NOTE COMPARATIVE. 127 

Però il Compie del Saint-Denis e la nov. 128* dei Joyeux Devis, 
altra redazione dello stesso argomento, traggono loro origine di- 
rettamente dalla 41* del Masuccio. 

Ricordo come il particolare del Novellino del diamante falso, 
con la leggenda La maza balani, che la dama invia al cavaliere, 
per rimproverarlo del suo abbandono, soppresso nel Compie, tro- 
visi poi riprodotto invece, tale e quale, dal Rabelais (Pant.,lib. II, 
capit. XXIV), cosa non osservata, oh' io mi sappia, dai critici del 
Pantagruel. 

La riproduzione del Compie è abbastanza libera e la novella 
del Des Periers s* avvicina maggiormente alla redazione del iVò- 
vellino che a quella del Saint-Denis. 

Nov. L. — De la piteuse adventure d'une malheureuse dame, qui pour 
iouyr de l'amour d'un jeune gentilhomme, fit une infinite de maux, dont à 
la fin le mal tomba sur elle. 

E una storia tragica e romanzesca d' un figlio due volte so- 
stituito ed esposto a stranissime vicende. Il Compie è imitazione 
della 4J* nov. del Masuccio , salvo alcuni cambiamenti o meglio 
confusioni dell' ultima parte , in cui pare che V autore francese 
non abbia ben capito il suo modello. 

Nov. LI. - Le discours des amours du seigneur Antoine et Lorette, et la 
fin de leurs passionnés amours. 

La storia di Lorette è quella di Veronica, raccontata dal Ma- 
succio (nov. 43*) ed anche qui 1' autore francese, più che imitare, 
traduce. 

Nov. LUI. — D'un gentilhomme longuement poursuivant qui ne peut 
avoir satisfaction de sa dame, sinon par le moyen d'une affettée chambriere 
et soubs le nom emprunté d'un autre. 

Rimando al commento della 14* nov. dell' Reptaméron, a questa 
assai simile e d' ispirazione italiana. 



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LES JOYEUX DEYIS. 



Bonaventura Des Periers non ebbe solo gloria di novelliere; 
egli fu, in pari tempo, uno fra gli eruditi più illustri dell'età sua 
ed in questa versatilità à 1 ingegno, che gli permetteva di tradurre 
Orazio e Terenzio, di narrare i giocondi Devis, di collaborare alla 
versione della Bibbia e di aiutare il Dolet nei suoi Commentarti 
linguae lalinae, mentre sulle traccie di Luciano egli veniva com- 
ponendo quell'opera finamente scettica che è il Cymbalum mundi, 
in tutti questi molteplici prodotti del suo ingegno, noi vediamo 
un riflesso di quelle attitudini svariate della mente, che furono ca- 
rattere precipuo degli italiani del Cinquecento. # 

L'arte classica, in cui egli visse, lo lasciò pagano e la filo- 
sofia greca, cui va debitore di molte sue inspirazioni, lo allontanò 
dal misticismo della sua augusta protettrice, per avvicinarlo agli 
spiriti liberi e scettici, a Rabelais ed a Montaigne. Lo stesso amico 
suo, Calvino, dovea accusarlo d' empietà, nel trattato De scandalis 
e di lui così parlava severamente Enrico Estienne: « Qui ne s$ait 
quel contempteur et mocqueur en Dieu a estó Bonaventure Des 
Periers? l » 

Nei Devis, composti nei giorni più tristi della sua vita, * quando 
veniva riandando le allegre storielle udite alla corte di Navarra, 
egli cercò ristoro alle angustie dell' animo, che la filosofia cristiana 
non era più in grado di consolare, col dono della fede. 

Così, sino dalle prime pagine del suo novelliere, ci troviamo 
le mille miglia lontano da Margherita e dsiìTHeptaméronjBene 

1 Ap. pour Hérodote ed. di Le Duchat, p. II, 178. Veggasi sul carattere del no- 
stro scrittore l'opera di Adolfo Chenevière: Boti, Des Periers, sa vie, ses poesie* eie, 
Parigi, Plon 1885, il quale ha fatto pure uno studio importante della lingua del 
Des Periers : Ijexicon de la ìangue etc. Paris, Cerf 1888. 

t * Et à un jour plein do molancholio, 

Meslons au moina une heuro de plaisir. „ 

Così finisce un sonetto, che trovasi in testa ai Devis e che non c'è ragione per non 
ritenere suo. 



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LES JOYEUX DEVIS. 129 

vivere et laelari^ ecco la sua divisa e subito, nel prologo, inco- ^^ 
mincia l'apologia del riso/* Une trop grande patience vous con- 
sume ; un taire vous tient gehenné ; un conseil vous trompe ; une 
diete vous desseiche ; un ami vous abandonne. Et pour cela, vous 
faut-il desesperer ? » No, no, soggiunge : « cent francs de melan- 
cholie n'acquiterons-nous pas pour cent solz de debtez. » Si rida 
quindi di tutto e di tutti « de la bouche, du nez, du menton, de 
la gorge, et de tous nos cinq sens de nature. » 

I personaggi del Pantagruel non ridono altrimenti. 

No n ricer chiamo quindi nell'opera sua i ragionamenti morali, le 
sottigliezze neo-platoniche, le idee di riforme. « Il n'y ha point de 
sens allegorique, mystique, fantastique. Vous n'aurez point de 
peine de demander comment s'entend cecy , comment s'entend 
cela.... telz les voyez, telz les prenez. 1 » Tre /bus en titre d'office, 
aprono la serie dei tipi numerosissimi dei Devis e sono seguiti 
da pedanti, studenti, borsaiuoli, alchimisti, furbi, sciocchi; una 
serie allegra di facezie, di racconti liberissimi ma non osceni, di 
ragionamenti burleschi, di favole, di chiacchierìi di donnette pet- 
tegole, qua e là intramezzate da qualche ritratto, che rivela l'os- 
servatore ed annuncia il La Bruyère, 1' ubbriacone, per esempio, 
della 77* nov. e la figura grottesca del signor Salzard, brutto, 
sporco e villano, di cui forse avea presente 1* originale (83*). 

Sono , come si vede , cosette leggiere a cui mal s' addice il 
nome di novelle e non è facile di trovarne un altro che meglio 
di Joyeux Devis e Recréations, possa determinarle, scritte poi con 
una spigliatezza di stile che affascina e sotto cui s* intravvede 
T uomo dotto ed arguto. 

P^ La mOTalejB^dunque il riso, che fa buon sangue e non cer- 
chiamo più oltre, che, a voler vedere da vicino certi personaggi, 
il padre della novella quinta e gli imbroglioni e ladri glorificati 
di altre (23, 24, 26, 79, 80, 81) e' è da rimanerne non poco scan- 
dalizzati. 

Dico scandalizzati e non meravigliati, giacché a trascorrere i 
nostri novellieri italiani , e non solo quelli che precedettero 1* au- 
tore francese, ma anche i successivi, venendo sino al Gozzi, trove- 
remmo esempì svariatissimi del genere. 

Bruno e Buffalmacco, che derubano il povero Calandrino e 
sono detti « piacevoli uomini >, Landolfo Euffolo, che « iinpove- 

i Pref. cit. 





130 LES JOYEUX DEVIS. 

rito divien corsale » e poi ricco e onorato ritornò a casa sua 
(G. II, 5) ; Ghino di Tacco, masnadiere lodato e premiato (G. X, 2), 
erano modelli che il Des Periers aveva , senza dubbio , ammirato 
nel principe dei nostri prosatori. 

1/ indiffer enza che Fautore ha per le cose di religione, gli con- 
cede di considerare il clero e gli errori suoi, con animo tranquillo, 
senza sdegno cioè e senza preconcetti. 

I preti e i frati sono sovente chiamati a dar tributo di gio- 
condità, ma eccetto un caso di severo castigo (60*), essi vengono 
rappresentati, in generale , come buoni diavoli , allegri e furbi 
d' una morale facile, che non solleva proteste. Come d* uomo « de 
bon sgavoir et de bon cerveau > ci si parla, in due racconti, del- 
l' abate di sant'Ambrogio (47*, 48 a ) e del cardinale di Luxembourg 
(15 a ) ed il curato di Brou, una specie di piovano Arlotto francese, 
diviene 1' autore d' un gran numero di burle e d' arguzie piace- 
volissime (33, 34, 35, 36). 

Anche sotto questo riguardo, mancò quindi l' influenza di Mar- 
gherita, eh* egli non seguì neppure nell'ordine generale del lavoro. 
Insofferente d' un modello che avrebbe inceppato la libertà della 
sua vena bizzarra, egli non imitò i deviseurs navarrini, nella 
scelta della solita cornice delle novelle, dividendole in gruppi, 
informati ciascuno a un dato tema da svolgere. 

Egli non volle neppure vincolo numerico e { devis veramente 
suoi sono novanta, a cui se n' aggiunsero trentanove, se non tutti, 
certo in gran parte, apocrifi. 

Però anche in questa forma libera non risente meno degli 
altri novellieri francesi l'influenza italiana. Essa è anzi così sen- 
sibile, che della maggior parte dei suoi devis potremo rintracciare 
le fonti, nell' arte nostra. 

Piuttosto dunque che, « relever plus directement de la tradi- 
tion gauloise des farces et des fabliaux » come credette il Dar- 
mesteter, (op. cit. v. Des Periers) egli domandò le sue ispirazioni 
a queir umanista che ha nel suo carattere eclettico, qualcosa che 
lo ricorda da vicino, al Poggio cioè e l' imitò, diversamente dal- 
l' autore delle C. N. N. in modo largo, da ingegno il quale non 
teme di smarrirsi, ove s'allontani dal suo modello. 

E non solo al Poggio, ma al Boccaccio, a Masuccio, al Mor- 
lini, al Castiglione, al Pontano, egli chiese, nella sua vasta coltura, 
materia d' ispirazione, appropriandosi e trasformando quel patri- 
monio di novelle, che, per non avere patria sicura d'origine, può 



LBS JOYEUX DEVIS. 131 

venire considerato, sino ad un oerto punto, come roba di chi sa 
trovarla e servirsene. 

È peroiò vano il vanto della sua prefazione, in cui, forse vo- 
lendo punzeochiare l'autore dei Comptes, dichiara di non essere 
andato a cercare le sue novelle « à Costantinople, a Florence, ny 
à Venise, ne si loing que cela. » Egli può gloriarsi invece d'aver 
dato loro veste e anima francese, egli può gloriarsi d'aver rive- 
stito splendidamente , illuminandola d' un arguto sorriso, tutta 
quella materia aneddotica e novellistica che a lui giungeva da 
rivi diversi. 

Né solo gli argomenti, ma anche i tipi hanno una impronta 
originale, che ce li rivela subito italiani. U suo pedante, per esem- 
pio e il linguaggio pedantesco hanno una origine ben nota. 

Essi passarono, come tutti sanno, le Alpi « nei bei tempi » 
come osserva un nostro autorevole critioo, 1 in cui tutti gli eleganti 
di Francia si gloriavano di parlare italiano; passò nella spagnuola, 
nella portoghese, nell' inglese, nella tedesca e diventò subito nome 
di sprezzo e di scherno. » 

Questo personaggio, così caratteristico, che all'alba del XVI 
secolo appare già nel Pedante di Francesco Belo (1529), nella 
Calandra del Bibbiena, nel Siniscalco e nel Filosofo dell'Aretino, 
il pedante dei nostri cinquecentisti, del Bruno, del Pontano, del 
Boccalini , del Parabosco , del Dolce, del Secchi e d' altri molti, 
per cui fiorisce una rigogliosa letteratura in prosa ed in versi, 
e che Camillo Scrofa satireggia in versi duraturi, a diviene 
tosto un tipo comune in Francia non solo al Des Periers , ma 
al Montaigne e al Rabelais. Nella commedia francese del Rina- 
scimento il Pedante ha parte notevolissima, e se gli domandate 
d'onde egli venga , potete esser certi ch'egli v' indicherà sempre 
la penisola. È così che nel Fidenzio della Constance, nel Iosse 
del Fidile^ nel maestro del Laquais, tutte commedie del Larivey, 
rivivono i pedanti del Razzi, del Pasqualigo e di Lodovico Dolce 
ed è traducendo il Ragazzo di quest'ultimo, che il buon canonico 
di Troyes , ce lo dipinge in pochi tratti : « Le resveur avec ses 
propos entrelardez de latin, ressemble à ces monstres de l'anti- 
quité, lesquels ont le visage d'hommes et les pieds des chèvres. » 
Persino il motto che precede e caratterizza i Joyeux Devis, era 
già stato proferito prima da un pedante dell'Aretino, che nella 

i A. Graf, Attraverso il Cinquecento^ 1 Pedanti. 

t Cfr. Severino Ferrari, Camillo Scrofa ecc. (Gior. $tor. della leti. ital. XIX. 1802). 



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A 



132 LES JOYEUX DEV18. 

se. IX dell' atto I del Marescalco , fra mille sentenze aooozzate 
qua e là all'impazzata, non dimenticava il « bene vivere et laetari » 
dell'antica sapienza. Dalla commedia erudita, il pedante passò nella 
commedia dell'arte divenendo, coi tipi fissi dei servi sciocchi o astuti, 
con Pantalone, col Parassita e col Capitano, uno dei personaggi 
destinati a rallegrare il pubblico, sebbene qualchevolta esso as- 
suma un aspetto pericoloso e tartufesco. l Come l'antico miles glo- 
riosus era risorto per divenire satira degli avventurieri e dei fan- 
faroni nostrani e spagnuoli, soldati e bravi, cosi il pedante appa- 
riva satira all'erudizione dell'umanesimo, ai dotti, che vivevano 
troppo rinchiusi nelle biblioteche e non sapevano parlare, se non 
citando Virgilio, Cicerone ed Orazio. 

Il Pedante del Des Periers parla, come quello della Penisola, 
in latino, per distinguersi dal volgo e per avvicinarsi a quei mo- 
delli classici, di cui comprende meccanicamente la parola e l'arida 
dottrina, ma non il genio che li anima. Quando non parla latino, 
mescola questo al volgare, come il protagonista della 14* novella 
« qui latinisoit le frani^ois et francisoit le latin. » Egli fa sempre 
sfoggio d' erudizione e intorno a lui si ripetono quegli scherzi, 
che s'erano già narrati da noi, d'altri suoi pari. (nov. 21*, 97*). 

Un altro personaggio, che incontrasi sovente nei Devis è il 
buffone, che ha nome francese, ma fisonomia italiana. 

Era nello spirito del nostro Cinquecento questo atteggiamento 

alla facezia, allo scherzo, al motto arguto che il Pontano studia 

teoricamente ed a cui il Castiglione degna di prescrivere norme 

per la buona società. 

/ E la schiera dei buffoni in carica e fuori di carica, di cui il 

' Boccaccio, il Sacchetti, il Domenichi e il Bandello, ricordano le 

gioconde imprese, è da noi numerosissima. 2 Il Eibi, il Dolcibene, 
il Gonnella, il Barlacchia, il Passera del Gherminella e fra Ma- 
riano del Piombo, carissimo a Leone X, come dice il Giovio 
nella vita di quel pontefice, s'alternano con altri spiriti bizzarri, 

i Vedi, p. es., il Pedante scenario dello Scala (Venezia, Pulciani, 1611) probabile 
fonte del Tartufo. 

8 V. Renier, Buffoni, nani e schiavi dei Gonzaga ai tempi d? Isabella d?Este. Roma, 1891. 

Gabotto, L'epopea del buffone (precede le buffonerie del Gonnella), Bra 1893. 

Canel, Mecherches historiques sur les fous des rois de France. Paris, 1873. Burckhardt-, 
Op. cit., cap. IV. I buffoni fioriscono nella società rappresentata dai novellieri ita- 
liani del Rinascimento. Veggasi, p. es., il Bandello, che ricorda il Calcagnino, il 
Gualfenero, il Gonnella, il Fracassa da Bergamo e il Gandino pure di Bergamo. 
(Nov. P. IV, nov. 5, P. I, nov. 8, P. IV, nov. 17, 26, P. IV, nov. 24, P. I, nov. W). 




LES JOYEUX DEVIS. 133 

che rivelano la prontezza e gaiezza degli ingegni del nostro Ri- 
nascimento e che non hanno nulla a vedere colla buffoneria uf- 
ficiale. Fra questi ultimi spicca l'allegra figura del piovano Arlotto 
Mainardi, di cui la tradizione continua nei volumi di Burle e 
motti di Poncino della Torre, del Toscanella e d' altri. ] Il dire e 
fare cosa arguta non è sconveniente a qualsiasi grado od ufficio ; 
i principi e i prelati stessi non sdegnano di sopportare le burle 
e di ricambiarle. Di qui nasce, pertanto, tutta quella festosità di 
racconti e d'arguzie, che noi vedremo riprodursi nell'autore fran- 
cese, il quale, sotto il nome di Triboulet, di Fouquet o di Polyte, 
ripete i motti salaci e le avventure celebri per comicità di buffoni 
d'Italia, specialmente del Gonnella, divenuto da noi e al di là 
dell' Alpi, un simbolo di buffoneria, una specie di tipo astratto, 
perduto nella leggenda e personificazione del genere. 

Nei Devis incontreremo, oltre ai buffoni ufficiali, che fiorirono 
realmente alle Corti di Francia, come in quelle d' Italia, gli spi- 
riti arguti e indipendenti, il citato De Brie e il signor Fouquet, 
cui 8' attribuisce una astuzia del Gonnella, molto nota in Italia, 
ma sfuggita agli studiosi dell'autore francese. Ai furbi fanno poi ri- 
scontro gli sciocchi, complemento logico e indispensabile, ed anche 
qui troviamo l'inspirazione italiana, sopratutto quella del Poggio. 
Non mi arresto a dare prove; esse appariranno nelle note com- 
parative. 

Oltre le ispirazioni propriamente dette, non mancano nell' opera 
di Bonaventura, accenni frequenti all'arte ed alla vita nostra. Ricor- 
da V Orlando furioso (XCI), il Petrarca (CXVI), il Boccaccio (XVI), 
l'Aretino e inesattamente il suo epitaffio (CXXV), le Pasquinate 
(LXVI), una stolta usanza che dice italiana (LXXVIII), il formaggio 
di Milano (LXXI), gli italiani che hanno « vogue en Franco » 
(LXXXVIII) diversi nostri proverbi (XO e altrove) , la danza 
trivigiana nel significato osceno attribuitogli dal Boccaccio 
(g. Vili, nov. 8*) e da altri e abbondano parole e frasi italiane, 
in verità non sempre esatte (cfr., per esempio, la XXIV), senza 
contare gli italianismi frequentissimi, che il Lacroix e il Che- 
nevière annotano e che indicano la famigliarità sua col nostro 
linguaggio. Due volte la scena è messa al di qua delle Alpi, l'una 
a Ferrara (CX), l'altra a Siena (CXXVIII) e gli italiani figurano 
spesso fra i suoi personaggi (LXXXVIII, CIV, CXXI) in gene- 

1 Poncino della Torre. Le piacevoli e riduculom faceti*, Venetia, 1536. Toscanella, 
Facetie ecc. Venetia, 1561. 



■ 

ai 



134 LES JOYEUX DEVIS. 

• 

rale furbi ma non valorósi, almeno se s'ha a giudicarli dalla CXXI 
novella, forse apocrifa, in cui raccontasi di un gentiluomo italiano, 
che trova una scusa comoda, per non battersi. 

Con tutto questo non voglio dire che nei tipi e negli argo- 
menti del Des Periers non si riscontrino precedenze francesi. 

Gli scolari, per es., cui l'autore dedica parecchi Devis, scio- 
perati, libertini, che danno mano a vere truffe, mascherate sotto 
il nome di piacevolezze, e che colla finezza dell'ingegno suppli- 
scono alla coltura difettosa ed alla povertà inerente al loro stato, 
questi scolari allegri e sino a un certo punto bricconi, sono quelli, 
che popolavano allora la Sorbonne, discendenti, alla lor volta, da 
altri celebratissimi nell' età di mezzo. l 

Si vede inoltre che l'autore ha letto attentamente ed ha sa- 
puto giovarsi delle C. N. N. e di varie opere francesi del tempo 
suo. S' egli non fu in relazione diretta col Rabelais, il che sembra 
probabile ma non sicuro, certo i due autori s'incontrarono sin- 
golarmente nel modo bizzarro di considerare le cose e gli uomini. 
Il Des Periers, del resto, conobbe l'opera dell'allegro curato di 
Meudon e di Pantagruel si fa esplicita menzione nella nov. 5*. 
Ricorderò inoltre una osservazione sfuggita ad altri, che nel Devis 
128°, il quale è però ritenuto apocrifo, si riproduce un aneddoto 
del lib. II, cap. XXIV del Pantagruel e ricorderò col La Monnoye 
l' assomiglianza tra il frate della nov. 58* e frère Fredon (Pant. 
lib. V), benché, in questo caso, sia debitore il Rabelais, essendosi 
il lib. V del Pantagruel pubblicato solo nel 1562, quando oioè il 
nostro novelliere era morto da circa 18 anni. Il La Monnoye e 
il Jacob notarono anche altre imitazioni dell'opera del Rabelais, 
non però tutte sicure. 

Ho creduto d'estendere le mie ricerche a tutte le 129 novelle, 
che corrono sotto il nome del Des Periers, perchè se talune delle 
ultime sono indubbiamente apocrife, come risulta da allusioni a 
fatti posteriori al 1544, d'altre nasce il sospetto che possano es- 
sere sue. 

Inoltre chi ci assicura che proprio tutti i Devis, che sono ri- 
tenuti del Des Periers , sieno tali realmente ? Nella nov. XVII , 
per es., si parla di « mònsieur le président Lizet, rìagueres de- 
cede, abbé de Saint Victor prope muros. » Ora Pietro Lizet, di 

1 Veggasi su questo argomento e sulla poesia goliardica le opere e le raccolte 
citate da Corrado Corradino a pagina xxn dell'opera sua / canti dei Goliardi (Roux, 
Torino-Roma). 



Él 



LES JOYECX DEVIS. 195 

cai qui si fa menzione, morì il 7 giugno 1554 (cfr. comm. La 
Monnoye), dieci anni dopo il Des Periers. Può darai quindi che 
bì tratti d'un racconto aggiunto posteriormente, ove il n'agueres 
decedè non sia una interpolazione nel testo, dovuta all'editore. La 
medesima osservazione deve farsi per René du Bellay vescovo di 
Mona della nov. XXVII. Gli amici, che s'incaricarono di racco- 
gliere queste storielle e di metterle alla luce, Antonio du Moulin, 
Giacomo Pelletier, Nicola Denisot, potevano, in un libro che non 
ha alcuna unità, variare l'ordine e introdurre anche novelle estra- 
nee; erano argomenti che passavano dall'uno all'altro scrittore, 
con la massima libertà, sicché l'aggiungere o togliere, non appa- 
riva profanazione. 

Per noi, che desideriamo dì vedere complessivamente la no- 
vella francese del XVI secolo, non può riuscire del tutto inutile 
l'esame di qualche componimento, che se non appartiene al no- 
stro autore, esce però sempre da quel circolo navarrino , in cui 
egli ebbe parte importantissima. 

Margherita, cui il povero Bonaventura, morendo disperatamente, 
legò coll'ultimo sospiro gli scritti suoi, non avrà essa leggendo i 
Devis, confusa l'opera sua con quella del suo segretario, che po- 
teva ritenersi, sotto un certo riguardo, come sua emanazione? Nei 
Devis non vi saranno forse traccio della sua mano gentile e le 
ispirazioni non possono essere passate dall'uno all'altro novelliere?— 

II ciclo dell'influenza novellistica italiana, cominciato coli' in- 
forme traduzione del Decamerone, si chiude con quella del Ban- 
dello e degli Hè^aKmmìTnTael Giraldi, volti in francese per cura 
del Boaistuau e di Gabriele Cliappuis (Paris, Honzó 1584), nonché 
con la traduzione delle facezie e motti italiani del XV e XVI 
scc. Bonne reponse à ious propos eie. traductìon de l'italien eri 
franpois (Paris, L'Angelier 1547 e segg.) Gli occhi degli scrittori 
del tempo, traduttori ed autori, sono dunque sempre rivolti alla 
Penisola. « Dans le recueil originai de Giraldi Ointhio , notò il 
Frank, de la fonie des hommages et dédicaces aux personnages con- 
temporains se détaebe la lettre à « Margherita di Francia duchessa 
dì Savoia. > Toujours nous rencontrons l'une ou l'autre Marguerite. » 

Cosi, soggiungiamo noi, a Margherita di Francia, che lasciava 
il suo glorioso paese, con l'animo affranto dal dolore, doveva ri- 
uscire efficace conforto la destra del valoroso consorto e l'arte, ita- 
liana, che dolcemente sorridevale nella nuova patria, quell'arte 
che la zia aveale insegnato a comprendere ed amare. 
~— ^~ 10 



NOTE COMPAEATIVE. 



Nov. II. l — Des trois folz, Caillette, Triboulet et Polite. 

Si riferisce un aneddoto tolto alle facezie del Poggio (CCXVI). 
La discendenza è indubbia, come risulta dai due brani, che metto 
a confronto, per indicare il carattere dell' imitazione : 

« Archiepiscopi coloniensis habebat in deliciis fatuum , qui 
secum in lecto cubabat. Cum aliquando monialis eodem in lecto 
jaceret, sensit fatuus, qui in inferiori parte jacebat, plures solito 
esse in lecto pedes. Tacto uno, quaesivit, cujusnam is pes esset. 
Suum respondit archiepiscopus. Cum alterum, deinde tertium, ac 
quartum tetigisset, omnes archiepiscopus respondit suos esse. Tum 
ilio festinus surgens ad fenestram prodiit, magna voce exclamans : 
accurrite omnes ad videndum novum et insuetum monstrum. No- 
ster enim Archiepiscopus quadrupes factus est, » 

« Il y avoit un autre fol, nommé Polite, qui estoit à un abbé 
de Bourgueil. Un jour, un matin, un soir, je ne s9auroye dire 
T heure, monsieur l'abbé avoit une belle garse toute vive couchée 
aupròs de luy, et Polite le vint trouver au lict et mit le bras 
entre les linceux par les piedz du lit, là il trouve premierement 
un pied de creature humaine; il va demander à Tabbé: Moyne 
à qui est ce pied? Il est a moy dit Tabbé. Moyne à qui est ce 
pied? Il est a moy dit Tabbé. Et cestuy-cy? Il est encore à moy. 
Et ainsi qu'il prenoit cos piedz, il les mettoit à part et les tenoit 
d'une main, et de Tautre main il en print encore un en deman- 
dant: Et cestuy-cy à qui est-il? A moy ce dict l'abbó. Ouay, 
dit Polite: et cestuy-cy? Va, va, tu n'es qu'un fol! dict l'abbé; 
il est aussi à moy. A tous les diables soit le moine ! dict Polite, il 
a quatre piedz comme un cheval. » 

Fu riprodotta nella ApoL poter Hcrodote (cap. 29°) , nel Moyen 
de parvenir (cap. 26°), dal Malespini (Ducente novelle, p. II, n. 27*) 
e da altri. 

1 La nov. l a nell'edizione Jacob v il preambolo. 



1 



NOTE COMPARATIVE. 137 

Nov. III. — Du chantre, bassecontre de Saint-Hilaire de Poitiers, qui ac- 
compara les chanoines à leurs potages. 

Ha un riscontro nella 1* parte della nov. 26*, p. Ili del Ban- 
dello, in cui parlasi egualmente d'un ecclesiastico, che attende un 
beneficio ed è lusingato dalle promesse dei suoi protettori. La se- 
conda parte è però affatto diversa. 

Nov. IV. — Du bassecontre de Reims, chantre Picard et maistre ès ars. 

Si cita un aneddoto del Cortegiano (p. 133-134 ed. Le Mounier, 
1854), d'un prete, che avendo abusato di cinque monache, si scusò 
col vescovo dei nascituri, dicendo : « Domine quinque talenta tra- 
didisti mihi, ecce alia quinque superlucratus sum. » Tale facezia 
forma l'argomento d'una nov. del JBandello (56*, p. III). Trovasi 
pure, come indica il La Monnoye, nelle favole di Abstemius (II p., 
fav. 4*) e nel Moyen de parvenir (cap. LXIX). 

Nov. V. — Des trois soeurs nouvelles espouses qui respondirent chacune 
un bon mot à leur raary la premiere nuict de leurs nopces. 

La gara ricorda altre gare di simil genere. Cfr. il commento 
al XLI dei Comples. 

Nov. VII. — Du normand allant à Roinme qui fit provision de latin pour 
porter au Saint-Pere, et corame il s'en ayda. 

Ricorda da vicino la 35* del Sacchetti. « Un chericone, senza 
sapere gramatica, vuole con interdetto d' un cardinale , di cui è 
servo, supplicare dinanzi a papa Bonifazio un benefizio, la dove 
dispone che cosa è il terribile. » 

Nov. IX. — De celui qui acheva Toreille de l'enfant à la femme de son 
voisin. 

S'inspira al Decarnerone, (G. Vili, n. 7*) e più da vicino al Nasi 
supplementum del Poggio, che può considerarsi, fonte diretta. Veg- 
gasi pure lo Straparola, che reca nelle sue Notti un racconto 
somigliantissimo (Notte VI, nov. 1*) inspiratore probabile del La 
Fontaine (Le faiseur d'oreilles). Nel vasto ciclo di novelle simili, 
ricordo nel folklore moderno, alcune versioni della Kruptqdia, cioè 
il Pope e il Moujik (voi. 1°, 117 e seg.), il 10° dei Schwedische 
Schwanke (voi. II, 201-205) e il XIII dei Contes Picards: « Le 
cure faiseur d'oreilles » (voi. II, 141-143) ecc., novelle tutte che 




138 NOTE COMPARATIVE. 

debbono avere un'origine letteraria. Nel commento del Iacob s'in- 
dicano come fonti Talio del Poggio e la 3* delle C. N. N. « que 
Des Periers a sans dotite imitóe ». U egregio critico ha preso qui 
un grave abbaglio. Le due fonti citate non hanno che una rela- 
zione assai lontana. 

Nov. X. — De Fouquet, qui fit accroire au procureur en Chastellet, son 
maistre, que le bon homme estoit sourd, et au bon homme que le procureur 
l'estoit ; et comment le procureur se vengea de Fouquet. 

Questo Devis parve ai commentatori del Des Periers originale. È 
invece riproduzione della nota burla del Gonnella, che presenta sua 
moglie alla marchesa di Ferrara, dandole ad intendere che è sorda. 
Alle burle del noto buffone, può pure riconnettersi il 28° dei Devis 
« du prevost Coquillaire malade des yeux auquel les medecins 
faisoient accroire qu'il voyait. » 

Il Bandello ricorda la burla del Gonnella nella nov. 27* della 
p. IV « Il Gonnella fa una burla alla marchesa di Ferrara, e in- 
siememente alla propria moglie; e volendo essa marchesa di lui 
vendicarsi, egli con subito argomento si libera. » 

La burla trovasi riprodotta nella nostra moderna novellistica 
popolare. Cfr. La mugghicri di Firrazzanu e la Riggina (Pitré 
race. cit. voi. Ili, p. 165) in cui al Gonnella si sostituisce il Fer- 
razzano, tipo siciliano dell' astuzia. 

Nov. XI. — D'un docteur en decret , qu'un beuf blessa si fort qu'il ne 
scwoit en quelle jambe c'estoit. 

Riconosce per fonte la facezia del Poggio crus aegrurn, ove 
raccontasi d' un cotale, che accusa un gran dolore ad una delle 
gambe, ma non sa dire, al medico, quale sia. 

Le differenze sono poche e non sostanziali. 

Nov. XII. — Comparaisou des Alquemistes à la bonne femme qui portoit 
une potee de lait au marche. 

La nota storiella della lattivendola del La Fontaine, che tro- 
vasi in precedenza nella comparaisou del Des Periers, ha origini 
lontanissime e già, al tempo del nostro autore, trovavasi in Italia, 
come ne dà prova il Domenichi, che la riferisce nel quinto libro 
delle sue facezie, e in Francia, come risulta da una allusione del 
Rabelais « à la farce du Pot au lait » (Gargantua cap. 33). 1 Essa 

i Cfr. nota Devis XIX. Il Jullevillc l'indica nel suo Répertoirc comique du thèà- 
hr au moyen-àge. 



NOTE COMPARATIVE. 139 

ripetasi tuttora da noi , nella novellistica popolare. Cfr. Lu Fu- 
rastieri e lu fratturi. (Race. Pitré, voi. IV, pag. 77 ecc.) e il 
commento alle novelle dello sciocco, quale leggesi nel De Guber- 
natis (Storia delle novelle popolari, pag. 80). L'illustre scrittore 
indica una novella analoga del Pilpay e appoggiandosi all'autorità 
di Max Mtiller asserisce, forse con troppa sicurezza : « Non vi è 
dunque alcun dubbio che il tipo letterario di Perrette fu raccolto 
da una tradizione d'origine indiana. » 

A questo tipo egli ricongiunge anche la novelletta del nostro 
autore (pag. 82). 

Nov. XVI. — De l'enfant de Paris nouvellement marie, et de Beaufort, 
qui trouva un subtil moyen de jouyr de sa femrae, nonobstant la soigneuse 
garde de dame Perrette. 

Questa novella è riproduzione della 37* delle C. N. N. ed ha 
per riscontro la 9* del Masuccio. (Vedi 26° dei Comples). Il Dome- 
nichi trattò lo stesso argomento nella prima facezia del quinto libro. 
Vi sono pure diverse riproduzioni italiane e francesi posteriori; 
rammento quella del La Fontaine : On ne s'avisejamais de tout. 

Nov. XVII. — De l'advocat en parlement qui fit abbatre sa barbe pour 
la pareille, et du disner qu'il donna à ses amys. 

Per un riscontro, può vedersi la facezia CU del Poggio, in 
cui trattasi dello scherzo fatto ad un cotale, davanti ad un giu- 
dice, per la sua lunga barba. 

Nov. XIX. — Du savetier Blondeau, qui ne fut oncq en sa vie melan- 
cholié que deux fois, et comment il y pourveut et de son epitaphe. 

Mi sia lecito di rimandare, pel commento di questa graziosa 
novella, ad una mia memoria, in cui studio da una parte le rela- 
zioni di dipendenza, ch'essa potrebbe avere, come crede il La- 
cour, con un aneddoto dei « Commentarii in dictis et factis Al- 
phonsi regis » del Piccolomini e dall' altra l' ispirazione , che da 
essa trasse, a mio credere, il La Fontaine. (« Le savetier et le fi- 
nancier. » Loescher 1894). l 

1 Un egregio critico del Giorn. sior. della leti, itah (XXIV. p. 325) in una breve 
recensione del mio opuscolo, non ammette la discendenza della nov. del Des Periers 
dall'aneddoto del Piccolomini, né crede che al Des Periers possa essersi inspirato 
alla sua volta il La Fontaine. Ora per la prima discendenza ho anch'io i miei dubbi 
ed illustrando l'ipotesi del Lacour mi son ben guardato dal dichiararla sicura, ho 



*■£.■»- ■ '■.*" — *. 



140 NOTE COMPARATIVE. 

Nov. XXI. — Du jeune fìlz qui fìt valloir le beau latin que son cure luy 
avoit monstre. 

H medesimo aneddoto ritrovasi nello Straparola nov. 9* fay. 4*. 
« Papiro Schizza, pedante, tenendosi saper molto è d'ignorantia 
pieno, e con la sua ignorantia beffa il figliuolo d'un contadino, 
il quale per vendicarsi gli abbruciò la casa, e quello che dentro 
si trovava. » 

Trattasi, come nel Devis, d'un grammatico, che fa subire ad 
un contadino un esame di lingua latina, chiedendogli la tradu- 
zione delle voci di letto, tavola, gatta, fuoco, acqua, ricchezza. Il 
giovane traduce correttamente, ma il Pedante gli dà dell'asino, 
dicendo che le vere voci latine che corrispondono, sono ript)ssa- 
riunì, saltagraffa, carniscoculum, abondantia, substantia. Uguale 
è nei due autori la vendetta del giovane. 

Veggasi, in proposito, l'articolo del Prato: « Una novellina 
popolare italiana nello Straparola e nel Des Periers » (Archivio 
per lo studio delle trad. pop., voi. VI, pag. 43 ecc.). Veggasi, piure, 
la nota del Rua (Intorno alle piac. notti dello Straparola. Gior. st. 
della lett itaL XVI pag. 265) in cui giustamente s'osserva : « che 
difficilmente si può stabilire un rapporto di dipendenza fra queste 
novelle, perchè il Des Periers morì nel 1544, prima della pub- 
blicazione delle « Piacevoli Notti », le quali d'altra parte erano 
già state stampate, allorché videro la luce le « Nouvelles recróa- 
tions » del Des Periers, edite per la prima volta nel 1558. Si 

anzi aggiunto che può trattarsi d' un riscontro fortuito (pag. 9). Quello ch'io intesi 
di dimostrare allora e di dimostrarlo come cosa nuova, si è l'ipotesi seconda e qui 
ho le mie buone ragioni per non credere che si tratti di mera combinazione, e per 
soggiungere anzi che il recensore della citata Rivista è corso un po'troppo nel darmi 
cosi recisamente torto. 

Basterà il ricordare che oltre alle relazioni, tutt 'altro che lontane, fra la storiella del 
Des Periers e quella del La Fontaine, c'è anche il fatto, ammesso generalmente dai 
critici dei due autori, che il La Fontaine conobbe ed imitò non una ma parecchie 
novelle del nostro dcviscur. Cosi la 9-» fu probabile inspiratrice del race. 2' del II libro 
del La Fontaine, cosi la graziosa favola della Laitière et le pot au lati è, ed anche 
il Julleville ricordando la farsa omonima l'ammette, (Jiépertoire comique du thèùtre 
francai» au motjen-àyp) tratta dalla nov. 12 a del Des Periers. In simil modo la novella 
14* inspirò la facez. 19 1 del libro 3°, la IO il X» dei Conte» del libro 2° sotto il titolo 
« On ne s'avise jamais de tout », la 62* diventò il 12 > dei Conte» del libro 4° (Lea 
luncttcs) e la 128 1 , tolta, come vedremo alla novellistica italiana e che corre sotto il 
nome del nostro autore, fu riprodotta dallo Scarron nella Prccaufion inutile e dal 
La Fontaine nel Gascon putii (lib. 2-, 118",). E qui non è tutto, che fra i due novel- 
lieri francesi corrono anche relazioni d'altro genere doglie di attento esame e che 
dimostrano come il La Fontaine ben conosceva e sapeva giovarsi dell'opera del suo 
gaio jìredecessore. 



NOTE COMPARATIVE. 141 

rende perciò più probabile che ambedue le novelle derivino dalla 
stessa fonte; forse la tradizione orale, la quale ci ha conservato 
tuttora il racconto in forma molto simile. » 

Seguono citazioni numerose di redazioni popolari moderne ita- 
liane e straniere. Come abbiamo già detto, non è da escludersi 
anche l'ipotesi che gli amici del Des Periers, incaricati di pub- 
blicare e stampare i Devis, abbiano interpolato qua e là alcune 
novelle d' altra origine. Le aggiunte, che pur leggonsi nella prima 
edizione, suffragherebbero tale dubbio. 

Nov. XXIII. — De maistre Pierre Faifeu, qui eut des botes qui ne luy 
coustèrent rien, et des Copieux de la Flesche en Anjou. 

Questa novella è tratta, nota il Jacob, dal XXI capit. della 
« Legende joyeuse de maistre Pierre Faifeu, contenante plusieurs 
singularitez et veritez » di Carlo Bourdignó. Benché la fonte 
francese non possa esser messa in dubbio , poiché l' opera del 
Bourdignó fu stampata nel 1526, tuttavia noto l'analogia di 
questa storiella, con quella narrata dallo Straparola nelF8* notte, 
fav. 4\ 

Nov. XXIV. — De maistre Arnaud qui emmena la hacquenée d'un Italien 
en Lorraine et la rendit au bout de neuf mois. 

Nella seconda parte, e' è imitazione evidente della facezia 9*2* 
del Poggio, in cui si parla d'un veneziano, il quale trovandosi fuori 
della sua città, in un'osteria, con parecchi stranieri, attese che 
tutti gli altri salissero a cavallo, per vedere quale fosse la sua 
cavalcatura. Il Des Periers fa parlare in italiano il suo prota- 
gonista. 

Nov. XXXI. — Des Copieux de la Flesche en Anjou : corame ilz furent 
trompez par Picquet au moyen d'une lamproye. 

Il Iacob crede di trovare V ispirazione di questa facezia nella 
111* delle Epistolae d'Enea Silvio Piccolomini, in cui s'espone 
la favola d' una volpe, che segue un asino, aspettando da un mo- 
mento air altro che cada quello ch , essa prende per uva. Più che 
fonte può ritenersi riscontro. 

Nov. XXX. — Do madame la Fourriere, qui logea le gentilhomme au large. 

Ha per fonte la facezia del Poggio : « Machaera vaginae parum 
apta » , sebbene nessun commentatore del Des Periers, P abbia 




142 NOTE COMPARATIVE. 

notata. La Monnoye cita una ottava, che trovasi in un volume 
pubblicato da Est. Grouleau nel 1554 col titolo « Traductions du 
latin en fran^is et inventions nouvelles tant de Clément Marot 
que des plus excellens poétes du temps » (De la réponse de Margot 
Noiron à un gentilhomme qui avoit couclié avec elle). L'epigramma 
francese risale però indubbiamente alla stessa fonte poggiana. 

Qualcosa di simile è 1' 88* arguzia in « Facetie e motti del 
sec. XV e XVI ». (Bologna, Romagnoli, 1874). 

Nov. XXXIV. — Du mesme cure de Brou et de sa chambrière et de sa 
lexive qu'il lavoit, et comment il traicta son evesque et ses chevaux, et tout 
son train. 

Nota giustamente il Montaiglon Y analogia di questo Devis 
col fabliau « de l'Evesque qui benei lo.... » (voi. Ili, pag. 178). 
Il vescovo proibisce ad un prete di bere vino e parecchie altre 
cose, tra cui à 1 avere relazioni con donne. Il prete s* introduce 
nella casa della bella del vescovo e sorprendendolo mentre im- 
partisce una ridicola benedizione ottiene, per se, la desiderata 
libertà. C è pure molta assomiglianza — benché il D'Ancona non 
la noti — con la nov. 54 a del Novellino, in cui « il piovano Porcel- 
lino è accusato dal vescovo Mangiadori di lasciarsi sedurre dalle 
donne; ma sul punto di essere castigato, sa che il vescovo deve 
ricevere in camera una amica. Si appiatta sotto il letto, e ad un 
dato momento, esce fuori ; il vescovo gli perdona per forza. » (vedi 
D'Ancona p. 322, op. cit.) 

Nov. XXXIX. — De l'Escossais et de sa lemme qui estoit un peu trop 
habile au maniement. 

L' argomento di questa storiella, trovasi svolto in queir opera 
della fine del XIV secolo che si convenne di chiamare: « Il 
paradiso degli Alberti » (Vedi edizione a cura del Wesselofsky, 
Bologna, Romagnoli, 1867, voi. Ili, pag. 123-133). Ivi ugual- 
mente si racconta d'un marito, che trovando la moglie troppo 
accondiscendente alle sue voglie, s'insospettisce e più non vuol 
saperne. Però fra le versioni italiane e il Devis ci sono notevoli 
differenze. Il Des Periers poteva trovare qualcosa di simile, in 
un epigramma d'un suo contemporaneo che Lenglet-Dufresnoy 
ha citato nella edizione delle opere del Marot (T. Ili, pag 483), 
e che Iacob riferisce. 



-„• r 



NOTE COMPARATIVE. 143 

Nov. XLV. — De sieur de Rascault qui alloit tirer du vin, et comment 
le fausset lui eschappa dedans la pinte. 

Questa novella, di cui i commentatori del nostro autore, non 
indicano fonte veruna, trae, a quanto parmi, sua origine da due 
novelle del Morlini, la 2* e la 49*. 

Trattasi, nella 2', del finto morto e per questo argomento, che 
il Sercambi svolse pure nella 2* nov. De simplicitate, rimando alle 
note comparative del XLI dei Comptes. Però nella 2* si narra 
anche, che la colpa commessa dr^/protagonista" . che l' induce a 
fingersi morto, è, che avendo tratto troppo lestamente lo zipolo 
dalla botte, il vino scappò allagando la cantina. La 49 a del Mor- 
lini, che ritorna sullo stesso tema, aggiunge il particolare dello 
sciocco, che, avendo come Rascault allagato di vino la cantina , 
getta della farina per asciugarla. (Cfr. il Comptes 38). Tale sto- 
riella vive ancora nel Folklore. Veggasi Pimpi ignudo, (De Gu- 
bernatis, nov. di S. Stefano 27 a ) in cui Pimpi, che è parente 
stretto del signor di Rascault, ripete le stesse imprese. 

Nov. XLVI. — Du tailleur qui se desroboit soy-mesmes, et du drap gris 
qu'il rendit à son compere le chaussetier. 

Ha un riscontro colla 92* del Sacchetti, in cui pure parlasi di 
reciproche ruberie d' un sarto e del suo avventore. Neil' allusione 
alla banniere (nome dato alla stoffa rubata dai sarti), il La Mon- 
noye trovò un' analogia con la facezia del Piotano Arlotto in cui 
si discorre d 7 un sarto, che, andando all' inferno , è preceduto da 
una bandiera immensa, composta di tutte le pezze sottratte ai 
suoi avventori. Osservo che la parola banniere è nello stesso senso 
usata anche nei Comptes (11*). Il La Monnoye ricorda pure quanto 
riferisce il Pontano intorno al cardinale Angelo tto, che di notte 
s' alzava per rubare V avena ai suoi cavalli e che sorpreso in in- 
cognito da un suo mozzo di stalla, fu battuto di santa ragione. 
Iufatti tale aneddoto ha qualche analogia però lontana con la 
storiella riferita in questo Devis, di quel « grand larron, que, 
quand il ne trouvoit que prendre, il se levoit la nuict et se des- 
roboit l'argent de sa bourse. » U La Monnoye avrebbe potuto 
rammentare rassomiglianza ancor maggiore che la facezia del Pon- 
tano, ha con la nota scena dell'Avaro del Molière (a. Ili, se. 5 a ). 

Nov. XLVII. — De Tabbó de sainct Ambroyse et de ses moines, et 
d'autres rencontres dudit Abbé. 



144 NOTE COMPARATIVE. 

Alla fine del Devis si fa menzione di Gerolamo Fondulo (Fun- 
dulus) « homme de bonnes lettres, mais tout extenuó partie de 
sa naturelle compi exion, et partie de l'estude. » Avendo il mag- 
giordomo rovesciata la minestra sull' abito dell' abate di sant'Am- 
brogio, questi scherzosamente dice a Fondulo, di rivolgersi al 
suo maggiordomo, ove desideri ingrassare. 

Veggasi sul Fondulo l'Arisi (Cremona liberata, Auctore Fran- 
cisco Arisio, Parmae MDCCV. Tom. II, pag. 139-140), il quale 
parla con entusiasmo di lui e della sua famiglia, fonte inesausta 
d'uomini insigni. « Hieronymus Fundulus latinis , hebraicis , 
graecisve literis affatim eruditus, Musis adnatus et scientiarum 
omnium inextinguibile lumen, fuit a secretis celeberrimi Cardi- 
nalis Salvati, nec non acceptissimus Francisco Galliarum Regi, 
et Henrico ejusdem successori ad quem erudiendum Lutetias vo- 
catus est. » La straordinaria magrezza del Fondulo, cui allude il 
Devis, era già stata argomento di risa pel Berni , il quale, nel 
cap. VI, parlando del cardinal Salviati, soggiunge : 

« Seco il Fondulo sarà di ragione 
Che par le quattro tempora in astratto, 
Ma è più dotto poi che Cicerone. » 

(Berni ediz. I* cura Virgili. Firenze, 1885, pag. 118). 

Nov. LIX. — De Pescolier legiste et de Papothicaire qui luy apprint la 
medecine. 

E uno scolaro, cui un farmacista persuade di fingersi medico 
e che dall' esame dell' orine , crede d' indovinare non solo tutti i 
mali del paziente ma anche « il devinoit qui estoit son pere et 
sa mere, s'il estoit marie ou non, et depuis quel temps, et com- 
bien il avoit d'enfans. » In fine del Devis parlasi d'un « medecin 
italien, lequel quand il n'avoit que faire escripvoit deux ou trois 
centz receptes pour diverses maladies, desquelles il prenoit un 
nombre qu'il mettoit en la facque de son saye; puis, quand quel- 
qu'un venoit à luy pour urines, il tiroit Fune de ces receptes 
à l'advanture, cornine on fait à la blanque, et la bailloit au por- 
teur, en luy disant seullement: Dio te la daga buona! Et s'il s'en 
trou voit bien : In buona hora. S'il s'en trouvoit mal : Suo danno. 
Àinsi va le monde. » 

Questo medico italiano citato, è senza dubbio il medicus uri- 
narius del Poggio « Mos est in urbe Roma ut infirmi urina niit- 
tatur ad medicum, cum uno aut duobus argenteis nummis, ut 



NOTE COMPARATIVE. 145 

consulat sanitati. Quidam medieus varia nocte remedia morbis 
scribebat in cedulis (qua Receptas vocant). Eas omnes in sacculum 
mittebat. Mane, cum urinae ad eum deferrentur, postulato remedio, 
ille manum casu ponebat ad sacculum, quae in manus incideret, 
sumpturus, dicens, inter capiendum, petenti, vulgaribus verbis; 
Prega Dio te la mandi bona. » 

In altre facezie, scherza il Poggio sull'ignoranza dei medici 
(Cfr.: CUtella, Medela praesens, Xenodochium). Dall'assieme di 
queste novelle poggiane e dal ricordo del Vilain mire, sopravis- 
suto nella tradizione popolare, come n'è prova il Medecin malgré 
lui del Molière, trasse evidentemente origine 1' intera novella del 
nostro autore. 

Per un riscontro veggasi la nov. 5* del Sermini, in cui s'espon- 
gono le avventure d' uno scolaro , che , avendo abbandonati gli 
studi e sciupato il suo avere, s'accorda con un compagno e fingesi 
medico, ripetendo le cure del Vilain mire. 

A questo ciclo aj^partiene pure la fav. 8* della notte XIII dello 
Straparola, ove parlasi d' un certo Cesare Mota, dottore in leggi, 
che infilza sentenze come il medico del Des Periers, proponendosi 
di trarle a sorte, tosto che sia fatto giudice. Il medesimo tema 
inspirò pure il Rabelais (lib. Ili, cap. 37°) laddove racconta : « com- 
ment Pantagruel assiste au jugement du juge Bridoye, lequel 
sentencioit les Proces au sort des dez. » Veggasi, per altre ver- 
sioni, V Utile col dolce del Casalicchio (cent. II, dee. II, arg. 6) e 
nella novellistica popolare, la redazione siciliana, edita dal Pitré. 
(Fiabe, novelle e racconti. Palermo, 1875, pag. 121). 

Nov. LX. — De messi re Iehan, qui monta sur le marechal pensant monter 
sur sa femme. 

Ricorda lontanamente il noto fabliau del « Forgeron de Creeil » 
e V 88* delle C. N. N., nonché 1' 8-1* del Sacchetti. L'assomiglianza 
si limita alla punizione del prete lussurioso, che ò pure quella 
della nov. 4* del Firenzuola, con cui il Devis ha il notevole ri- 
scontro della cassa, per mezzo della quale si assicura il prete e 
del rasoio messogli vicino. 

Relazione di ancor più stretta assomiglianza corre inoltre tra 
questa nov. ed una del Domenichi (p. 41 ed. Venezia , 1581). Nella 
redazione italiana, una moglie inganna, con un giovano, il vecchio 
marito. Il marito sorprende il drudo e 1' avverte che faccia pure, 
ma guai a lui se lo prenderà in cambio della moglie, salendo su 
lui, « che tu non faccia ancora a me quel fatto. » 






146 NOTE COMPARATIVE. 

Il giovane dimentica il consiglio, sale nel letto, quando o'è il 
marito e male gliene incoglie. 

Anche qui può trattarsi d' un racconto aggiunto dagli editori 
del Devis, perchè quando morì il Des Periers, le facezie del Do- 
menichi non erano ancora apparse benché queste precedessero, di 
dieci anni, la pubblicazione del novelliere francese. Può anche 
trattarsi d' una fonte comune attinta alla tradizione orale, benché 
le molte e indubbie imitazioni del Domenichi, che si riscontrano 
nei Devis, suffraghino piuttosto la prima opinione. 

Nov. LXIV. — De l'enfant de Paris qui fit le fol pour jouyr de la jeune 
vefve, et comment elle, se voulant railler de luy, receut une plus grand'honte. 

Ricorda la nov. del Poggio vir conlinens, in cui si parla d'una 
signora, che s' innamora d' un mendicante. Ricorda pure l' avven- 
tura di Masetto da Lamporecchio (Dee. Ili, 1). Il Devis ha nu- 
merosi riscontri nel Folklore. Veggasi il cap. Der verstellte Narr 
del Liebrecht (p. 141-153 op. cit.), che a pag. 149 fa menzione 
anche della novella del Des Periers. 

Nov. LXVI. — D'un juge d'Aiguesmortes, d'un pasquin et du Concile do 
Latran. 

L'ignoranza di questo giudice, ricorda, lontanamente, quella del 
prete del Poggio. (Fac. COL). 

Nov. LXVIII. — De maistre Berthaud, à qui ont fit accroire qu'il estoit 
mort. 

Parmi inspirarsi, direttamente, al mortuus loquens del Poggio. 
Per altri raffronti veggasi la nota al XLI dei Comples. 

Nov. LXXVI. — Du legiste qui se voulut exercer à lire, et de la harangue 
qu'il fìt à sa premiere lecture. 

Ha per fonte probabile la facezia poggiana delle Arundines, 
sfuggita ai commentatori. 

Trattasi nelP autore italiano d' un tale che s' esercita all' elo- 
quenza davanti a delle canne e vedendole curvarsi verso di lui, 
mosse dal vento , crede che s' inchinino alla sua eloquenza ed 
esclama: e Non tanta reverentia. » Nel Devis parlasi parimenti 
d'uno studente di legge, che fa sfoggio della sua arte oratoria, da- 
vanti a dei cavoli e che poi, trovandosi in pubblico, si confonde e 
dice in latino : « ego bene video quod non estis caules. » 



NOTE COMPARATIVE. 147 

Nov. LXXXVIII. — D'un singe qu'avoit un abbé, qu'un italien entreprint 
de faire parler. 

Ha per fonte VAsinus erudiendus del Poggio : e Tyrannus ad 
exauriendum bonis subditum, qui se multam facturum jactabat 
sub gravi poena praecepit ut asinwn litteras doceret. Ille impos- 
sibile ait fore nisi multum temporis sibi in erudiendo asino con- 
cederete. Petere quantum vellet jussus, decennium impetravit; 
deribabatur ab omnibus quoniam rem impossibilem suscepisset. 
Ille amicos solatus, nil timeo, inquit: Nam interim, aut ego moriar, 
aut asinus, aut dominus. » E ciò che dice l'abbate del Des Periers: 
« Avant qu'ilz soyent passez (six ans), ou l'abbé mourra, ou le 
singe, ou moy-mesme. » 

Si ricorda nel Devis, incidentalmente, la scimia che giocava 
agli scacchi col re del Portogallo, di cui parla il Castiglione nel 
libro secondo del suo Cortegiano. 

Si osservi che il Des Periers combatte in questo Devis la mania 
che i francesi hanno per gì' italiani e li mette in caricatura : e II (l'ita- 
lien) se presente d'une asseurance (qui est naturelle à la nation) et 
va dire à l'abbé, sans oublier les Reverences, Excellences et Magni- 
ficences.... » € ....L'abbé ouvrit l'oreille à ces raisons philosophales, 
et principalement d'autant qu'elles estoyent italicques, car les 
Francis ont toujours eu cela de bon (entre autres mauvaises 
graces) de prester plus voulentiers audience et faveur aux estrangers 
qu'aux leurs propres. » 

Nov. LXXXIX. — Du singe qui beut la medecine. 

È il riso, che fa guarire, come nel « Priapi virtus » del Poggio 
e come la stizza fa guarire la donna della 71* nov. OlqW Heptaméron. 
Anche il Bandello (nov. 5*, p. Ili) ha un racconto, in parte, simile : 
e Una scimia, essendo portata una donna a seppellire, si veste a modo 
della donna quando era inferma, e fa fuggire quelli di casa. » 

Nov. XC. — De l'invention d'un mary, pour se venger de sa femrae. 

Cfr. le note alla 47* delle C. N. N. ed alla 36* dell' Ileptameron. 
E notevole come il Des Periers intenda, con questa storiella, di 
illustrare il proverbio italiano, Morta la bestia, morto il veleno. 

Nov. XCIV. ' — D'un pauvro homme de village qui trouva son asne qu'il 
avoit esgaré, par le moyen d'un clistere qu'un medecin lui avoit baillé. 

1 Qui incominciano le novello notato corno apocrife. Bicordo che la maggior 
parte d'esse trovansi pure nel VA polof/ie pour Ilerodote. 



_•- **+ 



148 NOTE COMPARATIVE. 

E, come notarono i commentatori, inspirata al e Circulator » 
del Poggio, che è pure fonte della 79 a delle C. N. N. Trovasi ripro- 
dotta dal Bouchet (X* serée). 

Nov. XCV. — D'un superstitieux medecin qui ne vouloit rire avec sa 
lemme, sinon quand il pleuvoit, et de la bonne fortune de ladicte femme 
après son trespas. 

Parmi tragga origine dalla nov. 10' Gr. IP del Decamerone. H 
protagonista del Boccaccio è un giudice, molto dotto, che insegna 
alla moglie un calendario, pieno di feste « a reverenza delle quali 
per diverse ragipni mostrava, V uomo, e la donna doversi astenere 
da così fatti congiungimenti, sopra questi aggiungendo digiuni, 
e quattro tempore, e vigilie d' apostoli , e di mille altri santi , e 
venerdì e sabato, e la domenica del Signore, e la quaresima tutta, 
e certi punti della luna... » Anche il medico del Des Periers è 
dotto ed osserva pure: « le cours de la lune j> e « quand il veoit 
le temps humide » e « le temps sec ». Le mogli però si vendi- 
cano in modo affatto diverso. La novella del Boccaccio, che è fra 
le molte imitate dal Sercambi , trovasi anche nelle Plaisantes 
nouvelles (Lyon, 1555) e nel Calendrier des Vìeillards del La 
Fontaine. 

Nov. XCVI. — D'un bon compaignon hollandois qui fìt courir aprés luy 
un cordouannier qui luy avoit chaussó des botines. 

Ricorda da vicino, benché qui trattisi di scarpe e d T un cal- 
zolaio, la novella del soldato e dell' oste , riferita dal Domenichi 
(lib. 4°, p. 225). Il soldato, dopo aver mangiato e bevuto non ha 
da pagare: Toste lo minaccia: « Hoste (risponde il soldato) tu mi 
parli molto brusco, come se tu fossi un Orlando et io vilissimo 
poltrone ; ma tal quale tu hora mi vedi ; e 7 mi basta 1* anima di 
farti correre un pezzo. A cui 1' hoste vinto da maggiore ira, disse: 
che non conosceva che egli ne altri fussero atti a farlo mover di 
passo, et sopra il si et no, offerendo il fantaccino di fare sola- 
mente scommessa dello scotto , fu dall' iracondo hoste con poca 
consideratione accettata. Il fantaccino havendo già finito il desi- 
nare, saltò subito in piedi, e senza indugio uscito di casa, quasi, 
che avesse voluto por mano a sassi, si mise a correre quanto 
e' poteva menar le gambe. La onde l'hoste essendo stato alquanto 
sospeso, finalmente ei prese risolutione di seguitarlo, per non ri- 
manere gabbato del prezzo del desinare e dopo un grande spatio 



NOTE COMPARATIVE. 149 

di carriera, sentendo il fantaccino d'esser raggiunto, si fermò di- 
cendo: Hoste tu hai perduto la scommessa, havendoti io fatto 
correre.... » 

Nov. XCVIII. — De Triboulet, fol du roy Francois premier et de ses 
facetieux actes. 

La seconda parte è riferita tale quale dal Domenichi (lib. 5°, 
p. 309). « Un matto essendo in chiesa, e sentendo esporre Pufficio 
ad un prete, et di poi dopo lui tutti gli altri, gridare, come si fa, 
diede a quel primo una ceffata e dicendo, se tu non avessi in- 
cominciato a gridare quegli altri si sarebbon stati cheti. » 

Nov. C. — Des joyeux propos que tenoit celluy qu'on menoit pendre au 
gibbet de Montfaucon. 

Notò già il Iacob che questa novella pare tratta del cap. X 
dei « Discours non plus melanconiques que divers » attribuiti, a 
torto, al Des Periers stesso. 

Entrambe le novelle francesi s'inspirano però nell'ultima parte 
ad una facezia poggiana : Jejuniam, quando il condannato, al frate 
che lo conforta dicendogli che avrebbe pranzato in Paradiso, ri- 
sponde: e Je vous prie, venez-moi tenir compagnie jusques là. » 

Nov. CV. — Des facetieuses rencontres et fa^ons d'un Hybernois, pour 
avoir sa vie en tous pais. 

Assomiglia notevolmente alla 51* del Sacchetti: « Ser Ciolo 
da Firenze, non essendo invitato, va ad un convito di messer 
Bonaccorso Bellincioni delli Adimari ; elli detto ; e quelli essendo 
goloso, risponde sì, che ed allora e poi mangiovvi spesso. » 

Nov. CX. — Du bastelleur qui gagea au due de Ferrare qu'il y avoit plus 
grand nombre de medecins en sa ville que d'autres gens, et cominent il fut 
payó de se gageure. 

E una delle tante astuzie del Gonnella, raccontata anche dal 
Manni nella vita del celebre buffone (Veglie jriacevoli, Venezia, 
Zatta, 1762, voi. 3°, pag. 34-35). Il Des Periers o meglio chi si 
prese la briga d'aumentare il numero dei suoi Devis, poteva in- 
spirarsi ad una delle tante redazioni di questo aneddoto , spe- 
cialmente alla versione somigliantissima che ne dà il Pontano 
(lib. 6° De Sermone, ediz. Basilea, 1808, pag. 467 e seguenti) od 
a quella del Domenichi (pag. 88, ediz. Venezia, 1581). 



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150 NOTE COMPARATIVE. 

Nov. CXI. — Des tourdions jouez par deux compaignons larrons, qui 
depuis furent pendus et estranglez. 

Può trovare un riscontro nella 37' novella del Morlini, in cui 
pure narrasi la strana avventura d'un ladro, il quale, avendo la 
corda al collo, si salva da morte. Ricoverato dai frati del vicino 
convento e festeggiato, ad onta della severa lezione ricevuta, non 
cambia vita, anzi ricambia coir ingratitudine i benefici avuti ed 
è poi impiccato di nuovo e questa volta proprio sul serio. 

Nov. CXII. — Du jeune garson qui se nomina Thoinette, pour estre receu 
à une religion de nonnains; et comment elle fit sauter les lunettes de l'ab* 
besse qui la visitoit toute nue. 

Ricorda la 45* delle C. N. N. ed è inspirata dalla nov. 1' della 
Gr. Ili del Decamerone. Infatti Masetto da Lamporecchio che si 
fa mutolo, e diviene ortolano d'un e Munistero di donne, le quali 
tutti concorrono a giacersi con lui », ricorda assai l'impresa te- 
meraria di Thoinette. Il La Fontaine riprodusse, nei suoi Contes, 
questo Devis. (Les Lunettes, lib. 4°, 12). 

Nov. CXIII. — Du cure d'Onzain, près d'Amboyse, qui se feit chastrer 
à la persuasion do son hostesse. 

Il Jacob, oltre al noto fabliau del « Prestre crucifió », notò 
i riscontri col Sacchetti e con altri autori (Vedi comm. alla 64* 
delle C. N. N.). Nella redazione attribuita al Des Periers vi sono 
notevoli varianti, benché trattisi sempre della lussuria punita di 
un prete, argomento svolto anche nel 60° dei Devis. 

Nov. CXIV. — D'une finesse dont usa une jeune femrae d'Orleans, pour 
attirer à sa cordelle un jeune escollier qui luy plaisoit. 

E riproduzione abbreviata del Decamerone, ma non già della 
G. Ili, nov. 5 a , come notò il Jacob, con la quale non ha che 
una lontana analogia, bensì della nov. 3* della stessa giornata, 
in cui svolgesi l'identico tema. « Sotto spezie di confessione, e 
di purissima conscienzia una donna innamorata d' un giovane, 
induce un solenne frate, senza avvedersene egli, a dar modo, che 
'1 piacer di lei avesse intero effetto. » L'unico cambiamento no- 
tevole è che « l'assai valoroso uomo e di mezza età », amante 
della sposa, è sostituito nel Devis da e un jeune escollier. » 



NOTE COMPARATIVE. 151 

Nov. CXV. — La maniere de faire taire et dancer les femmes, lors que 
leur avertin les prend. 

Trovasi, integralmente, nel Domenichi (lib. 3°, p. 181, ed. Ven. 
1681) : « Egli era uno, che aveva una moglie molto fastidiosa et su- 
perba, tal che 8* egli tornava dall'osteria s'egli lavorava, o mangiava 
era sempre straniato da lei. Et ciò ohe egli faceva, la donna sempre 
gliene biasimava; perchè avendo egli veduto, che le busse non gio- 
vavan nulla, pensò di tenere un' altra via. Et ogni volta che la 
donna lo garriva, egli senza alterarsi punto , pigliava la corna- 
musa, e benché egli non ne sapesse straccio, si metteva a sonarla. 
Onde la donna udendo ciò, tanto più lo villaneggiava. Ma con- 
tinuando egli tuttavia più a sonare, la moglie per la collera 
cominciò a saltare. Et studiandosi pure il marito, la donna gli 
trasse di mano la cornamusa. Il quale avendola poi ripresa, et 
sonando, più che mai, la donna sdegnatissima usci fuor di casa 
brontolando, et dicendo, che ella non era per sopportare più un 
marito pazzo e ubriaco. Tornando poi ella l'altro giorno con le 
solite villanie, il marito ricominciò a dare nella cornamusa. Onde 
la donna confessandosi vinta finalmente s* acchetò. » 

Trovasi anche nelle facezie del Bebel come nota il Iacob. 

Nov. CXX1. — Du moyen dont usa un gentilhomme italien, afin de 
n'entrer au combat ecc. 

Ricorda, lontanamente, la 182* nov. del Sacchetti, in cui si 
discorre di messer Ridolfo da Camerino, che, con piacevole motto, 
evita un duello. Cfr. pure la 60* del Sacchetti stesso. 

Nov. CXXII. — De celuy qui paya son hoste en chansons. 

È tratta dalla facezia del Poggio Vialoris vacui asiatici. Trat- 
tasi , più che altro d* una traduzione e si ripetono le parole che 
sono in italiano anche nel Poggio « metti la mano alla borsa e 
paga l'oste » alterandole in « Mita' la mano all' bursa, et paga a 
1' hoste. » Tale arguzia é riferita pure dal Casalicchio. (op. cit. 
lib. I, 4*), Cfr. Pitré, op. cit. nelle varianti e riscontri di Vittorio 
Imbriani al « Lu cunto di si raccunta. » 

Nov. CXXIII. — Du procès meu entre une belle mere et son gendre pour 
n'avoir pas dépucelé sa fille le premier jour de ses nopces. 

11 



152 NOTE COMPARATIVE. 

E imitazione della 86* delle 0. N. N. e fa riprodotta anche 
da altri novellieri d' Italia e di Francia. Malespini (p. II, n. 82), 
e Plaisantes nouvelles » (ed. 15BB, p. 198) ecc. 

Nov. CXXV. — Des epitaphes de l'Aretin, surnommé le Divin et de son 
amie Magdeleine. 

In questo Devis, che non può in alcun modo attribuirsi alla 
penna del Des Periers, essendo egli morto circa dodici anni prima 
del poeta italiano, si distingue l' Aretino dall'Unico e si. combatte 
il titolo arrogante di Fleau des princes. Alludesi poi alla commedia 
la Cortigiana, laddove si dice che « il escript, en une preface d'une 
sienne comedie italienne, que le roy tres chrestien Francis pre- 
mier du nom luy avoit enchaisné la langue d'une chaisne d'or ». 
Si parla inoltre delle cortigiane, ch'egli introduce negli osceni ra- 
gionamenti della Nanna e dell'Antonia e si ricorda uno degli 
epitaffi, che la tradizione vuole sia stata inciso sulla sua tomba 
« digne de lui et de son atheisme. » Però nel riferire tale epitaffio, 
1' autore incorre in taluni errori ed altri errori commettono alla 
lor volta il Lacour ed il Lacroix che ne presentano varianti (V. Vita 
deU Aretino scritta dal Mazzucchelli. Milano, 1830, p. 78 Epitaffi). 

Nov. CXXVII. — D'un chevalier aagé qui feit sortir les grillons de la 
teste de sa femme par une saignée. 

E tolta, come nota dice il Jacob, dall'antico romanzo d'Erasto: 
Ilistoria septem sapienlium Iìomae. 

Nov. CXXVIII. — De deux jouvenceaux Sienois, amoureux de deux da- 
moiselles espagnolles; l'un desquelz se presenta au danger pour faire pian- 
chette à la jouissance de son amy, et qui luy tourna à grand contenteraent 
et plaisir. 

Non osservarono i commentatori che questa novella ispiratrice 
del Parabosco (Novelle, G. l a , nov. 2 a ), dello Scarron (nouv. La 
précaation inutile), e del La Fontaine (Le Gascon punì, lib. 2° 
Conte XII) ha per fonte la nov. 41 a del Masuccio. 

Cfr. la nota al 49° dei Comptes du Monde Adventureux. 

Nov. CXXIX. (ultima) — D'une joune lille surnommée Peau d'asne, et 
comment elle fut mariée par le moyen que luy donnorent les petits formiz. 

L'autore deve avere tolto questa novella alla tradizione po- 
polare, che ce n'offre anche oggi numerose versioni. 



'*■ * —.il 



NOTE COMPARATIVE. 153 

Cfr. i riscontri alla Grattula-Peddatula (Pi tré, op. cit. voi. 1°, 
pag. 379 e varianti e aggiunte dell' Imbriani, ibid. 4°, pag. 379- 
381) e le note alla Cenerentola nella Novellata fiorentina dell' Iin- 
briani. Veggasi pure e Pilusedda > (Pitró, ib. pag. 381) e i ri- 
scontri indicati dal Kòhler nelle e Gottingische gel. Anzeigen » 
(1868) a proposito delle e Màrchen und sagen » dello Schneller e 
nelle « Sicil. Marchen » (Jahrbuch fair rom. u. engl. litt. Lipsia, 
voi. 2°, pag. 221 e pag. 229).